13/09/18

Dal libro "Il Mestieraccio" - ricordo di Nello Vincelli

Dal ’52 la “Gazzetta” è nelle edicole, il fondatore, Uberto Bonino, col piglio del pioniere, decide che è il momento di tentare l’avventura in Calabria, secondo l’antica tradizione che vede Messina e la regione dirimpettaia impegnate in una sorta di scambio sinergico, in fatto d’informazione.
A Reggio affida la redazione, due stanzette in via Logoteta, a pochi passi da piazza Italia, al vulcanico Ciccio Liconti, assicuratore col pallino del giornalismo. Con lui lavorano alcuni giovani di belle speranze: Nello Vincelli, vicino al mondo cattolico, dirigente nazionale dei giovani Dc, Renato Turano, che in seguito sceglierà di fare il bancario, Umberto Paladino, reporter di razza, che, passato alla concorrente “Tribuna del Mezzogiorno,” abbandonerà poi anche lui la professione. Vincelli resta al giornale per un paio d’anni, ma si capisce che il suo destino è già scritto.
Grazie a uno sponsor che si chiama Amintore Fanfani, questo giovane mite, umile, che piace alla gente semplice, viene eletto, a neppure 27 anni, deputato, con più di quarantamila preferenze.
Reggio porta a Montecitorio, oltre a lui, Peppino Reale, austero professore di lettere, che vivrà anni dopo una breve parentesi da sindaco, e un chirurgo di fama, Antonino Spinelli, anche lui di Catona, il rione dove Nello Vincelli, nato in Sicilia (a Melilli, in provincia di Siracusa) ma reggino d’adozione, è venuto a vivere quando il padre, maresciallo dei carabinieri, vi si è trasferito.
Inizia per Sebastiano Vincelli, che continuerà a farsi chiamare Nello, una lunga carriera politica, ricca di soddisfazioni, ma anche costellata da qualche delusione.
Lui, nei momenti difficili, non s’è mai perso d’animo e ha continuato a vivere la sua vita per la politica, la politica come vita.
Deputato fino al ’76, poi senatore dal ’79 all’83, più volte sottosegretario, sempre presente nei vertici dello scudo crociato, amico dei più prestigiosi leader ma, sino alla fine, vicino a Fanfani, una fedeltà che in politica lo faceva apparire quasi come un marziano.
Nello Vincelli ha legato il suo nome a più di quarant’anni di vita politica in Calabria e a Reggio, la città che ha amato profondamente, il rione dove tornava sempre, nella casa a pochi passi dal mare dove ha atteso la morte con grande serenità, col conforto della Fede, l’assistenza delle due sorelle, del fratello, dei carissimi nipoti, rivolgendo per l’ultima volta lo sguardo al cielo azzurrissimo mentre davanti agli occhi calava inesorabile una nuvola nera.
Per lui la politica era tutto, ma la “Gazzetta” era il suo più grande amore. Le ultime energie le ha spese per l’associazione Anassilaos, che presiedeva, sempre prodigo di consigli, sempre disponibile al sacrificio.
Era, sin dalla costituzione dell’ente morale, consigliere della Fondazione Bonino-Pulejo. Un paio di mesi prima della morte, già provato dal male, parlammo a lungo, al telefono, aveva appena un filo di voce, ma era felice, perché poteva parlare della “sua” Gazzetta e per un attimo dimenticò l’appuntamento che la signora con in mano la falce “che pareggia tutte le erbe del prato”gli aveva fissato.
E parlammo anche di come prepararsi all’altra vita, lui che era cattolico osservante mi chiese cosa sarebbe stato opportuno leggere, oltre alle sacre Scritture, per affrontare il distacco.
Sussurrai due nomi: Manzoni e Bernanos, la conversione dell’Innominato e il “diario d’un curato di campagna”. Ho saputo che, negli ultimi tempi, erano la sua lettura preferita.
Se n’è andato così come era vissuto, in punta di piedi, al giudizio divino si è presentato con l’animo puro, di uomo sensibile e fermo nei suoi principi, politico capace e onesto, che sapeva dire le cose, senza alzare i toni.
Era ancora capace di farsi ascoltare, soprattutto dai giovani, in cui credeva, riuscendo a conservare quella freschezza di pensiero che è propria delle menti nobili.

