22/08/10

MORTE IN CORSIA E ASSURDA VIOLENZA, LA CALABRIA IN PRIMA PAGINA

La Calabria nuovamente in prima pagina, nei giorni di fine agosto con la gente ancora distratta, intenta a consumare gli ultimi spiccioli di vacanza. E ci torna, questa terra tanto bella quanto sventurata, per due episodi, uno di malasanità (tanto per cambiare) e l'altro di violenza, assurda e gratuita. La morte è arrivata in corsia ancora una volta in un ospedale, quello di Lamezia Terme, il grosso centro della provincia catanzarese che non nasconde le sue velleità di diventare Provincia, come se ce ne fossero poche, nel Paese. Eleonora Tripodi, di Santa Domenica di Ricadi, lungo la bellissima costa che da Vibo porta a Tropea, aveva solo 33 anni ed aveva partorito il terzo figlio, una bellissima bambina che purtroppo non conoscerà mai sua madre: la sua storia è simile a quella di altre vittime della sanità "malata" in Calabria, un terribile buco nei bilanci con rare oasi d'eccellenza nel deserto degli sprechi e delle inefficienze.
La sua giovane vita s'è spenta dopo una tragica odissea da una parte all'altra, fino alla tappa finale, quella che non consente il ritorno: ora tutti promettono inchieste ed ispezioni, scattano i messaggi di solidarità, una squallida passerella dei soliti politici che si preoccupano di avere, ancora una volta, un pò di spazio sui giornali, invece di andare a nascondersi.
La famiglia chiede giustizia, la magistratura apre il fascicolo d'indagine, ma forse ci vorranno anni, come è stato per Federica Monteleone (un altro caso che commosse l'Italia) perchè la giustizia, come si suol dire, faccia il suo corso.
Intanto, i mass media riportano l'attenzione, dandogli comunque il solito taglio in negativo (è la nostra vera disgrazia, questa) a questo nuovo caso e ne approfittano per collegarlo, anche se si tratta di cose completamente diverse, con il gravissimo episodio accaduto a Cosenza, dove l'autista di un bus, non si sa perchè, ha ritenuto di aggredire selvaggiamente un anziano, per poi lasciarlo come un sacco vuoto in mezzo alla strada, tra l'indifferenza dei passanti.
Una scena, che ripresa da una  telecamera di sorveglianza, riversata sui canali delle televisioni web, ha fatto inorridire ed ha mobilitato anche i sociologi in servizio permanente effettivo. Certamente, non è questa l'immagine della Calabria che vorremmo fosse proposta, proprio nel momento in cui si parla di rilancio del turismo e di "rivoluzione" nella sanità.
La Calabria nuovamente sulle prime pagine, mentre in ogni dove, anche nei paesi più sperduti, si fanno sagre e si danno premi, su improvvisate passerelle sfilano ragazze sculettanti alla ricerca d'un momento di gloria. Che tristezza!.

20/08/10

IL BLITZ AL LIDO "BANDAFALO'" TANTO RUMORE PER NULLA

La lettura del comunicato stampa col quale si annunciava l'avvenuta "vasta operazione" di controllo delle forze dell'ordine nei lidi della zona di Villa San Giovanni-Cannitello-Porticello, tra i luoghi più suggestivi di quel tratto di costa che prende il nome di Viola, per via del colore che il mare assume, in alcune ore del giorno, aveva destato in me qualche perplessità.
Mi era sembrato esagerato il tono, in rapporto alle scarne notizie che conteneva sui risultati del controllo, che avevano portato a nessun arresto, e solo al ritrovamento di due piccole dosi di "erba" con relativa segnalazione dei consumatori ai sensi di legge. Un eccessivo trionfalismo, che ha trovato eco un pò su tutti gli organi di stampa anche perchè il lido di cui ci si occupava, in particolare, è assai frequentato, da giovani e meno giovani, il "Bandafalò" il cui accesso è libero e gratuito. Paghi, a prezzi "normali" qualche bibita o il panino che consumi, cosa che, in altri posti considerati chic, sul lungomare di Reggio, certamente non avviene. Mi è capitato di sentire, da una radio privata, il "lamento" di chi era stato salassato solo per aver consumato un paio di birre.
Ieri, poi, la lettera a Strill, di una persona che era presente la sera del blitz tanto reclamizzato, e che giustamente il direttore Branca ha integralmente pubblicato. "Bandafalò" è opera di un gruppo di giovani che si recano personalmente in un Paese africano per realizzare opere di utilità sociale, investendo gli scarsi proventi dell'attività estiva, più i loro denari.
I militari hanno parlato di forte odore di cannabis nell'aria e di bottiglie di superalcolici sparse a "deturpare il paesaggio" (la Madonna!!! avrebbe detto Pozzetto) oltre che di mancato rispetto delle norme di sicurezza. Il lettore di Strill che s'è sentito in dovere di inviare via mail la sua riflessione, che mi sento di condividere, ha ricordato quello che in altri posti accade o che è accaduto in occasione di recenti concerti.
Prima di accanirsi sui ragazzi di "Bandafalò", che non conosco personalmente, ma che ammiro per quello che fanno a favore dei  popoli del cosiddetto terzo mondo, cerchiamo di controllare meglio quei locali di divertimento gestiti, in forma diretta o indiretta, come hanno certificato recenti inchieste giudiziarie, dalle cosche della 'ndrangheta che ne ricavano enormi utili.
Non è colpa dei giornali se ora si è aperta una polemica, ma un controllino prima di mettere in pagina "de plano", come dicono quelli che parlano bene, le note stampa di polizia, carabinieri, eccetera eccetera, sarebbe più che opportuno, necessario. Si eviterebbero ingiuste criminalizzazioni ed a pagare non sarebbe solo "Bandafalò".

18/08/10

COSSIGA RICORDATO USANDO LE PAROLE DI KIPLING

Non so chi sia il signor Paolo Inzerilli, una delle tante persone che hanno fatto pubblicare necrologi dopo la morte di Francesco Cossiga, ma se ci fosse un premio per l'originalità di questi ricordi a mezzostampa della persona scomparsa, lo assegneremmo certamente a lui.
Ritengo di far piacere agli amici lettori di questo blog, che sta per celebrare il suo secondo compleanno, proponendovi il brano (autore Rudyard Kipling) che si adatta in maniera straordinaria a quello che fu lo spirito di "Gattosardo" raffigurato sulle pagine di Dagospia come un capo indiano. D'Agostino, che ha rivelato in una intervista di aver avuto l'ex presidente come prezioso informatore, e anche più, in questi anni, ha voluto ricordarlo fuori dalle righe, come a lui sarebbe piaciuto.
"Se sai aspettare senza stancarti di aspettare o, essendo calunniato, non rispondere con calunnie o, essendo odiato, non dare spazio all'odio senza tuttavia parlare troppo saggio....
Se sai incontrarti con il successo e la sconfitta e trattare questi due impostori nello stesso modo.
Se riesci a sopportare di sentire la verità che tu hai detto, distorta da imbroglioni che ne fanno una trappola per gli ingenui...
Se sai guardare le cose per le quali hai dato la vita distrutte e sai ricostruirle con i tuoi strumenti ormai logori....
Se sai costringere il tuo cuore, i tuoi nervi, i tuoi polsi a sorreggerti anche dopo molto tempo e così resistere quando in te non c'è più nulla tranne la volontà che dice loro tenete duro.....
Se sai parlare con i disonesti senza perdere la tua onestà o passeggiare con i re senza perdere la tua normalità....
Se riesci a riempire l'inesorabile minuto dando valore ad ogni istante che passa: tua è la terra e tutto ciò che vi è in essa e, quel che più conta, tu sarai un uomo.


P.S.

Un amico mi segnala che il signor Inzerilli sarebbe un ex generale che faceva parte della struttura Gladio che, anche nella nostra città, aveva dei "rappresentanti" alcuni dei quali ancora in circolazione. Ciò non cambia il mio giudizio sulla originalità del necrologio, fatto col cuore, è chiaro, per un uomo che della Gladio, almeno stando a quanto si dice, era stato il fondatore. La storia dirà
se fu veramente una difesa dall'eventuale minaccia rossa o un disegno eversivo.

17/08/10

FRANCESCO COSSIGA, IL "PICCONATORE" CHE VOLEVA "FOTTERE IL POTERE"


Cossiga colto da malore o ricoverato in qualche ospedale, ormai, non faceva quasi più notizia, per un uomo politico che aveva subito la bellezza di diciassette interventi chirurgici. Quando, qualche giorno fa, lo avevano portato d'urgenza al "Gemelli", chi gli era vicino aveva capito che questa sarebbe stata la volta buona. Da tempo, infatti, l'ex presidente non si mostrava in pubblico e non si era neppure preoccupato di sponsorizzare, come fanno tutti, il suo ultimo libro dal titolo che è lo specchio del carattere di colui che è stato un protagonista della storia politica italiana degli ultimi cinquant'anni: "Fotti il potere".
Più che i malanni fisici, è stata una grave forma di depressione, il "male oscuro" che l'ha condotto alla morte: Francesco Cossiga aveva, come si suol dire, "mollato", abbandonando le cure e cadendo in uno stato di prostrazione dal quale, purtroppo, non si è più ripreso.
"Quello che sono stato, che sono diventato, amava dire, è avvenuto sempre per caso: non trovavano un presidente del Consiglio, ed hanno scelto me, non trovavano un ministro dell'Interno, e scelsero ancora me, non sapevano chi eleggere presidente della repubblica, e fecero me".
Memorabili i suoi incontri televisivi con Piero Chiambretti, il comico torinese verso il quale Cossiga mostrò sempre una grande simpatia, scoprendo anche di possedere una insospettabile vena satirica e capacità d'autentico showman.
Cossiga amato e odiato, oggetto di minacce terroristiche, ma uomo dello Stato fino alle estreme conseguenze, assumendosi il compito, lui che gli era più d'ogni altro vicino, di annunciare la decisione del Governo di non scendere a patti coi brigatisti, determinando, di fatto, la condanna a morte del presidente della Dc.
Dopo il ritrovamento del cadavere di Moro nel bagagliaio della Renault 4 rossa abbandonata a pochi passi dalle Botteghe Oscure, non esitò a dare le dimissioni.
Di colpo divenne canuto, sul viso comparvero le macchie della vitiligine e, secondo alcuni, cominciarono quei disturbi bipolari che, da capo dello Stato, lo portarono a sferrare "picconate" contro il sistema.
Con Cossiga finiscono nella tomba tanti segreti, nessuno potrà rivelarli perchè, forse, soltanto lui li ha custoditi per anni.  Chissà, se lassù, in quel regno dei cieli nel quale da cattolico osservante credeva, continuerà a dare picconate, se il giudizio divino non lo troverà d'accordo. Crediamo che il Signore, nella sua magnanimità, gli riconoscerà quei meriti che in terra gli sono stati negati.

15/08/10

GIUSEPPE E NICHOLAS, IL SACRIFICIO DELLA LORO VITA PER FAR NASCERE LA SPERANZA

Ferragosto non è certo il giorno più adatto per affrontare un argomento che tanta angoscia ha provocato in chi ha seguito la vicenda del piccolo Giuseppe Pontoriero, di Spilinga, nel Vibonese, il paese conosciuto come il regno della 'nduia.
Giuseppe è rimasto vittima di un incidente stradale, uno dei tanti che ormai riempiono quasi quotidianamente le pagine di cronaca: i suoi genitori, con un gesto d'altruismo che non ha eguali, hanno deciso di donare tutti gli organi espiantabili. E così è stato, ancora una volta da una tragedia sconvolgente è nata la speranza per tante giovani vite, in Italia e anche all'estero.
Giuseppe continuerà a vivere in altri corpi, così come è stato, qualche anno fa, sempre nel Vibonese, per un ragazzino americano, ormai diventato un simbolo: Nicholas Green. Dormiva sul sedile posteriore dell'auto guidata dal padre, stavano visitando la Calabria, era una famigliola felice. Qualcuno, che solo dopo tanto tempo si decise, una volta diventato collaboratore di giustizia a confessare il crimine, sparò nel tentativo di bloccare l'auto e compiere una rapina. Purtroppo, Nicholas, colpito alla testa, morì dopo alcuni giorni di agonia.
Due storie diverse, nella loro natura, quelle di Giuseppe e Nicholas, tenute assieme, però, da un filo invisibile, quello della solidarietà umana che varca ogni confine. I genitori, spontaneamente, hanno deciso che il modo migliore di "restituire" alla vita il loro bambino  portato via da un iniquo destino, sarebbe stato quello della donazione degli organi.
Alla commozione per il modo in cui la giovanissima vita è stata spenta, si è aggiunta quella della notizia degli avvenuti trapianti i cui beneficiari, come è giusto, rimarranno anonimi, almeno per ora. Le sette persone che hanno avuto in dono gli organi di Nicholas Green io le ho conosciute, quando si presentarono a Messina nel corso della manifestazione organizzata dalla Fondazione Bonino-Pulejo, per raccogliere l'applauso d'una eccezionale platea e l'abbraccio di papà e mamma di quel bambino dal ciuffo biondo la cui foto potete ammirare a corredo di questo articolo.
 Giuseppe Pontoriero e Nicholas Green, due vite stroncate tragicamente, da cui però è germogliata la speranza per chi l'aveva ormai perduta. E' questo uno dei miracoli che la vita ogni tanto ci regala e, anche nella giornata dedicata agli svaghi, alle gite, al divertimento, il pensiero non può che andare a due eroi bambini destinati ad incidere il loro nome nell'album eterno della storia.

13/08/10

MEROLONE TORNA IN RAI, IL PROGRAMMA LO PAGHIAMO ANCHE CON I NOSTRI SOLDI


Non fosse per Dagospia, il seguitissimo sito di gossip e non solo, nulla avremmo saputo del faraonico contratto stipulato tra la Rai e la "suocera" del presidente della Camera e nulla avremmo saputo della sponsorizzazione che la Regione Calabria ha accordato al programma  "La giostra sul Due" che delizia ( si fa per dire) i pochi telespettatori che, in queste mattinate d'agosto, per vari motivi, sono costretti a stare in casa.
Dagospia si occupa di questo programma che ha salutato il rientro ufficiale in tv (finora c'erano state saltuarie ospitate) di Valerio Merola, conosciuto, con allusione alle sue "qualità" di maschio latino, come "Merolone".
Anche se uno dei critici che più apprezzo, Aldo Grasso del "Corriere", non ha trovato poi tanto sorprendente il ritorno di Merolone, anzi è stato piuttosto tenero con l'aitante, abbronzatissimo in ogni stagione, e sempre sorridente showman, non posso che condividere quanto sostenuto da D'Agostino, secondo cui trattasi d'un programma di pessima qualità.
 Su questo recupero di Valerio Merola, esistono varie tesi, a cavallo tra il pettegolezzo e la diffamazione: non mi ci vado certamente a ficcare dentro, ma non posso fare a meno di osservare, da telespettatore incuriosito dalla recensione di Grasso, che si tratta non soltanto di un contenitore di banalità estive, e questo potrebbe anche essere giustificato, ma di un vero e proprio prodotto da quella che, con linguaggio un pò scurrile, Dagospia classifica come la Rai del c.......
Trovo piuttosto scandaloso che denaro di noi contribuenti venga speso per sponsorizzare un programma che non so quanto possa giovare all'immagine della Calabria, dove la gente paga ogni giorno il conto di una realtà economica e sociale drammatica.
Ai calabresi viene propinato Merolone, tanto nessuno si lamenta, lo fa solo l'assessore reggino al turismo e spettacolo, detto anche l'assessore del c.... per via della sua professione (è urologo) che, presentando una delle rare iniziative dell'estate reggina al risparmio (tanto i soldi, a fiumi sono stati già spesi negli anni scorsi) ha detto di sentire "la mancanza di radio RTL" che, comunque, continua ad imperversare in terra calabra. Qualcuno paga, anche se il Comune di Reggio non ha trovato qualche centinaia di migliaia di euro: non credo che i cittadini si stiano stracciando le vesti e facciano cortei di protesta, mentre manca l'acqua in tanti rioni, i depuratori funzionano poco e male, la disciplina del traffico è inesistente. 
Ma non vi preoccupate, ci pensa Merolone, tanto a pagare è...Pantalone. 

MEROLA E LA CANCELLIERI

09/08/10

FELTRI CONTRO FINI, QUANDO UN GIORNALE DIVENTA PARTITO

Che "Il Giornale", in pieno rilancio da quando è tornato alla direzione Vittorio Feltri, abbia da tempo iniziato una vera e propria campagna che vede protagonista in negativo il presidente della Camera (non si sa ancora per quanto) Gianfranco Fini, non è una novità.
Ma l'iniziativa presa dal quotidiano di famiglia del presidente Berlusconi, dopo aver sollevato lo scandalo, o presunto tale, della casa di Montecarlo ricevuta in eredità da una nobildonna nostalgica, con la raccolta di firme tra i lettori per "mandare a casa" l'ex pupillo di Almirante, non trova precedenti nella storia del giornalismo italiano.
Feltri, che ne sa una più del diavolo, e che, come riconosciuto dallo stesso Montanelli, è insuperabile nel rianimare giornali in agonia per portarli al successo, è sicuro che i lettori del "Giornale", unico quotidiano in grande ripresa diffusionale in un panorama di crisi generale, risponderanno alla grande. Così, il presidente della repubblica, cui in tutti i modi si sta tentando di rendere movimentate le vacanze eoliane, si ritroverà a breve con un problema in più da risolvere, se è vero quello che si legge dalla penna di colleghi specializzati in retroscena politici, secondo i quali Napolitano sarebbe piuttosto "seccato" da questa situazione che non fa certo bene all'immagine del nostro Paese. 
Se uno dei nostri giornali locali, ad esempio, avesse avuto la stessa idea, tastando il polso dei lettori, e invitandoli a pronunciarsi su qualcuno dei nostri governanti, specialmente a livello regionale (chissà perchè il primo nome che mi viene in mente è quello di Loiero) in quanti sarebbero stati a rispondere?.
Non essendoci ormai quasi più, tranne qualche rara eccezione, i giornali di partito, Feltri ha trasformato "Il Giornale" fondato dal grande Indro quando ruppe col "Corriere", in un "giornale-partito", trovando la chiave del successo diffusionale.
Tornando al caso Fini-Tulliani, dopo aver letto il lungo memoriale difensivo elaborato con chissà quante autorevoli consulenze, la mia modesta impressione è che il Gianmenefrego, come è stato soprannominato dal quel geniaccio di D'Agostino col suo Dagospia, (a proposito, mai querelato) avrebbe fatto bene a risparmiarsi il rammarico e la delusione provati quando è stato informato dalla sua bionda compagna che l'inquilino di Montecarlo era il fratello, imprenditore o produttore non si è capito bene di cosa.
Anche se è vero quello che Fini sostiene, e non abbiamo nessun motivo per non credergli, l'uomo della strada, anche chi è orientato politicamente a destra, non è tanto stupido da accettare una simile panzana.
Nei giorni morti d'agosto, con i palazzi del potere chiusi per ferie, la storia dell'eredità della Colleoni (gatta esclusa) ha vivacizzato le cronache e reso stimolanti le letture sotto l'ombrellone.
Dai lidi, con il wireless gratuito quasi ovunque, ci si può collegare e mandare la mail al Giornale: un autentico esercizio di democrazia  e di libertà tramite computer. E io, quasi quasi.........

07/08/10

OMICIDIO DEL GIUDICE SCOPELLITI, SAPREMO MAI LA VERITA'?