18/06/18

LA VALLE DOVE NASCONO I SOGNI

Com'era bella quella valle, tutta verde tra dolci colline e tale è rimasta anche quando quel muro di cemento chiamato diga ha fatto nascere il lago che riflette il paesaggio ancora per fortuna selvaggio, nascosto quel tanto che lo ha salvato dall'aggressione degli uomini.
Un posto tranquillo, paesini di pochi abitanti, un negozio che vende tutto, la farmacia, la caserma dei carabinieri, la scuola: i ragazzi arrivano anche dai centri vicini e se vuoi comprare un giornale o fare benzina devi spostarti, col tempo la popolazione s'è ridotta, salvo l'estate quando rientrano gli emigrati e arrivano i turisti ospiti di un alberghetto che non ha tante pretese, ma è pulito e si mangia bene.
Poi, arriva l'autunno con un tantino di tristezza, gli amici sono partiti, qualche flirt sarà inevitabilmente destinato a finire, torna la noia dei pomeriggi, la solita partita a carte, il campionato. E' questo lo scenario di vita di un giovane, si chiama Andrea, ha fatto buoni studi, sta cominciando a lavorare, gioca al calcio, difensore ma anche buono per il centrocampo, uno dei tanti che calcano i campetti polverosi della vallata del Turano, nel cuore del Lazio poco conosciuto, ma che riserva inesplorate bellezze.
Di questi anni, del calcio dilettantistico d'allora, senza veleni e soprattutto senza soldi Andrea Lo Vasto ha voluto parlare nel suo libro "11 numero perfetto" edizioni Media & Books, il diario dai toni romantici di anni che hanno visto in quella valle  col lago dalle acque verdi nascere un sogno.
I protagonisti sono quanto di più assortito possa trovarsi nel genere umano: c'è il professionista che ha studio in città ma vive nel paesetto che ama, un farmacista, il piccolo industriale che è rimasto quando tutti sono andati via, il forestiero che è venuto per una vacanza e s'è fermato per sempre, il pensionato che allena per hobby, un gruppo di giocatori alcuni dei quali meriterebbero altri palcoscenici, invece debbono accontentarsi degli applausi di qualche decina di appassionati che assistono a partite spesso dai toni agonistici accesi, ma che si concludono con un abbraccio generale, senza rancore.
Nasce una società, con tutti i crismi dei regolamenti, le cariche, i compiti ben definiti, dal presidente al magazziniere, ai custodi e agli ex militari che assicurano vigilanza e frenano qualche spirito bollente. 
Il nome della squadra ci riporta ai campionati sudamericani, il Vacuna, i colori sociali sono sgargianti, invece il teatro è un altro, la voce si sparge nella vallata, tutti accorrono per vedere questo manipolo di coraggiosi che corre su terreni polverosi con palloni pesanti e non tutti hanno le scarpe adatte. Il tempo è passato, inesorabile, la vita ha portato Andrea altrove, la famiglia, il lavoro, un altro lavoro, ma nella mente un chiodo fisso, ore e ore, giorni e giorni, anni a rimestare tra i ricordi, a prendere appunti, a collezionare le amate citazioni latine, la lingua dei nostri padri, di coloro che sottomettendo tutti erano diventati i padroni del mondo, i romani. Nel suo libro non ha raccolto soltanto le tracce di quel calcio che è sparito per sempre, ma ha resuscitato personaggi, reinventato lo spirito che animò quel gruppetto di persone che hanno voluto far diventare realtà un sogno che sembrava impossibile.
Se capiti nella vallata, un giorno qualunque, e tendi l'orecchio attraversando uno dei tanti paesi sempre più silenziosi, ti sembra ancora di sentire il grido di vittoria del Vacuna, la squadra che resta un mito e chi la fondò, chi vestì quella maglia, a suo modo, fa parte della leggenda.

13/03/18

IL DIAVOLO INNAMORATO

L'appuntamento è per mercoledi, ore 21, al teatro LE SALETTE, zona piazza Cavour : va in scena la prima de "Il diavolo innamorato", regia di Stefano Maria Palmitessa. Un lavoro, che vede ancora all'opera la compagnia Paltò sbiancato, tratto da un'opera di Jacques Cazotte con l'adattamento di Francesca e Natale Barreca. Il cast degli artisti è composto da Alessandro Laureti, Mary Fotia, che cura anche i costumi, Filippo Di Lorenzo, assistente alla regia, Marilia Valenza, Viola Creti, Massimiliano Calabrese, Davide Poli. Le coreografie sono di Mara Palmitessa, le musiche di Silverio Scramoncin.
Il diavolo che tenta l'uomo, un clichè delle fantasie di tuttii tempi, ma quando ci si spinge oltre, le tentazioni aumentano. Alvaro, giovane e nobile, s'imbatte, per la sua curiosità di esplorare il mondo occulto, in un demone sui generis che decide di sperimentare il più profondo e rischioso dei sentimenti umani, l'amore.
Il testo affronta, in maniera originale, il rapporto tra il vizio e l'uomo. Biondetta freme di appassionata femminilità, sussulta e palpita come una donna mortale. L'intrigo si amplifica coinvolgendo sfere di relazioni e di affettuosità che porteranno il nobiluomo spagnolo a compiere un'ineludibile scelta. L'essenza dell'atmosfera del testo francese resta, ma questa piè ne esalta l'attualità asciugando fin dove è possibile il linguaggio che il brivido finale dilegua in una bolla opalescente. Da mercoledì a sabato spettacolo alle 21, domenica alle 18. Chi ha seguito le recenti performance de Il paltò sbiancato non ha dubbi, sarà certamente un successo.