Tanto tempo è passato, ormai, da quel nove agosto del 1991, il giorno dell’uccisione, per mano mafiosa, del giudice Antonino Scopelliti, nato a Campo Calabro, sostituto procuratore generale della Cassazione, colto, brillante, popolare per le sue apparizioni in importanti trasmissioni televisive.
L’appuntamento, la morte lo fissò quel limpido pomeriggio lungo una stradina dalla quale si domina lo Stretto che, quando il sole sta per tramontare, si colora quasi di viola.
E lui arrivò, guidando in jeans e camicia la sua Bmw blu: lasciatasi alle spalle la tortuosa e panoramica statale 18, imboccò la rampa, assai stretta, e poi un rettilineo tra i vigneti, un bersaglio facile per un sicario esperto e spietato.
Il cronista, a volte, fa come l’assassino: torna sul luogo del delitto. Va alla ricerca di nuove sensazioni, di qualche spunto che, su questo drammatico “omicidio eccellente” nessuno può dargli. Sulla morte di Nino Scopelliti è calato il silenzio, troppo presto. L’inchiesta, partita male, non ha avuto lo sbocco giudiziario che tutti s’attendevano, la sua morte è rimasta, desolatamente, “ad opera d’ignoti”.
I chi e i perché sono destinati a rimanere sospesi, come le nuvole che s’addensano, sul cielo della Costa Viola, un pomeriggio d’agosto, di tanti anni dopo.
Tutto è rimasto quasi come allora: qualcuno ha provveduto a riparare il cancelletto che, travolto dall’auto del giudice, era stato divelto, la recinzione di filo spinato è stata sistemata alla meglio, rimessi a posto anche i paletti della vigna dove l’auto precipitò quando chi la guidava, col collo squarciato dai pallettoni, non fu più in grado di controllarla.
Adesso, in quel punto dove si consumò il dramma c’è una stele, neppure tanto bella, ma c’è, di pietra grigia, assediata dalle erbacce che, ad ogni anniversario, qualcuno ripulisce, perché nel giorno della memoria c’è ancora chi viene quassù a ricordarlo e pregare, deporre un mazzo di fiori. Si ricorda un uomo assassinato dalla mafia ma che, stranamente, è come se non fosse mai morto. Nell’ondata di rievocazioni, nel mare di opinioni, interviste, polemiche, discussioni, il ricordo di Scopelliti è come disperso.
Era in vacanza, quando fu ucciso, ma non aveva messo da parte il suo rigore, il senso del dovere: a casa, sulla scrivania, montagne di carte, gli atti del maxiprocesso di Palermo.
E’, più o meno, la stessa ora di quando l’agguato, preparato con cura, venne messo in atto, la stradella è deserta, guardando in giù, verso Santa Trada, si vedono le auto sfrecciare lungo l’autostrada. Le navi traghetto solcano il mare lasciandosi dietro una scia di schiuma, la spiaggia, laggiù in fondo, dove Scopelliti amava trascorrere gran parte della giornata, è punteggiata da ombrelloni variopinti.
Allora, nessuno vide o sentì nulla: qualcuno, da una stazione di servizio, notando quell’auto precipitare e schiantarsi tra i tralci già carichi d’uva, pensò a un incidente stradale.
E così si perse tempo prezioso, i primi ad arrivare pensarono a tutto (un malore, persino il suicidio) meno che a un feroce delitto.
Un omicidio preventivo, frutto di “sinergie” mafiose, un accordo criminoso tra la ‘ndrangheta e le cosche siciliane, ucciderlo nella sua terra per dare un preciso messaggio.
Come cancellare dalla memoria quelle ore: la concitata telefonata che ti dà il primo, incerto, annuncio, l’altalena di conferme e smentite, finchè non arrivi sul posto dove a centinaia le persone assistono alle prime operazioni, seguono il lavoro del medico legale, dei fotografi.
Come dimenticare i volti pallidi, le lacrime dei colleghi reggini amici di Nino, di quelli che, solo pochi minuti prima, avevano fissato con lui l’appuntamento per una cena sotto le stelle.
E ancora una volta, al centro dell’attenzione, ci sarebbe stato lui, tanto riservato e schivo al punto da sembrare scostante, nella sua vita romana, divisa tra il piccolo appartamento di via della Scrofa e l’ufficio al Palazzaccio di piazza Cavour, quanto aperto e cordiale durante i suoi soggiorni calabresi.
Per i colleghi era un esempio, per i giovani un idolo, alle donne piaceva, portava con straordinaria disinvoltura i suoi 56 anni, era troppo facile amarlo, essergli amici, affrontava duri scontri dialettici, nell’esercizio del ruolo di grande accusatore, ma sempre col sorriso sulle labbra.
Col Ferragosto alle porte, l’omicidio Scopelliti riportò l’attenzione dello Stato sulla Calabria, sulla disastrata Reggio dove l’”armistizio” tra i clan in lotta da anni non era ancora stato siglato.
Per giorni, il blocco marittimo attuato dai pescatori delle “spadare”, aveva trasformato le due coste in bolge infernali, mentre i giornali dedicavano grande spazio al delitto di via Poma, a Roma, anche questo destinato a restare insoluto.
Cossiga, terreo in viso, Martelli fresco d’abbronzatura, il povero Falcone, Sica con la barba sempre più bianca, il questore arrivato da poche ore, e che durò solo sei mesi, momenti di grande sgomento nella notte davanti alla prefettura, mentre a Campo Calabro la gente vegliava davanti a quella casa nella quale Antonino Scopelliti veniva riportato, disteso nella bara, col collo fasciato da un fazzoletto di seta, per nascondere l’oltraggio della lupara.
“Questo assassinio è contro la vita e contro lo Stato”, disse Cossiga, stremato su un divano nell’abitazione del prefetto, il ministro della giustizia promette, genericamente, leggi più severe. Ma ci vorranno ben altri morti, tanti lutti, perché lo Stato si decida a reagire e mettere in campo nuove risorse.
Torniamo sui nostri passi, lungo la strada angusta e scoscesa che, da Ferrito, attraverso Piale, porta a Campo Calabro. Nell’aria c’è un odore strano, d’erba tagliata di fresco e di terra smossa. Quel giorno, ne siamo certi, tanti occhi hanno visto come adesso, siamo sicuri, stanno osservando noi. Ma nessuno ha parlato. La moto con le “vedette”andava su e giù, in attesa che Lui arrivasse. Poi, in trenta infernali secondi, tutto finì, in una nuvola di polvere e un forte rumore metallico.
Mi chiedo, ancora una volta: sapremo mai chi lo ha ucciso?

04/08/10

FOTI ALLA RADIO PIANGE MISERIA, MA TANTO NON GLI CREDE NESSUNO

Mi ero riproposto da tempo di non occuparmi della Reggina, per evitare disturbi al fegato e di aggiungere qualche altro "personaggio" alla lista dei nemici. Ma dopo aver ascoltato, cosa che faccio assai volentieri quando sono nella mia città, la seguitissima trasmissione condotta dal tandem Gianni e Dario Baccillieri, su Radio Touring, pur frenando a stento il senso di nausea e non potendo sfogare in altro modo la rabbia, mi sono deciso a fare alcune considerazioni.
Lasciamo perdere l'ansia che provoca nell'ascoltatore il modo di esprimersi del presidentissimo, il number one, come lo chiamano i lecchini in servizio permanente effettivo, con le sue pause, l'intercalare che sembra il belato d'una pecora, il continuo pronunciare l'avverbio sicuramente.
Quello che mi ha lasciato sconcertato (e stavolta l'amico Baccillieri è stato fin troppo...tenero) è il convincimento espresso da Foti, secondo cui giocatori l'anno scorso, quando si sognava ad occhi aperti la A, gratificati da contratti robusti, ma nella norma, dovrebbero adesso rinunciare a centinaia di migliaia di euro e "accontentarsi".
Il presidente factotum ha stabilito che oltre una certa cifra (gli ingaggi che vengono pagati, mi informa un amico procuratore, in prima divisione) la Reggina non può andare, pena il fallimento. E qui, tutti i giornalisti o presunti tali, alcuni al seguito della squadra in ritiro, ad intonare il coro: non ci sono soldi, devono accettare la decurtazione, altrimenti se ne devono andare.
Questi signori dimenticano che i contratti vanno onorati, checchè ne pensi Foti, e che la carriera di un calciatore non è quella di un commerciante: bisogna approfittare degli anni migliori, per assicurarsi il futuro. Insomma, la Reggina che vuole tornare in A vuole fare, come si suol dire, le nozze con i fichi secchi e Foti non trova di meglio che scaricare su altri le gravissime colpe che si porta dietro. E' da tempo che non ne azzecca più una, certi discorsi alla radio, tirandola su argomenti che nulla hanno a che vedere con la reale situazione della società amaranto, lasciano il tempo che trova. I tifosi lo aspettano al varco. Sicuramente.

01/08/10

EDICOLE CHE CONTINUANO A CHIUDERE, E' LA CRISI DELLA STAMPA BELLEZZA!

Era inevitabile che accadesse: la contrazione delle vendite dei giornali quotidiani, a causa della crisi che ha investito, in tutta Europa, il mercato pubblicitario, continua a provocare la chiusura di edicole in città, alcune delle quali da considerarsi "storiche".
Anche se non siamo in possesso di dati precisi, si valuta nell'ordine del 30-40 per cento il calo delle vendite dei giornali che stanno attraversando un difficile momento. Come è noto, il principale introito delle aziende editoriali, oltre alle vendite in edicola e per abbonamento, è costituito dalla pubblicità, nazionale e locale. La difficile situazione economica globale, che ha costretto i governi dei paesi dell'Unione europea a varare finanziarie di lacrime e sangue, si è riversata anche sugli editori, anche quelli di testate di prestigio, costringendoli a dichiarare lo stato di crisi, con conseguenti prepensionamenti e ricorso alla cassa integrazione.
Sulle prime, trovando chiusa qualche edicola che mostrava il cartello "cedesi attività", abbiamo pensato a un normale cambio di gestione, cosa che avviene nel settore del commercio, poi ne abbiamo notata qualche altra, anche in zona centrale, chiusa e basta, quindi cessazione totale. Ci siamo informati presso il nostro edicolante di fiducia il quale, allargando sconsolato le braccia, ci ha confermato che la categoria sta attraversando un momentaccio, che la gestione è diventata un problema, i ricavi sono calati vertiginosamente e si tira avanti con la vendita di altri prodotti, al di fuori di quotidiani e settimanali.
Non è un caso che le edicole si siano trasformate, in questi anni, in autentici bazar che vendono di tutto, dai libri ai giocattoli, dai film in dvd alle ricariche telefoniche. Tirano avanti coloro che non hanno bisogno di ricorrere a dipendenti, ma gestiscono l'edicola a livello familiare, spesso con turni veramente pesanti. Non è raro, infatti, trovare le edicole aperte, oltre che nelle primissime ore del mattino, anche fino a sera inoltrata. Bisogna dire che la concessione ad altri esercizi commerciali della vendita dei giornali ha sottratto spazio a chi lo fa in esclusiva, in passato si è un pochino largheggiato, ma non si erano fatti i conti con la gravissima crisi che non ha alcuna intenzione di finire.
Di solito i mesi estivi, col rientro dei cosiddetti emigrati di ritorno, le vendite subivano un'impennata: quest'anno non è così e a poco servono abbinamenti e gadget. Una mano l'ha data la cronaca con  le centinaia di arresti delle varie operazioni antimafia in tutta la regione, altrimenti sarebbe stata veramente nera.
Una edicola che chiude è un brutto colpo per la democrazia, senza esagerazioni e, perchè no?, per la nostra libertà. 