21/02/18

12/12/17

QUANDO IL MARE PROFUMAVA DI VACANZE






 


Anni Trenta, da Roma per arrivare a Santa Marinella, bastavano pochi minuti alle poche automobili in circolazione, altrimenti c'era il treno. C'è una famiglia della media borghesia che da qualche anno ci viene in vacanza, quella di Alessandro Zecca, questo posto gli è caro perché gli ricorda la costiera amalfitana, a lui che è di Salerno. Pertanto, appena si presenterà l'occasione, vuole comprare casa e quest'anno, il 1934, sembra quello buono. C'è un villino lungo la via Aurelia che potrebbe fare al caso suo anche perchè a Santa Marinella l'aria è particolarmente salutare e giova tanto ai bambini, quattro, che la moglie Teresa gli ha regalato.
Maria Vittoria Zecca, sposata Casa, la secondogenita, che ha tagliato il traguardo dei novant'anni, ha voluto, con l'aiuto della figlia Maria Cristina, dare alle stampe quello che lei definisce il diario di bordo degli anni spensierati della fanciullezza e della gioventù. Proprio a Santa Marinella conoscerà il futuro marito, Francesco Casa, scomparso qualche anno fa, dopo una brillante carriera di giornalista. Anche i figli Filippo e Giovanni hanno dato il loro contributo perchè questo desiderio dell'anziana madre venisse realizzato. "Quando il mare profumava di vacanze" edito da Vertigo è stato presentato, qualche giorno fa, nel salone della casa vacanze del Don Orione, zona Camilluccia. La descrizione che le autrici (mamma e figlia hanno scelto entrambe di insegnare lettere) fanno di quel villino di Santa Marinella è poetica, rinnovando momenti che hanno segnato la vita d'una famiglia felice: i pranzi a base di pesce, i frutti di mare mangiati crudi, la cassata portata da un amico siciliano, i bagni nel mare cristallino. Un papà che ama vivere alla grande, che sceglie il meglio, dal cibo ai vestiti, ai fiori per il giardino e che trasmetterà ai figli il culto dell'arte, della poesia, della bellezza intesa come senso di pienezza.
Un papà che riempiva la casa con la sua presenza e con le sue piccole manie, quale quella di avere sempre le scarpe lucidissime. Dopo un' infanzia difficile, era diventato dirigente d'una banca e uno studioso di economia, la sua casa era sempre aperta, non solo quella delle vacanze, per i suoi amici e quelli dei suoi figli. La vita spensierata, con i giochi di quell'epoca, senza play station e cellulari, senza computer, sarebbe finita presto con l'arrivo della guerra, i trasferimenti al seguito di papà, gli anni di scuola a "Les Oiseaux" di Roma. Qui Maria Vittoria intraprende il percorso spirituale e un cammino di fede che ha seguito in questa lunga parentesi di vita terrena. Non poteva mancare nel libro un riferimento ai nonni materni, una famiglia che ha avuto un ruolo di rilievo nell'Ottocento salernitano: sindaci, deputati, senatori, professionisti di valore. A Santa Marinella il viaggio comincia e finisce, quando un bambino paffutello che la mamma di Maria Vittoria vede quando va a prendere il figlio a scuola, diventa grande e il destino lo porta tra le braccia della ragazza vicina d'ombrellone, si chiama Francesco Casa. Si sposeranno ma nonno Alessandro i nipoti non li conoscerà mai. In appendice una piacevole parentesi poetica, con le liriche di Maria Cristina, delicate nella loro semplicità.