28/07/10

DIMISSIONI DI RAFFA, A PERDERE E' SOLTANTO LA CITTA'


Qualcuno, ed io per primo, aveva creduto che la vicenda Raffa potesse concludersi diversamente, che magari all'ultimo istante qualcosa accadesse e si evitasse alla città un passo indietro che va contro la storia. Il sindaco facente funzioni è stato "dimissionato" dopo una riunione nello storico bar del teatro comunale dove, negli anni della prima repubblica, si "faceva" la politica locale.
Conosco Giuseppe Raffa da anni, sono un cittadino pellarese d'adozione avendo trascorso nel rione anni bellissimi e quando posso ci torno sempre con piacere. Il mio rapporto con il medico-politico risale alle sue prime esperienze nella Circoscrizione: ho avuto modo di apprezzarne la signorilità, la grande disponibilità verso la gente, non solo verso i suoi elettori, insomma la politica vissuta come missione.
Ho avuto occasione d'incontrarlo qualche giorno fa, la sera in cui nel salone dei lampadari si celebrava l'anniversario della rivolta per il capoluogo, sono stato portato nel suo studio dal collega Totò Latella, un altro pellarese amico sin dai tempi dell'adolescenza.
Raffa stava rilasciando un'intervista, con la solita pacatezza, sempre sorridente, niente lasciava presagire, o almeno non me ne sono accorto, la bufera che stava per abbattersi su di lui, i congiurati stavano affilando i pugnali.
Chi ci perde, in questa storia, è certamente la città: tutti, nessuno escluso, dicono di averne a cuore le sorti, ma poi sono pronti ad obbedire agli ordini del mammasantissima di turno. Ed è triste constatare come, a livello nazionale, pochissime voci si sono levate, una tra tutte quella di Angela Napoli.
Disturbare il manovratore, nella politica di questi tempi, può essere fatale anche per una persona per bene, seria, quale è senza dubbio Giuseppe Raffa. Sono convinto che, sotto qualsiasi bandiera il buon Peppe dovesse presentarsi, ammesso che abbia voglia di tornare sui banchi del consiglio comunale, saranno in molti a seguirlo.
Intanto, attendiamo, dopo la pausa agostana, gli sviluppi di un paio d'inchieste giudiziarie le cui avvisaglie si sono già intraviste, la nebbia su quella che viene chiamata la "zona grigia" potrebbe diradarsi. E, forse, capiremo perchè Raffa è stato invitato a togliere il disturbo.

26/07/10

MORTO IL PATRIARCA CHE MISE LA PACE TRA LE COSCHE IN GUERRA


Domenico Alvaro, l'anziano boss di Sinopoli è morto nel suo letto a seguito di una grave malattia che gli aveva evitato l'ultima umiliazione delle manette, giorni fa, quando è scattata la maxi retata dell'inchiesta "Crimine".
E così don Mico, come veniva chiamato, ha chiuso la sua esistenza terrena come altri personaggi della vecchia 'ndrangheta, quali i fratelli Girolamo detto Mommo e Giuseppe Piromalli, alias "mussu stortu" Domenico Libri, alleato storico della famiglia De Stefano, il "barone" Vincenzo Macrì, nipote di zi 'Ntoni, assassinato dalle giovani leve all'inizio della prima guerra di mafia negli anni 70. E, più recentemente, Peppantonio Italiano, capo del locale di Delianuova, Peppino Pesce, incontrastato boss rosarnese, l'elenco potrebbe essere più lungo.
Con la scomparsa dell'ultra ottantenne Alvaro si chiude un'epoca. Lui, era diverso dagli altri veterani della 'ndrangheta finiti nelle maglie della recente operazione dopo una lunga indagine che ha permesso di individuare obiettivi e ripartizione del potere dopo la conclusione del conflitto tra le cosche reggine che ha provocato in cinque anni circa settecento vittime.
Se quella assurda guerra ebbe fine, infatti, lo si deve a don Mico, uomo di pochissime parole e di molti silenzi, che riuscì a mettere attorno a un tavolo i capi delle famiglie in lotta ed a convincere coloro che, fino a poche ore prima, non avevano esitato a seminare sangue e terrore, a mettere da parte ogni rancore e siglare un "armistizio" che ancora regge.
Il suo eccezionale carisma aveva portato in Calabria, quali "testimonial" dell'accordo, pezzi da novanta di Cosa Nostra e della mafia americana, di fronte ai quali i capi cosca tra loro rivali, abbassarono il capo e accettarono le regole. Da un giorno all'altro, si smise di sparare.
Forse, per favorire la pace, ma questo ancora non è stato provato, ci fu anche l'intervento di personaggi della cosiddetta zona grigia, politici, imprenditori, gente non organica alla 'ndrangheta ma ugualmente da essa dipendente.
Ammalato, piegato da anni di carcere, Domenico Alvaro si è visto pian piano privato dei beni, mentre suoi congiunti e gli affiliati ad uno ad uno finivano in prigione. Scampato alle guerre, sapeva che non avrebbe trascorso questi anni di vecchiaia in tranquillità, ma il male se lo è portato via. Un re che, senza aver mai regnato al di fuori del suo paese, ha avuto un prestigio solo a pochissimi riservato: i segreti di quella che una volta era chiamata onorata società se li è portati con lui.


Nella foto, l'attuale capo della 'ndrangheta reggina Domenico Oppedisano

23/07/10

QUATTRONE HA CERCATO COL SUICIDIO QUELLA PACE CHE AVEVA PERDUTO


Di fronte a un gesto disperato qual è il suicidio di una persona "normale" l'interrogativo che ci si pone, sgomenti, dopo la tragica fine di Paolo Quattrone, è capire qual è il limite oltre il quale nella mente di un uomo la volontà di porre fine all'esistenza prevale sul desiderio di "vivere la vita" tanto più se, ed è questo il caso di Quattrone, si è credenti.
Paolo Quattrone, a prima vista, poteva sembrare un burbero, il suo viso accigliato induceva nell'interlocutore un certo timore, cosa che era accaduta anche a me quando, anni fa, lo incontrai la prima volta per ragioni di lavoro.
Io ero il cronista che cercava di capire, lui l'uomo di legge, inflessibile direttore di carceri, vittima di pesanti avvertimenti. Ricordo che, seppure oggetto di gravi "attenzioni" da parte di chi era abituato alle carceri "allegre" dove entravano donne e champagne, per non parlare delle droghe, l'avevo trovato sereno, quasi incurante di quanto gli era accaduto.
In tutti questi anni Quattrone, che riusciva a stabilire rapporti di fraterna colleganza con i suoi collaboratori, costretti spesso ad un lavoro stressante e fuori da ogni orario, aveva servito lo Stato, il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, riscuotendo ammirazione e stima, facendo, come si suol dire, progressi nella carriera, senza servilismi o "spinte" d'altro genere.
Negli ultimi tempi, però, qualcosa s'era spezzato, non soltanto nel rapporto con gli organi superiori, una vicenda giudiziaria di scarso livello, in un mondo di ladri e corrotti, lo aveva visto coinvolto e, lo confermano le persone a lui più vicine, uno per tutti Mario Nasone, particolarmente toccato.
Non accettava di essere trattato male da quello Stato per il quale aveva sempre dato tutto, senza obiezioni, obbedienza assoluta, lui con la faccia apparentemente truce, ma sempre pronto a slanci di grande umanità. Un mestiere difficile, il suo. Cosa è accaduto, al punto da indurlo al gesto estremo, il sacrificio della vita, staccarsi per sempre dalla famiglia che amava?. Forse non lo sapremo mai. Rimane lo sconcerto per questa morte assurda in un caldo pomeriggio sotto un ponte tra mucchi di rifiuti: fino all'ultimo ha voluto risparmiare agli altri lo spettacolo d'una fine così assurda. Il Signore, nella sua misericordia, gli dia in cielo quella pace che, in terra, aveva perduto.

16/07/10

LA 'NDRANGHETA SI ADEGUA, IL CAPO DEI CAPI CON INCARICO A TERMINE


Continua sui mezzi d'informazione l'alluvione di servizi, corredati dalle "riflessioni" di presunti mafiologi in servizio permanente effettivo, dopo la maxi operazione contro la 'ndrangheta lombardo-calabra che ha portato (in molti casi ri-portato) nelle patrie galere sempre più affollate centinaia di persone tra cui il vecchio capobastone rosarnese Oppedisano, indicato, addirittura come "il capo dei capi".
A leggere l'elenco degli anziani 'ndranghetisti messi in cella nonostante l'età avanzata consiglierebbe loro una più tranquilla permanenza in casa di riposo, si è avuta da subito la conferma del passo indietro fatto da quella che viene ritenuta in assoluto la consorteria criminale più pericolosa.
Dopo le guerre che hanno sconvolto la geografia delle cosche, con centinaia di vittime, dall'una e dall'altra parte, una volta raggiunta una faticosissima pace, grazie all'intervento dei cosiddetti patriarchi, e la conseguente rigida divisione dei territori, si è pensato che solo l'autorevolezza dei vecchi padrini ormai rassegnati alla pensione avrebbe potuto impedire rigurgiti di violenza e la ripresa delle ostilità.
Qualche omicidio, di tanto in tanto, c'è scappato, ma esso era stato preventivamente autorizzato dalla "commissione" che, s'è saputo ora, adesso si chiama "provincia" con una guida in carica solo per un biennio, eletta col consenso di tutti i capi dei locali di 'ndrangheta sparsi in tutta Italia.
Le risultanze delle recenti indagini, facilitate dalle vere e proprie autoconfessioni dei vari personaggi intercettati, fotografati, filmati, catturati dalle microspie nelle loro a volte tragiche elucubrazioni, hanno permesso di verificare che quello che è sempre stato un rito della onorata società prima e della cosiddetta mafia delle scarpe lucide dopo, continua a ripetersi.
Ci riferiamo al summit di Polsi dove, in mezzo alle migliaia di fedeli che si recano a venerare la madonna della montagna, con tutto il contorno di balli, canti e grandi mangiate, si mescolano gli 'ndranghetisti.
Ma stavolta, grazie ai moderni mezzi tecnici che, un tempo, poliziotti e carabinieri non avevano, si è potuto squarciare il velo su quanto, sotto gli alberi secolari, il "parlamento" delle 'ndrine ha deciso, conferendo i gradi, tra cui quello di Crimine, un incarico a termine, il precariato ha preso piede anche tra la delinquenza associata.
Nonostante le connivenze, le fughe di notizie, gli "appoggi" della politica, il grande blizt che ai più anziani cronisti ha ricordato l'operazione del questore Carmelo Marzano, è andato a buon fine, solo qualche pesce è riuscito a scappare dalle maglie della rete.
Adesso si aspetta la "scossa" d'assestamento: la piovra è ferita, pronta a far ricrescere i tentacoli mozzati. I vecchi padrini non aprono bocca davanti ai giudici, sanno comunque che il tramonto, per loro, stavolta, sarà definitivo.

13/07/10

ERAVAMO GIOVANI E CARICHI DI SPERANZE, MA SU REGGIO CALAVA IL BUIO


Anche quei giorni, così come adesso, erano stati caldissimi, dopo la primavera elettorale che aveva portato alla Regione appena nata personaggi di primo piano della politica reggina. Io, assieme ad altri amici e colleghi, eravamo reduci dall'esperienza della Tribuna del Mezzogiorno, che aveva chiuso i battenti da qualche mese, dopo un accordo tra l'editore di Gazzetta del Sud, il "mugnaio" Uberto Bonino, e il cementiere Pesenti, proprietario del giornale la cui concorrenza era diventata troppo fastidiosa.
La campagna elettorale era stata molto animata, personalmente ero vicino a due candidati: Oreste Granillo, il presidentissimo della Reggina che aveva portato in B, e Lodovico Ligato, che aveva lasciato il giornalismo per gettarsi anima e corpo nella politica. In breve sarebbe diventato un protagonista, dentro e fuori il suo partito, la Dc, ma il destino gli avrebbe riservato una fine terribile. E ci sarei stato io, quella notte a Bocale, a correre per primo e vederlo steso in terra crivellato dal piombo mafioso.
Dal 5 di luglio, dopo il famoso rapporto alla città tenuto dal sindaco Piero Battaglia, gli animi s'erano surriscaldati, ai miei concittadini non andava assolutamente giù che Catanzaro si appropriasse del "pennacchio" di capoluogo di regione per un accordo tra i mammasantissima politici, tra cui gli odiatissimi Giacomo Mancini e Riccardo Misasi.
La giornata del 13, mentre i neo consiglieri tenevano la loro prima riunione a Catanzaro( Battaglia avrebbe poi ceduto a Casalinuovo l'uso del salone di palazzo San Giorgio dove il consiglio sarebbe rimasto per anni) segnò i primi "movimenti" con cortei improvvisati e uno sciopero dei commercianti.
Il giorno dopo, è il 14, la presa della Bastiglia, ricordano i libri di storia, la città esplode, barricate, sassaiole, primi arresti, intervento del prefetto De Rossi che fa liberare i fermati, blocco di tutti i collegamenti. Ma è la sera dopo che in via Logoteta, una traversina del Corso, vicinissima a piazza Italia, avviene il fattaccio, la guerra per il capoluogo fa la sua prima vittima, un inerme ferroviere di 46 anni, Bruno Labate.
Il resto dei due anni successivi è già storia: morti, feriti a centinaia, mutilati, fedine penali "macchiate" per tanti giovani impossibilitati a partecipare ai concorsi. La rivolta finì quando i reggini, anche se a malincuore e convinti che, ancora una volta, lo Stato li avrebbe traditi, accettarono il compromesso, un equivoco storico-politico senza senso, della Giunta a Catanzaro e il Consiglio a Reggio. Sullo sfondo, la promessa del fantomatico "pacchetto Colombo" di industrie mai arrivate.
In quei mesi, esaltante, l'esperienza del settimanale "Nuovo Sud" edito dal cavaliere del lavoro Amedeo Matacena, indicato come uno dei finanziatori della rivolta e per questo persino incarcerato. Lo dirigeva Ugo Sardella, che era stato il mio maestro alla Tribuna, e ci ho lavorato fino a quando non arrivò il primo quotidiano fatto da calabresi per i calabresi, come recitava lo slogan di lancio, soldi della Sir, padrino politico Mancini, stabilimento a Cosenza, redazioni nelle altre città della regione.
Passai così da giornalista "amico" dei fascisti rivoltosi (almeno così credevano alcuni ottusi della sinistra d'allora) a servo manciniano: nessuno sapeva che il giornale, in circa dieci anni di vita, avrebbe formato una scuola di giornalisti di grande levatura, destinati, più o meno, a importanti carriere anche fuori dalla Calabria.
Molti di coloro che oggi pontificano, nulla sanno della rivolta perchè, o anagraficamente assenti o perchè impegnati in altri mestieri, non escluso quello di portaborse dei politici del tempo. C'è un pericolo concreto, con queste rievocazioni a distanza di quarant'anni, solo poche veramente sentite e non a fini puramente commerciali: rinfocolare odi ormai sopiti, riaprire vecchie ferite, i problemi ormai sono altri, e bisogna darsi da fare, prima che la Calabria affondi definitivamente.
Rimane il ricordo di quei giorni, eravamo giovani e pieni di speranza, poi arrivò il buio: onore a chi ha sacrificato la vita per quegli ideali e per chi ha lottato per conservarli, più vivi che mai.

Nella foto Ansa, autore Rosario Cananzi, i blindati pronti a "conquistare" Reggio

09/07/10

E' ANCORA DI GRANDE ATTUALITA' LA LEZIONE DI MARIO BORSA


La faccia di questo signore, raffigurata in alto a sinistra, la classica figura del gentiluomo di stampo ottocentesco, non dirà certamente nulla ai giovani delle nuove generazioni, anche a giornalisti che questo mestiere l'hanno iniziato negli anni quando il ricordo della guerra e del terribile dopoguerra era ormai lontano.
Quest'uomo si chiamava Mario Borsa, è stato un grande giornalista, fervente antifascista, figlio di contadini del Lodigiano, ed ha diretto il Corriere della Sera subito dopo la Liberazione, in momenti difficili per l'Italia che cercava di rialzare la testa.
In questi giorni di grande dibattito nella nostra categoria e non solo, per via della cosiddetta legge bavaglio, mentre le fonti d'informazione si spengono per protesta, mi è tornato più volte alla mente Mario Borsa che, nei testi di storia del giornalismo viene ricordato come colui che da fine letterato, antifascista punito dal regime persino col carcere, non infierì su quei colleghi che al Corriere, per anni, avevano lavorato agli ordini del famigerato Minculpop o, peggio, dell'Ovra, autentiche spie di redazione.
Non è che, al giorno d'oggi, certi soggetti, nelle redazioni, al servizio di altre entità, non ci siano, ma questo è un altro discorso.
Borsa arrivò, si legge nella bellissima storia del Corriere scritta da Glauco Licata, e consegnò al proto, una figura ormai praticamente scomparsa nell'era delle tecnologie, il suo editoriale, poche righe che rilette a distanza di oltre sessant'anni, hanno ancora una freschezza e un'attualità incredibili.
Ho pensato, pertanto, proprio oggi, in una giornata particolare, di riproporla ai miei affezionati lettori, con la speranza che anche i giovani che si affacciano alla professione giornalistica (da commissario d'esami l'ho fatto spesso) la leggano e ne traggano insegnamento.

" Dite sempre quello che è bene e che vi par tale, anche se questo bene non va precisamente a genio ai vostri amici.
Dite sempre quello che è giusto, anche se ne va della vostra posizione, della vostra quiete, della vostra vita.
Siate dunque indipendenti e inchinatevi solo davanti alla libertà, ricordandovi che prima d'essere un diritto, la libertà è un dovere".

06/07/10

A ME IL BAVAGLIO NESSUNO RIUSCIRA' A METTERLO

A quasi due anni dalla nascita di questo blog che tanti amici continuano affettuosamente a seguire, ormai nel pieno d'una estate che s'annuncia caldissima, e non soltanto dal punto di vista atmosferico, sono tante le cose che mi vengono in mente, tante quelle che vorrei dire ma non posso perchè il bavaglio è d'obbligo, e non perchè lo impone una legge che del resto ancora non c'è.
Il vecchio cronista porta dentro di sè l'archivio che nessuno al di fuori di lui può aprire, i segreti d'una vita passata a raccontare i drammi dell' umanità dolente, tra un'esperienza editoriale e l'altra.
Mi viene in mente un piccolo elenco di cose che vorrei accadessero, che NON accadessero, che sicuramente accadranno, ma forse resterà soltanto un pio desiderio.
Vorrei, in primo luogo, che un bavaglio se lo mettessero tutti quei politici che ogni giorno, grazie anche alla compiacenza di colleghi, diciamo così, distratti o soltanto pigri, infarciscono le cronache con le loro dichiarazioni, quale che sia l'argomento, l'importante è apparire.
Vorrei, poi, che il presidente tuttofare della Reggina ascoltasse i consigli che il buon Gianni Baccellieri gli dà dai microfoni di Radio Touring. Spero che la sua seguitissima trasmissione all'ora di pranzo continui, per tutta l'estate, è l'unica voce seria nel panorama di lecchini in servizio permanente effettivo.
A proposito, voglio ringraziare Baccellieri che l'altro giorno, mi ha ricordato, assieme ad altri, tra coloro che diedero vita alla radio ora la più seguita, e che anni dopo contribuirono a salvarla. Rifarei tutto, l'abbiamo lasciata in buone mani.
Vorrei che l'inchiesta giudiziaria di cui tanto s'è parlato in questi giorni, raggiunga la Meta che gli uomini del dottor Pignatone si sono prefissata, cioè scoperchiare il calderone delle commistioni mafia-affari-politica, e anche, aggiungo io, giornalismo sporco, perchè anche in questa sventurata categoria di cui faccio parte c'è parecchio marcio.
Vorrei che tutto fosse chiaro, per evitare generalizzazioni e caccia alle streghe indiscriminata, il rischio è di rafforzare nel loro "prestigio" personaggi che definire chiacchierati è eufemistico.
Vorrei un'estate più sobria, nel rispetto dell'austerity imposta dal Governo, che non si parli, come è accaduto in questi anni, d'una Calabria sprecona, tutta feste e premi, musica a suon di milioni e sagre all'insegna del più vieto provincialismo.
La lista dei desideri sarebbe lunghissima, mi fermo, non prima d'aver rivendicato il mio diritto alla parola scritta, il bavaglio, lo dico chiaro, dopo una vita spesa a raccontare, sempre e comunque la verità, non me lo faccio mettere.