08/11/17

Da Calabria.Live.News - A TERNI DOMANI "IL MESTIERACCIO" DI FRANCO CALABRÓ


   
A TERNI DOMANI "IL MESTIERACCIO" DI FRANCO CALABRÓ
8 Novembre – Domani pomeriggio a Terni il Lions Club S. Valentino ospita la presentazione del libro del giornalista Francesco Calabrò "Il mestieraccio" - 50 anni di vita da cronista. L'incontro si svolge presso l'Archivio di Stato a Palazzo Mazzancolli, con la partecipazione del presidente del Club Ivano Argentini, e il giornalista Riccardo Cecchelin e il Prof. Antonio Fratto. Sarà presente l'autore insieme con il giornalista ed editore Santo Strati.
Franco Calabrò è un giornalista nato a Rieti ma va considerato calabrese ad honorem (avendo trascorso gran parte della sua vita professionale in Calabria) e può vantare un lungo curriculum contrassegnato da prestigiosi incarichi professionali presso importanti quotidiani e trasmissioni televisive nazionali. Negli ultimi anni ha lavorato all'Ordine nazionale dei Giornalisti coordinando i corsi per gli esami professionali a Fiuggi e come consulente della presidenza.
Il libro racconta 50 anni di vita da cronista, tra cronache, aneddoti, persone e personaggi, e costituisce un'ottima base di partenza per i giovani che vogliono diventare giornalisti. Non è un libro di memorie, ma una puntuale cronistoria di eventi e avvenimenti vissuti in prima persona e raccontati con un garbo e uno stile che avvince e coinvolge il lettore. Il libro - edito da Media&Books - ha già registrato un ottimo riscontro di pubblico e critica. (rr)





03/11/17

FAUSTO D'ORAZIO E AMATRICE, RITORNO AL PRIMO AMORE

E' un periodo fecondo per il noto artista che tra qualche giorno concluderà la sua performance dedicata al paese del Reatino cui lo legano ricordi di vita e esperienze entusiasmanti. Un successo senza aggettivazioni quello che ha accompagnato l'esposizione di lavori, alcuni dei quali appartenenti a collezionisti privati, nelle sale di banca Fideuram Invest a Roma. Un omaggio, questo che D'Orazio ha voluto fare al paese martoriato dal terremoto, dove ha vissuto a lungo e ogni estate regalava ai tanti visitatori, dipingendo all'aperto, scorci di un angolo della Sabina tra i più suggestivi di quella provincia rurale che conserva usi e costumi antichissimi.

 











 Paesaggio del Maestro D'Orazio

Nel mentre la mostra romana volge al termine, Fausto non ha voluto mancare al tradizionale appuntamento con via Margutta, una manifestazione che vede presenti nella strada del centro di Roma nota come la via degli artisti, pittori che non rinunciano, come D'Orazio, a portare fuori dagli atelier i loro lavori, aprendosi al pubblico non solo romano. Anche stavolta Fausto non ha voluto discostarsi da quelle che sono le sue caratteristiche, che ne fanno, come ama definirsi, un "artigiano del colore" con i suoi caratteristici fasci di luce che come sentieri luminosi, attraversano l'opera. Anche le rovine delle case di Amatrice che, autentiche ferite, emanano sentimenti dolorosi, diventano arte viva quasi a voler rinnovare lo strazio di ore di terrore e morte. Amatrice vive e vivrà ancora nelle tele di D'Orazio e sarà la memoria per chi ha perduto tutto tranne la speranza.

28/07/17

SERATA DI GALA PER "IL MESTIERACCIO"



Serata di gala organizzata dal circolo culturale “La belle époque” e circolo di società “Rosina Caccamo”, che hanno scelto la prestigiosa location di villa Franca della famiglia Barresi, sul lungomare di Cannitello, per presentare  il libro di recente pubblicazione, opera del giornalista Franco Calabrò, dal titolo “Il mestieraccio”. Si tratta del racconto di mezzo secolo di vita da cronista, che l’editore Santo Strati ha raccolto, passando in rassegna il prezioso archivio di un giornalista che, lavorando in tante testate, anche prestigiose, ha arricchito. E partendo da qui che è venuto fuori un affresco dai toni in chiaroscuro, tra cronaca e personaggi che nel corso degli anni hanno incrociato la strada di Calabrò. Numerosi i presenti, tra cui il neo sindaco di Villa Giovanni, Giovanni Siclari, con il vice sindaco Richichi, l’assessore D’Agostino, l’ex sindaco Rocco Cassone, l’onorevole Giuseppe Caminiti, impeccabile l’organizzazione curata  dall’architetto Domenico Barresi, splendido anfitrione, con la collaborazione di  Maria Giovanna Salzone e del segretario del Circolo, Nino Carlo.
E’ toccato alla professoressa Maria Rosaria Alampi  tracciare il profilo dell’autore richiamando, attraverso la lettura di alcuni brani, quella che è la linea seguita dallo scrittore che ha sapientemente mescolato note biografiche alla descrizione di figure e “figuri” a cominciare da personaggi noti alle cronache anche in campo nazionale.
Calabrò si è rivolto ai giovani che intendono avviarsi a una professione che, per quanto in crisi, dovuta al tracollo economico di quasi tutte le aziende editoriali, resta sempre in cima ai loro desideri. Il mestieraccio, ha affermato, esercita ancora grande fascino e per chi vuole intraprendere la carriera di giornalista ci sono strade sicure, che garantiscono adeguata preparazione, quali le scuole. La cornice di pubblico, in una serata dalla temperatura gradevole, a due passi dal mare dello Stretto, è stata notevole, i presenti hanno apprezzato questo incontro con un professionista che in cinquant’anni di carriera, svolta prevalentemente al Sud, ha potuto seguire vicende belle e brutte, dai grandi eventi culturali, agli omicidi eccellenti, ai processi. Per l’occasione, è stato proiettato un breve filmato realizzato per gli studenti del liceo scientifico Leonardo da Vinci, che riassume, in un veloce flash back, le ultime ore di vita del magistrato di Cassazione Antonino Scopelliti. Sulla cui morte non è stata ancora fatta luce.