29/06/10

L'ULTIMO TRAGICO VOLO DEL "GUERRIERO" TARICONE


La tragica fine del “guerriero” Taricone ha colpito particolarmente l’opinione pubblica. A Roma la ricorrenza dei Santi Pietro e Paolo viene festeggiata solennemente, la città è deserta, tutta a disposizione dei turisti d’ogni nazionalità che sciamano lungo le vie della città eterna.
Di Pietro Taricone si parla un po’ dovunque, il sentimento di commozione tra le gente che affolla i pochi locali aperti è sincero, il personaggio, venuto alla ribalta giusto dieci anni fa, nella prima edizione del Grande Fratello, era risultato subito simpatico, per la sua genuinità, per certi discorsi a sfondo sociale che erano sembrati inconsueti.
Poi, la love story con la bagnina bresciana Cristina Plevani, finita, come quasi tutte quelle nate tra le mura super spiate della casa. Pietro aveva mostrato a tutti che non era solo muscoli e sbruffoneria, dopo un periodo passato a far serate in discoteca, guadagnando somme notevoli (lui stesso, in una intervista, ammise di aver dilapidato un miliardo delle defunte lire) si mise a studiare, voleva diventare attore, e ci è riuscito.
Accolto dai critici con una comprensibile diffidenza, Taricone, che aveva anche smesso di correre dietro alle gonnelle, intrecciando una stabile relazione con una giovane e brava attrice, la Smutniak, che lo ha reso padre d’una bimba, si è imposto sia sul piccolo schermo, con alcune fortunate fiction, che al cinema.
La sua natura di “guerriero”, un soprannome che gli si attagliava, lo portava a cercare emozioni forti, e le trovava lanciandosi col paracadute, un’esperienza che soltanto chi non l’ha provata può ritenere estrema, e basta.
Non è così: lanciarsi nel vuoto da migliaia di metri, rivivendo quello che fu il sogno di Icaro, rappresenta qualcosa di straordinario, una prova non soltanto di coraggio, l’eterna sfida dell’uomo alle insidie della natura.
Le ali di Pietro Taricone si sono spezzate al suolo, ha cercato, come un airone ferito di riprendere il volo, senza riuscirci, prima di cedere al sonno senza risveglio ha rivolto lo sguardo al cielo azzurrissimo, poi solo il buio. Non tocca a noi andare alla ricerca delle responsabilità, altri dovranno farlo, ammesso che serva a qualcosa. La morte del “guerriero” casertano serva da monito a quei giovani che si misurano in uno sport tanto affascinante quanto pericoloso come il paracadutismo, appeso a quell’ombrello di seta ogni errore può essere fatale.

23/06/10

GIORNALISTI, IL REGGINO ENZO IACOPINO NUOVO PRESIDENTE DELL'ORDINE


Un reggino al vertice dell'Ordine nazionale dei giornalisti: Enzo Iacopino, segretario uscente, succede a Lorenzo Del Boca dopo aver vinto la sfida con il giornalista Rai Giorgio Balzoni.
L'elezione di Iacopino, già capo della redazione romana de Il Mattino, e con una lunga esperienza professionale alle spalle, è avvenuta nella tarda mattinata di oggi nella sala convegni del centro Roma Eventi in piazza della Pilotta, nel cuore della Capitale, a due passi dal Quirinale e dalla Fontana di Trevi.
Le operazioni di voto continueranno anche oggi, per mettere a punto il nuovo organigramma cui toccherà governare l'Ordine nazionale per i prossimi tre anni.
Enzo Iacopino, che è stato per anni presidente della stampa parlamentare, ha ottenuto il consenso dei consiglieri nazionali e dei presidenti degli Ordini regionali, circa 150 grandi elettori scelti dai giornalisti italiani nel corso delle recenti consultazioni.
Negli ultimi anni, in qualità di segretario, Iacopino, che ha iniziato a Reggio Calabria la sua attività giornalistica, proseguita poi con successo a Roma, ha gestito con spirito rinnovatore l'Ordine, curando il trasloco nella nuova, prestigiosa, sede di via Parigi, aumentando il numero delle sessioni d'esame per i professionisti,mettendo mano al riassetto delle scuole di giornalismo autorizzate dall'Ordine.
Per Reggio e la Calabria tutta è motivo di grande soddisfazione e di legittimo orgoglio:Iacopino è atteso da un compito gravoso, in un momento assai difficile per la categoria, nell'attesa della riforma dell'Ordine. Lui ci metterà tutto l'impegno di cui è capace, la passione che lo contraddistingue, al servizio dei colleghi, senza risparmio. Una eredità difficile, quella che Del Boca, gentiluomo piemontese, gli lascia. Da parte mia, che mi onoro di essere amico d'antica data di Enzo Iacopino, gli auguri più affettuosi di buon lavoro.

07/06/10

IN ONORE DEL GRANDE TOM DIVENTO LAZIALE PER UNA SERA


Sono trascorsi più di trent'anni dalla scomparsa di Tommaso Maestrelli, indimenticabile allenatore di Reggina, Foggia e Lazio, ma sono ancora tantissimi gli sportivi, anche coloro che non l'hanno conosciuto, a ricordarlo con manifestazioni di grande affetto.
Una di queste, che da giorni movimenta l'ambiente sportivo romano, è la partita organizzata tra i giocatori che nel 1974, sotto la guida di Tom Maestrelli (così lo chiamavano tutti) si laurearono campioni d'Italia, e una rappresentativa di attori e politici.
Per l'occasione si sono riuniti i protagonisti di quella magnifica cavalcata: manca lui, il mister, che se n'è andato in una fredda serata d'inverno, stroncato da un brutto male, e mancano altri personaggi dello scudetto biancazzurro.
Non c'è Giorgione Chinaglia, a causa dei suoi problemi giudiziari, che lo tengono lontano dall'Italia, non ci sono Luciano Re Cecconi, morto tragicamente un paio di mesi dopo che Maestrelli ci aveva lasciati, e Mario Frustalupi, il "cervello" della squadra che impose su tutti i campi un gioco giudicato, per l'epoca, assai moderno.
In panchina, al Flaminio, i due gemelli Massimo e Maurizio Maestrelli, bambini quando il papà allenava a Reggio Calabria, conservo una foto con loro due, i biondissimi caschetti quasi a nascondergli il viso, in braccia a Carlo Mupo, uno degli "eroi" della Reggina promossa dopo un lungo purgatorio dalla C alla B e che, il primo anno, sfiorò la clamorosa doppia promozione.
La Lazio di Maestrelli era una squadra speciale, dove in campo undici giocatori che finita la partita se ne andavano senza salutarsi, divisi come erano in gruppetti anche politicamente distanti, quando l'arbitro dava il via si gettavano come il falco sulla preda, ed era spettacolo, un calcio che solo dopo tanti anni qualcuno ha definito "champagne".
Giovane redattore sportivo della "Tribuna del Mezzogiorno", assieme al "conte" Paolo Marra, seguivamo la Reggina, si può dire 24 ore su 24, allenamenti e ritiri inclusi.
Ho trovato qualche giorno fa, in occasione d'un trasloco, una bella foto in bianco e nero, scattata dal massaggiatore Cecè Catalano, durante il primo ritiro a Palmi, dopo la promozione. Sullo sfondo, i giocatori hanno tutti magliette diverse, si dormiva in una scuola, pranzo nel refettorio, nei nostri occhi c'è la gioia per un sogno che si è realizzato. Tommaso, da lassù, sarà felice di rivedere i suoi ragazzi della strepitosa annata del '74 correre sul prato del Flaminio, e anch'io,per una notte, sarò laziale.

01/06/10

GIORNALISTI MINACCIATI: IL CASO DI MICHELE ALBANESE


“Sette”, il magazine del Corriere della Sera, ha dedicato un ampio servizio al libro-inchiesta di Roberta Mani e Roberto Rossi dal titolo “Avamposto nella Calabria dei giornalisti infami” occupandosi, in particolare, del caso di un collega, Michele Albanese, cui, tra l’altro, mi lega un’ affettuosa amicizia. Michele è da tempo nel mirino di chi vorrebbe impedirgli di continuare a scrivere da una redazione di frontiera qual è quella della Piana (con sede a Polistena) del Quotidiano della Calabria.
Prima qualche telefonata, poi minacce larvate, “consigli” non proprio disinteressati, poi l’intimazione tramite posta, direttamente alla direzione del giornale cosentino, affidata da qualche anno al napoletano Matteo Cosenza.
A qualcuno non sono piaciuti i servizi apparsi sul quotidiano durante quella che è stata definita la rivolta degli schiavi di Rosarno, cioè dei lavoratori extra comunitari impegnati nella raccolta degli agrumi controllata dalle cosche locali.
E’ scattata la solidarietà, ad ogni livello, Michele Albanese non è stato lasciato solo, almeno nelle apparenze, la magistratura inquirente s’è mossa, poi tutto è rientrato nell’alveo della normalità, lui ha ripreso il suo lavoro, il giornale esce ogni giorno, restano i problemi d’una famiglia in ansia, d’una bambina che a scuola viene additata da un compagno di classe come figlia dell’infame, l’ingiuria più grave per un calabrese, specialmente per chi vive in certe zone.
L’elenco dei colleghi che negli ultimi tempi hanno ricevuto pesanti minacce, attentati, condizionamenti d’ogni genere, avvertimenti trasversali, è lunghissimo, la Calabria, come hanno scritto Mani e Rossi, è la regione più colpita, non bastasse la crisi, la politica litigiosa, il malgoverno, il disastro del territorio, la presenza asfissiante della ‘ndrangheta.
Ho qualche esperienza in materia: conservo una vera e propria “collezione” di lettere con minacce e di altri “oggetti”, del resto con una lunghissima carriera da cronista, specialista in nera e giudiziaria, non poteva essere diversamente.
Al mio amico Michele, che purtroppo non riesce ancora a diventare professionista, in quanto il giornale non rilascia la certificazione necessaria e s’è dovuto rivolgere all’Ordine per avere quella d’ufficio e presentarsi agli esami, ho dato, oltre al mio conforto morale, per quello che può servire, qualche consiglio dettato dall’esperienza. Gli ho suggerito di guardarsi bene attorno, a cominciare dall’ambiente, diciamo così, lavorativo e tenere d’occhio quei soggetti che in apparenza fanno dell’antimafia la loro bandiera, nascondendo ben altri scopi.
Racconto solo un episodio, emblematico: ero in servizio alla redazione reggina di Gazzetta del Sud da appena 48 ore e mi ero dovuto subito occupare dell’omicidio, tra le mura del carcere, del figlio d’un potente boss, vittima del cecchino da me definito dalla mira olimpionica.
Nella buca delle lettere, una missiva composta coi caratteri ritagliati da vari giornali con un agghiacciante annuncio: ti ridurremo a colpi di mitra che neppure tua madre potrà riconoscerti. Erano in pochi, tranne i miei familiari, ad essere a conoscenza del mio improvviso trasferimento da Messina a Reggio, dopo la prematura scomparsa di Gigi Malafarina. Non aggiungo altro.