05/07/17

QUANTO CONTANO CERTE DATE NELLA NOSTRA VITA


Ci sono date importanti nella vita di ognuno di noi e che ci segnano per sempre, sia che prevalga la scaramanzia, e io faccio parte di questa categoria, sia che esse siano legate ad eventi lieti o tristi, a battaglie vinte o perse, a traguardi tagliati, a cocenti delusioni.
5 luglio 1970, a Reggio Calabria è una giornata calda, ma mitigata dal vento dello Stretto, la città è in subbuglio, il sindaco Piero Battaglia ha annunciato che terrà un rapporto alla cittadinanza dopo che da Roma sono arrivate brutte notizie. I parlamentari catanzaresi e cosentini, che a livello nazionale contano più di quelli reggini, che non hanno leader del calibro di Mancini, Misasi, Antoniozzi, Pucci e via discorrendo, hanno trovato, sulla testa dei reggini, un accordo che prevede l’assegnazione del ruolo di capoluogo di regione, un “pennacchio” si dice, ma che per i reggini conta, eccome, a Catanzaro, dove avrà casa la giunta regionale mentre il Consiglio, con un insolito compromesso, si riunirà a Reggio. Per addolcire la pillola, difficile da mandare giù, alla provincia reggina andrà il quinto centro siderurgico da allocare nella Piana di Gioia Tauro, migliaia di posti di lavoro. Cosenza avrà e l’avrà, una università modello americano sulla collina di Arcavacata. Il popolo reggino, tradizionalmente poco propenso a fare la guerra campanilistica e che vede nella neonata Regione il toccasana di tutti i mali, primo tra tutti la disoccupazione, sarebbe anche disposto ad accettare quanto i big della politica hanno deciso durante una cena alla “Vigna dei cardinali”. Ma ad accendere la miccia è Battaglia che sale sul palco di piazza Duomo con accanto i rappresentanti di tutti i partiti e anche quei consiglieri regionali che, in dissenso dai loro partiti, non intendono acconsentire a un istituto regionale diviso a metà. La destra, fino al momento, preferisce attendere le valutazioni del partito a livello nazionale, ma non ha fatto i conti con un modesto sindacalista della Cisnal, un missino fuori norma, che si chiama Francesco Franco, per tutti Ciccio. E fu così che cominciò quella rivolta che, nella fase iniziale, vide partecipi personaggi di ogni colore politico ma che a Roma venne bollata come una sollevazione di stampo fascista.

Saranno due anni di barricate, arresti, morti, feriti, attentati, fino a quando il presidente del Consiglio, Emilio Colombo, davanti al Parlamento, giurò che Reggio avrebbe avuto il Centro siderurgico e altre industrie proprio in città dove qualche anno prima, Fanfani aveva inaugurato le Omeca, fabbrica di carrozze ferroviarie; assieme al Compartimento delle Ferrovie, la fonte di lavoro per centinaia di reggini. Come è finita ormai fa parte della storia, tanti miti sono caduti, la polvere dell’oblio seppellisce tutto tranne la memoria di chi per la città ha combattuto, ha sostenuto il carcere e i processi, in cambio di nulla.
5 luglio 2004, clinica villa Mafalda ai Parioli, nasce il mio primo nipote, Santiago. Diventavo nonno e rammento la grande emozione del momento in cui un’infermiera entrò nella stanza dove eravamo in ansiosa attesa, e annunciò: è un bambino bellissimo, ed era vero. Ogni tanto riguardo la foto, nei miei occhi si legge una gioia incontenibile e il sorriso di mia moglie dice tutto, lui, con tanti capelli, dorme placido. Ora è un giovanottino, con tanti interessi e una particolare predilezione per l’informatica e il cinema. Tra qualche giorno andrà con altri ragazzi di tutta Italia a Giffoni, quale componente della giuria del film festival ormai diventato un appuntamento internazionale. 5 Luglio, anche oggi fa molto caldo, come quella sera in cui i reggini si scrollarono da dosso il giogo della prepotenza dei politici e scesero in piazza. Faceva caldo anche 34 anni dopo quando in famiglia arrivava Santiago che, nel tempo, è stato affiancato da due cuginetti, Vittoria e Francesco jr. Potenza dei numeri, non sarà vero ma io ci credo.

05/06/17

Da giornalistitalia.it

Nel volume del giornalista calabro-laziale l’esperienza di 50 anni da cronista di strada

“Il mestieraccio” raccontato da Franco Calabrò

Il mestieraccioROMA – Il mestiere più bello del mondo, quello del giornalista, alla fine è un “mestieraccio”, anche se poi non lo si cambierebbe per tutto l’oro del mondo.
Franco Calabrò, giornalista di lungo corso con l’esperienza di 50 anni da cronista di strada, spulciando dai suoi preziosi e riservatissimi taccuini traccia un affresco quanto mai suggestivo e affascinante del mestiere. Dagli scoop al lavoro di desk, dagli incontri agli scontri con persone, personaggi e luoghi che hanno lasciato il segno.
Ne esce fuori “Il mestieraccio” (Media&Books editore, pagine 224, euro 16, anche in e-book su Google Play e Amazon Kindle), un racconto palpitante e senza dubbio
 coinvolgente su com’è cambiato il lavoro di giornalista e quanto sia difficile, oggi più di ieri, fare questa professione che richiede ancora passione, dedizione e tanti sacrifici.
È una galleria di giovani giornalisti che hanno saputo conquistare le vette della professione, con posizioni di alto prestigio, ma è anche la storia di tantissimi altri che, nel corso degli anni, hanno continuato con convinzione e determinazione, senza clamori o scoop, a fare onestamente e degnamente il mestiere di comunicare ai lettori, gli unici loro veri padroni.
Francesco Calabrò
Francesco Calabrò
In 50 anni di “mestieraccio” Franco Calabrò ha incontrato grandi personaggi: politici e manager, mafiosi e capibastone, vittime e carnefici, legati alla cronaca e diventati, in un modo o nell’altro personaggi. Che la penna di Calabrò ci riporta all’attenzione, con vividezza e meticolosità e la pignoleria del vecchio cronista che consumava le scarpe. Un libro gradevole, lo specchio 
di dieci lustri della nostra storia recente, che farà piacere 
ripercorrere e riscoprire.
Franco Calabrò, nato a Rieti, ma vissuto per tanti anni a Reggio Calabria, prima di stabilirsi definitivamente a Roma, è un giornalista professionista, iscritto 
all’Ordine dal 1967. Ha iniziato alla Tribuna del Mezzogiorno, finendo la carriera alla Gazzetta del Sud. Ha lavorato al
 Corriere Mercantile, Il Giornale di Calabria, Oggisud, Agenzia Ansa, e ha collaborato con Il Giorno e i settimanali Oggi e Panorama e con le rubriche tv Linea diretta e Telefono Giallo. (giornalistitalia.it)

02/06/17

Pubblicato “Il Mestieraccio”, i 50 anni di vita professionale di Francesco Calabrò

Pubblicato “Il Mestieraccio”, i 50 anni di vita professionale di Francesco Calabrò
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E’ il mestiere più bello del mondo, quello del giornalista, ma secondo l’autore – con l’esperienza di 50 anni da cronista di strada – alla fine è un “mestieraccio”, anche se poi non lo si cambierebbe per tutto l’oro del mondo.


Franco Calabrò, giornalista di lungo corso – spulciando dai suoi preziosi e riservatissimi taccuini – traccia un affresco quanto mai suggestivo e affascinante del mestiere. Dagli scoop al lavoro di desk, dagli incontri agli scontri con persone, personaggi e luoghi che hanno lasciato il segno.
Ne esce fuori un racconto palpitante e senza dubbio coinvolgente su com’è cambiato il lavoro di giornalista e quanto sia difficile, oggi più di ieri, fare questa professione che richiede ancora passione, dedizione e tanti sacrifici.
E’ una galleria di giovani giornalisti che hanno saputo conquistare le vette della professione, con posizioni di alto prestigio, ma è anche la storia di tantissimi altri che, nel corso degli anni, hanno continuato con convinzione e determinazione, senza clamori o scoop, a fare onestamente e degnamente il mestiere di comunicare ai lettori, gli unici loro veri padroni.
In 50 anni di “mestieraccio” Franco Calabrò ha incontrato grandi personaggi: politici e manager, mafiosi e capibastone, vittime e carnefici, legati alla cronaca e diventati, in un modo o nell’altro personaggi. Che la penna di Calabrò ci riporta all’attenzione, con vividezza e meticolosità e la pignoleria del vecchio cronista che consumava le scarpe. Un libro gradevole, lo specchio di dieci lustri della nostra storia recente, che farà piacere ripercorrere e riscoprire. Attualmente è presente sulle piattaforme Kindle e Google Play e su Amazon, in attesa dell’uscita cartacea.