26/05/10

CONTRORDINE COMPAGNI, SANTORO RIMANE IN VIALE MAZZINI


Qualcuno dei miei affezionati lettori certamente ricorderà il Candido, la bella rivista di satira, ma anche di altro, diretta da Giovanni Guareschi, lo scrittore emiliano noto per la serie di Don Camillo e Peppone.
C'era una vignetta nella quale era raffigurato un ometto con tre narici (i famosi trinariciuti, come Guareschi definiva i comunisti più ortodossi)che pronunciava una frase diventata famosa:"contrordine compagni". Era l'annuncio della revoca d'un ordine dei capi del partito di Togliatti che, però, era stato interpretato in maniera del tutto opposta.
Il "contrordine compagni" arriva dall'ineffabile Michele Santoro, comunista (forse) milionario (sicuro) che ha deciso di annullare l'accordo a suon di bigliettoni che stava per firmare con la Rai, purchè togliesse il disturbo e la piantasse col suo "Annozero". Niente buonuscita da Paperon dei Paperoni: Santoro si.....accontenterà delle 7-800 mila euro l'anno di stipendio che attualmente mamma Rai gli versa.
Certo, da veterocomunista col conto in banca, il buon Santoro non poteva tollerare che venisse sbandierato ai quattro venti il quantum che avrebbe percepito, nell'ordine di una ventina di miliardi del vecchio conio, per dirla con Bonolis. E così ci ha ripensato, con buona pace di tutti, anche io mi sento più tranquillo.
Che ne direste se anche Santoro, seguendo l'esempio di chi guadagna moltissimo, destinasse una parte dei proventi quale contributo al Governo che in queste ore ha varato misure pesantissime per non farci fare la fine dei greci?.

19/05/10

SANTORO LASCIA LA RAI, MA PER LUI LA CRISI NON ESISTE


"Ad essere perseguitati, ci si guadagna".Questo il commento, un pò acido per la verità, di Bruno Vespa alla notizia della "separazione consensuale" milionaria di Michele Santoro dalla Rai.
Certamente, il Vespone nazionale non dovrebbe scandalizzarsi, visto quando guadagna ogni anno vendendo i suoi reportage "porta a porta", ma se le cifre riportate dai giornali relative all'accordo che Santoro avrebbe raggiunto col direttore generale Masi sono veritiere, c'è da rimanere quantomeno sconcertati, nel momento in cui i morsi della crisi si fanno sempre più duri, tanto da costringere il Governo ad una "manovra" che si preannuncia terribile per le tasche dei malcapitati contribuenti, in special modo quelli a reddito fisso.
Se per togliersi dalle scatole Santoro e il suo "Annozero" la Rai ha deciso di sborsare una barca di soldi, proprio nel momento più nero per la stampa quotidiana e periodica e per l'editoria in genere, la cosa deve far riflettere e richiedere, a nostro modesto parere, una reazione a livello aziendale, degli organismi sindacali di categoria, di tutto il mondo dell'informazione.
Tantissimi soldi senza chiudere la porta definitivamente ad un personaggio scomodo, mentre decine, centinaia, di giornalisti lavorano per poche centinaia di euro, senza prospettive.
Porto la mia esperienza personale di commissario agli esami di Stato per il riconoscimento del titolo di giornalista professionista: tanti giovani colleghi, alcuni dei quali davvero dotati, ma senza "sponsor" politici o d'altro genere alle spalle, rischiano di non trovare spazio. Invece, basta essere figlio di, amante di, appartenente a determinate "cricche" (perdonateci l'uso del termine, ma è di attualità)per accomodarsi su comode poltrone, magari in quegli Enti dove gli sprechi tanto denunciati dal ministro Brunetta continuano.
Alla Regione Calabria, mi dicono, i nuovi starebbero facendo esattamente come i vecchi, forse anzi peggio, per quanto riguarda la comunicazione istituzionale. Ma tornando al caso Santoro, ai colleghi della Fnsi, dell'Usigrai, degli Ordini interessati, mi permetto di suggerire: non sarebbe il caso di fare uno sciopero ad hoc, magari assieme a quello per la legge sulle intercettazioni?.

17/05/10

ADDIO A PEPPINO REALE ESEMPIO DI POLITICO AL SERVIZIO DELLA GENTE


Con la morte di Giuseppe Reale scompare una figura di primo piano della politica calabrese. Lui che non era reggino di nascita, amò questa città che lo aveva adottato da austero professore di lettere fino al punto da diventarne uno strenuo difensore all'epoca dei cosiddetti "moti" per il capoluogo di regione.
Peppino Reale, come lo chiamavano gli amici e i tanti estimatori che tuttora lo circondavano col loro affetto, pagò anche un prezzo politico, all'interno della Dc, nonostante il grande consenso che raccoglieva alle elezioni.
Finita la parentesi parlamentare, fatta di quattro intense legislature, Reale si era defilato, inseguendo il suo ultimo sogno, quello di dare vita ad una banca popolare tutta calabrese, anzi reggina.
A lui Reggio deve molto: senza il suo spasmodico impegno non sarebbero nate due università, la Mediterranea e quella per stranieri, nè avremmo avuto l'accademia di belle arti, il Conservatorio di musica e tante altre iniziative di stampo culturale ed editoriale.
Breve la sua esperienza da primo cittadino, in tandem col vulcanico vice Amedeo Matacena senior, il "re" dei traghetti privati col pallino della politica, un altro innamorato di Reggio che, al pari di Reale, non ha ricevuto le riconoscenza che avrebbe meritato.
Un ricordo personale le sue telefonate domenicali al giornale per chiedere sostegno nel difficile compito di guidare la città nei mesi angosciosi del dopo tangentopoli, si trattava di raccogliere le macerie lasciate da una classe politica inetta e corrotta.La limpidezza dei comportamenti, l'onestà oltre ogni limite, sono state le componenti essenziali d'una lunga esistenza al servizio della gente, nel rispetto dei dettami evangelici.
Peppino Reale trasferisce la sua "residenza" nel regno dei giusti, illuminato da una fede incrollabile che, fino all'estremo, gli ha dato consolazione. Addio professore, non dimenticherò il suo sorriso sornione sotto la barbetta quando ci salutavamo uscendo da messa.

16/05/10

MORABITO DIVENTA AMBASCIATORE, EMBLEMA DELLA CALABRIA MIGLIORE


Antonio Morabito, reggino di Gallina, diplomatico di carriera, è il nuovo ambasciatore d’Italia nel Principato di Monaco. La nomina è stata decisa dalla presidenza del Consiglio su proposta del ministro degli Esteri, Franco Frattini .
Morabito, che nel corso degli ultimi anni ha fatto parte dell’ufficio del consigliere diplomatico del presidente del Consiglio Romano Prodi ed è stato consigliere del ministro Rosi Bindi, è stato in servizio nelle ambasciate di vari Paesi, ultima esperienza importante quella di Teheran.
Ha portato fortuna al neo ambasciatore il “Sangiorgino d’oro” che gli è stato assegnato di recente, ultimo di prestigiosi riconoscimenti che, in varie occasioni, gli sono stati attribuiti. Tra questi ricordiamo anche il “Bergamotto d’oro” dei Lions: Morabito fa parte dell’albo d’oro accanto ad illustri personalità eccellenti nei rispettivi campi di attività.
Di formazione cattolica, Antonio Morabito, sposato e padre di due figli, ha sempre mantenuto uno stretto legame con la sua città natale, in particolare col quartiere collinare dal quale si è allontanato giovanissimo per intraprendere gli studi.
Dopo la prima esperienza in Indonesia, della quale ha parlato in un volume edito qualche anno fa, Morabito è stato in Argentina, prima di rientrare in Italia ed occuparsi alla Farnesina di cooperazione internazionale.
La nomina ad ambasciatore nel regno dei principi Grimaldi segna un traguardo, ci auguriamo provvisorio, nella carriera del giovane diplomatico che onora la Calabria migliore, quella delle intelligenze che emigrano e che portano in ogni luogo il loro bagaglio di cultura e civiltà. Ad Antonio Morabito sono giunte numerose felicitazioni ed attestazioni di stima, alle quali aggiungiamo le nostre, le più affettuose, orgogliosi come siamo dei successi degli amici, e Antonio lo è.

02/05/10

"AFFARI TUOI" NON AVRA' PIU' IL CATTIVO DOTTOR PASQUALE


Una pizza a pranzo nel cuore di Roma, da “Alfredo” in piazza Augusto imperatore, si mangia all’aperto, la città eterna regala una delle sue splendide giornate di primavera. Tutto intorno è un viavai di turisti d’ogni parte del mondo, il ponte del primo maggio ha portato tanta gente, una vera boccata d’ossigeno in tempi di crisi.
Al tavolo accanto una gradita presenza, occasione per una piacevole conversazione con Pasquale Romano, l’ineffabile “dottore” della popolare trasmissione di Raiuno “Affari tuoi” condotta con successo dal vulcanico Max Giusti.
Pasquale mi dà subito una notizia: da settembre, quando il programma dovrebbe riprendere, a condurre le trattative con i concorrenti alle prese coi pacchi non ci sarà più lui. Infatti ha deciso di fare il produttore per conto della Toro, con sede anche in Spagna, che, tra l’altro, si è aggiudicata i diritti de “La talpa”.
Dopo anni di successi, (Romano, tra l’altro, ha firmato programmi come Il Malloppo, e I soliti ignoti) il simpatico Pasquale, cognato dell’indimenticabile Alberto Castagna, è alla ricerca di nuove esperienze.
E mentre entrambi gustiamo una napoletana con bufala, fiori di zucca e filetti di alice, un’altra notizia: quanto prima vedremo una novità (non posso anticiparvi altro) che prevede una sfida sul piccolo schermo tra due noti conduttori. Certamente sarà un successo. Intanto, la Rai dovrà organizzarsi per riproporre con una nuova guida (sembra che né Giusti né Insinna siano più disposti a condurre la trasmissione) “Affari tuoi” che ha assicurato in questi anni ottimi ascolti.
A Pasquale Romano facciamo i nostri auguri con un brindisi sotto i portici di piazza Augusto imperatore, circondati da giapponesi che fotografano, come al solito, tutto quello che capita a tiro, comprese le fumanti pizze che escono dal forno.

20/04/10

DA ROMANISTA DICO A FRANCESCO TOTTI: NON FARLO PIU'


Ventimila euro di multa, per uno come Francesco Totti, che guadagna parecchi milioni l'anno, sono una bazzecola.
Il "pollice verso" retaggio degli antichi romani impegnati nel Colosseo a decidere della vita o della morte dei poveri cristiani gettati in pasto alle belve feroci, è stato sanzionato, ma sarebbero stati molti, me compreso, se a Totti fosse stata affibbiata una bella squalifica che gli servisse da lezione per i futuri...derby.
La Roma è la mia squadra del cuore, sin da bambino, e quest'anno lo è ancor di più, anche perchè mi sta ripagando delle delusioni che la Reggina, ha regalato ai suoi tifosi.
Il derby è un'occasione da almeno una volta nella vita e, da quando sono andato a vivere nella Capitale, cerco di non perdermelo, l'atmosfera è diversa, anche rispetto agli altri incontri cosiddetti di cartello.
Non trovo alcun tipo di giustificazione per quanto è accaduto a fine partita, durante i festeggiamenti, con i giocatori, Totti in testa, che hanno offerto uno spettacolo sgradevole, dando un esempio negativo e solo la massiccia presenza delle forze dell'ordine e il buonsenso di molti hanno impedito il verificarsi di incidenti ben più gravi.
Totti la bandiera, il capitano, l'idolo, il simpatico protagonista, finto tonto, come l'ha definito Aldo Grasso sul Corriere della Sera, di spot pubblicitari, ha macchiato la sua immagine con un comportamente assai fuori dalle righe, scatenando le proteste del popolo laziale, che non meritava una simile mortificazione anche se a titolo di sfottò.
Totti è recidivo, si ricorderà infatti la maglietta con la scritta provocatoria di qualche anno fa, e fu anche allora violenta rissa come l'immagine che correda il pezzo testimonia.
Francesco, ti prego, anche a nome di tanti tifosi giallorossi che aspettano il sospirato scudetto, non farlo più anche se, forse, il derby con la Lazio, se continua così, l'altr'anno non ci sarà.

07/04/10

STRAGE DI RAZZA': RESTA IL MISTERO SU CHI FOSSE MISTER X


Il giorno della strage di contrada Razzà, nel fitto d'un agrumeto a qualche chilometro da Taurianova, non ero in Calabria, stavo rientrando assieme a mia moglie e al mio primo figlio dalla Toscana.
Da una stazione di servizio chiamai la redazione del Giornale di Calabria dove lavoravo da qualche anno e, trovandomi nei pressi di Cosenza, interruppi il viaggio di ritorno a Piano Lago, dov'era la sede centrale del giornale, nato nel 1972 per volontà di Giacomo Mancini, il "califfo" socialista uno dei "signori" della politica calabrese.
Anche se dal punto di vista giudiziario la vicenda è da tempo chiusa, con la condanna dei responsabili dell'efferata esecuzione dei due eroici carabinieri Stefano Condello e Vincenzo Caruso (caduti assieme a due appartenenti alla temibile cosca degli Avignone) non è mai stato chiarito il mistero su chi fosse il personaggio al quale i partecipanti al summit mafioso avevano riservato l'unica sedia nella angusta casupola, tutti gli altri sedevano sulle cassette adoperate per la raccolta delle arance.
Il caso tenne desta l'opinione pubblica non soltanto calabrese per mesi e mesi: ad un anno dalla strage, mentre in Assise, a Palmi, veniva celebrato il processo ai responsabili identificati grazie ad un lavoro investigativo coordinato dall'allora giovanissimo sostituto Salvatore Boemi, la Corte ritenne di effettuare, presenti alcuni degli imputati, un sopralluogo nella zona in cui, il pomeriggio del primo aprile, una tiepida giornata di primavera, tre militari del Radiomobile di Taurianova, Caruso, Condello e Pasquale Giacoppo, scampato alla morte perchè rimasto nell'auto di servizio, fecero irruzione nella casetta colonica.
Il militare sfuggito per pura fatalità all'eccidio, rievocò, tra la commozione dei presenti, i terribili momenti della sparatoria, della fuga disordinata dei mafiosi che stavano partecipando ad una riunione che, si disse, sarebbe servita ad "organizzare" la partecipazione delle famiglie ndranghetiste dominanti agli appalti per i lavori pubblici da effettuare nella zona.
Giacoppo, visti i quattro cadaveri, corse in caserma (la radio non funzionava bene e, allora, i cellulari non c'erano) e chiese aiuto: Condello e Caruso avevano le divise strappate, avevano lottato fino allo stremo per disarmare e fare fuoco contro alcuni dei criminali che, per tutta risposta, gli scaricarono contro le armi.
Bisognava "coprire" il misterioso mister X in onore del quale la riunione era stata organizzata. Dopo una serie di accertamenti e dopo la testimonianza d'un benzinaio conosciuto col soprannome di Calimero (il pulcino d'uno slogan pubblicitario in voga al tempo) finì sotto processo il potente direttore dell'Area di Sviluppo Industriale, Renato Montagnese, esponente di spicco della Dc, scagionato dopo una tormentata istruttoria condotta da un magistrato reggino in servizio a Palmi, Augusto Di Marco, scomparso qualche anno fa.
E' rimasta avvolta nel mistero la figura del "presidente" del summit, resta la sentenza dei giudici palmesi raccolta in un prezioso volume curato dal giudice Saverio Mannino con la prefazione di Luigi Malafarina.
L'esempio del sacrificio dei carabinieri medaglie d'oro Caruso e Condello viene offerto a chi intraprende la carriera nell'Arma scegliendo di mettersi al servizio dello Stato senza riserve, senza rinunciare al sacrificio, anche a quello della vita, come fecero i nostri due eroi, un pomeriggio d'aprile nell'aranceto di Razzà.

Nella foto, i funerali di Stato ai carabinieri uccisi a Razzà

06/04/10

A UN ANNO DAL TERREMOTO IL MIRACOLO DI RADIO ROCK CONTINUA


E' passato un anno, ma quella notte non potrò certo dimenticarla: tutta Roma tremò per le scosse che stavano devastando l'Aquila, un terremoto disastroso le cui ferite sono ancora presenti, nonostante la ricostruzione sia partita celermente, come mai nel passato d'una Italia terra ballerina.
Mentre nella antica città abruzzese le case crollavano inghiottendo i morti a decine, nella Capitale, ai piani alti, il sisma venne avvertito al punto da gettare tutti dal letto e, in men che non si dica, strade e piazze si riempirono.
Le notizie, sui canali televisivi, tranne quelli a pagamento, arrivavano col contagocce, ma ci fu un'emittente che, nel silenzio generale, tenne informati quelli che, come me, erano sintonizzati sulle frequenze di Radio Rock.
Che notte, quella notte: i due giovani conduttori improvvisarono una straordinaria diretta, dando voce alle tante persone, specialmente quelle anziane e sole, che chiedevano soltanto di poter parlare con qualcuno, di condividere i momenti d'angoscia, di avere un pò di conforto.
La notte di Radio Rock: ne scrissi su questo blog e fu un diluvio di "visite" e di mail, non me l'aspettavo, il pezzo fu letto e riletto durante le ore successive, capisci, in questi momenti, che questo mestiere, a volte, vale la pena di averlo scelto come compagno di vita, di tutta una vita. Il miracolo di Radio Rock continua ancora.

03/04/10

MARRAZZO DI NUOVO IN TV, UN ESEMPIO NEGATIVO


Il caso Marrazzo torna in questi giorni sulle prime pagine dei giornali che, in verità, avevano fatto calare una sorta di cortina del silenzio dopo le misteriosi morti dello spacciatore-confidente Cafasso e del trans Brenda.
Anzi, era iniziata una operazione-recupero dell'immagine dell'ex governatore, fotografato sorridente, con tanto di scorta, assieme ad una delle sue figlie e si era parlato con una certa insistenza del rientro in Rai dopo una lunghissima aspettativa.
In Italia, si sa, attorno a certi personaggi, pur se coinvolti in storie non proprio pulite (meglio ancora se ospiti per qualche tempo delle patrie galere) scatta una specie di "perdonanza" e talvolta c'è chi si avvantaggia di questo status, fino a trarne anche benefici di carriera.
E' successo per altri giornalisti (clamoroso il caso Farina, la spia chiamata in codice Betulla), anche in ambito diciamo nostrano c'è qualche episodio: il ritorno in pista c'è stato e, come se niente fosse accaduto, continuano a pontificare e a fare del moralismo a buon prezzo.
Ora che si parli di Marrazzo inviato in una sede estera, o addirittura come conduttore di un programma su Rai 3, ci sembra eccessivo, il consiglio d'amministrazione e i direttori di rete dovrebbero tenere conto che il personaggio non rappresenta certamente il meglio del giornalismo ed è un esempio negativo soprattutto per i giovani. C'è chi dice che la vita privata non deve essere confusa con quella professionale, ma c'è un limite a tutto. Si vuole continuare a pagare uno stipendio a Marrazzo, con i soldi dei contribuenti, lo facciano pure, ma ci risparmino il suo sguardo strabico e il sorrisetto dai teleschermi.

Nella foto. Marrazzo il giorno del suo secondo matrimonio