Link al mio libro in pubblicazione

Il Mestieraccio

20/02/14

QUANDO LA LUCE INSEGUE L'AURORA SUI PRATI DELLA SERA NELLE LIRICHE DI GIUSEPPE LIBERTO

Vivere è ricominciare la vita ad ogni istante. Non si tratta di uno slogan o di una frase buttata giù per voler sottolineare come in questi tempi difficili sia faticoso cominciare le proprie giornate.
Sono i versi di una delle liriche che monsignor Giuseppe Liberto, uomo di Chiesa e insigne musicista, direttore della cappella musicale pontificia "Sistina" ha affidato alle sue più recenti produzioni artistiche. Ho avuto la fortuna, del tutto casualmente, grazie ad una amicizia fatta durante l'udienza papale del mercoledì,di entrare in possesso de "La luce che insegue l'aurora" e "Sui prati della sera" nei quali Liberto ha riunito , come fiori  raccolti in un campo a primavera, quelle che lui stesso definisce meditazioni poetiche.
Sono poesie frutto d'una meditazione che accompagna la vita di un uomo che, mettendosi al servizio della Fede cristiana, non ha abbandonato il grande amore per la musica, il canto. E come fa quando trasferisce sul pentagramma le sue idee che diventano musiche sublimi, scrive versi che raccontano le meraviglie del creato, cose semplici come il canto degli uccelli, il tramonto, il freddo degli inverni, i fiori che sbocciano prepotenti sotto il primo sole.
Giuseppe Liberto vive queste emozioni con un candore che meraviglia, diremmo quasi infantile, se non fosse per la profondità intellettuale che da queste liriche, fatte a volte di poche ma intense righe, promana.
Spesso preghiera e canto s'incontrano, come la cruda realtà si trova a confronto col mistero della Fede. Nel caso del Nostro, poeta e musicista, amante dell'arte e della natura, questo rapporto quasi simbiotico non poteva che sfociare nelle sue liriche, un sublimato di leggerezza, come foglie portate via dal vento e che non si sa dove vadano a finire. Resta il piacere d'una lettura che è nello stesso tempo gioia e soddisfazione, perchè la poesia è anch'essa vivere, al di là di ogni confine.

18/02/14

SARO MAMMOLITI PENTITO PER AMORE SI E' CONSEGNATO, IL RICORDO DI UNO SCOOP SENSAZIONALE



Saverio "Saro" Mammoliti
Saro Mammoliti, si riparla di lui dopo la decisione di riconsegnarsi alla giustizia. Si era allontanato da una località del Lazio dove, da pentito, stava scontando ai domiciliari una pesante condanna per estorsione. Da una decina d'anni, l'ex play boy di Castellace ha, come si suol dire, saltato il fosso diventando un collaboratore di giustizia ritenuto credibile, al punto da godere dei benefici che la normativa prevede per coloro i quali, dopo aver ricoperto ruoli di primo piano all'interno delle organizzazioni criminali, decidono di collaborare.
Ancora non si sa il motivo che lo ha indotto ad allontanarsi dal suo rifugio protetto e tornare in Calabria, in quello che una volta era il suo territorio, dove ha potuto fare una lunghissima latitanza. Oggi, leggendo le cronache che lo riguardano, ho avuto modo di vedere anche una delle ultime foto segnaletiche che ci consegnano un uomo che dimostra più dei suoi settantadue anni, molti dei quali passati in galera.
Il mio incontro con lui risale al 1980 quando il boss, ricercato da tutte le polizie d'Europa, e anche oltre Oceano, visti i suoi contatti con personaggi di Cosa Nostra e della mafia americana e canadese, decise di concedere una intervista a due giornalisti, il sottoscritto, allora redattore del Giornale di Calabria, e Giampaolo Rossetti, del settimanale Oggi, col quale anch'io collaboravo.
La troupe d'una televisione francese da giorni cercava un contatto con Saro, offrendo anche un lauto compenso, ma lui, grazie ai buoni uffici del suo legale dell'epoca, Domenico Alvaro, del Foro di Palmi, si convinse ad incontrarci. Rossetti, scomparso qualche anno fa quando era diventato vice direttore del TG5, visse praticamente una settimana in Calabria, e ogni notte, partivamo senza una destinazione, basandoci su indicazioni generiche che Alvaro ci dava, da una parte all'altra della Piana, con lunghe soste in bar, piazze e luoghi sperduti dove, però, il nostro uomo non si faceva vivo.
In giro si respirava l'aria del Natale, dalle case veniva fuori il profumo dei "petrali" dolci caratteristici che le massaie preparano per le Feste. Poi, ad un tratto, un ragazzo, a bordo d'una moto, un cenno col capo e noi dietro, su un'auto che avevano preso a noleggio. Arrivati nei pressi di Castellace fummo invitati a lasciare la macchine nel fitto di un agrumeto, non visibile dalla strada. E lui arrivò, sorridente, in giacca di pelle e scarponcini, pantalone di velluto. Il fotografo, credo si chiamasse Dolcetti, scattò subito e continuò a farlo anche quando Saro c'invitò ad accomodarci attorno a un improvvisato focolare, sotto una rudimentale tettoia, era questa la scena che aveva preparato, novello teatrante, per l'incontro-racconto che un paio di giorni dopo venne fuori su Oggi e sul quotidiano diretto da Piero Ardenti, uno scoop sensazionale, che fece morire di rabbia i colleghi di altri giornali che, non avendo null'altro da dire, tra una crisi biliare e un'altra, scrissero che io e Rossetti eravamo due favoreggiatori della 'ndrangheta. A me venne una sola risposta da dare, quella di Humprey Bogart, nelle vesti di cinico cronista americano: "E' la stampa bellezza!".
 Quell'incontro, cui ne seguì qualche altro, senza intervista però, resta uno dei più emozionanti della mia lunga carriera di cronista, poi Saro l'ho perso di vista, ma ne ho seguito i movimenti attraverso le cronache e non nascondo di essere rimasto colpito dalla decisione di diventare un collaborante, un infame. Qualcuno mi ha detto che c'è di mezzo il cuore dell'ormai anziano play boy, una giovane donna diventata poi la sua compagna, lo avrebbe indotto a compiere un passo tanto difficile. Se così è stato, non me la sento di condannarlo, gli auguro che gli anni che gli restano possa goderseli in libertà accanto all'ultimo amore. 

13/02/14

NOTA PER GLI AMICI LETTORI, CHE HANNO CONTINUATO A SEGUIRMI

Un annuncio per tutti coloro i quali, in questi anni hanno seguito le mie modeste esercitazioni da vecchio cronista da.......marciapiede. Riprendo ad usare il mio blog che, nonostante il lungo silenzio dovuto a nuovi impegni romani, hanno continuato a seguire, con una passione degna di miglior causa.
Raccolgo, pertanto, l'invito amichevole che in tanti mi hanno rivolto, perchè io riprendessi a scrivere le mie note un pò tra la cronaca e il costume. Gli spunti, specialmente quando si parla della mia amata Reggio, non mancano. Una cosa è certa, riprendo il mio discorso come sempre, da uomo libero, che ha dedicato gran parte della sua vita alla professione tanto amata, e che ancora continua a lavorare al servizio della categoria, dei giovani colleghi che vivono un momento tra i più difficili della storia della stampa nel nostro Paese.
Le mie energie, fino a quando il Signore me lo consentirà, le spenderò per chi si avvicina ad una professione tanto difficile quanto affascinante. Per il resto, ho avuto e avrò un solo padrone: la verità.

TERRA RIEMERSA, UN VIAGGIO NEI SENTIMENTI DI CHI CERCA E NON RITROVA LE SUE RADICI


Carmelo Asaro

Quello che ognuno si chiede, quando si accinge alla lettura di un nuovo romanzo, è quanto di noi possiamo trovarvi, quali sentimenti arrivano, riflessi dalla penna (ormai dalla tastiera del pc) dello scrittore. Ebbene, in "TERRA RIEMERSA" di Carmelo Asaro, ho recuperato una parte di me stesso, uno scampolo della vita vissuta, con importanti analogie.
Anch'io, prima che il mestiere di giornalista, col suo scorrere incessante, nel turbinio delle notizie, le notti insonni, le ansie e le paure, gli amori contrastati e quelli impossibili, mi prendesse totalmente, come un serpente tra le sue spire, ho dedicato alcuni anni all'insegnamento, ad impartire, come era solito dire una volta, il sapere ai giovani.
Nel personaggio centrale del romanzo di Asaro, quel Vittorio che, novello Omero di foscoliana memoria, cerca tra i resti del passato, tra le vestigia dei nostri avi, un senso alla sua vita, potrei benissimo ritrovarmi. E lo cerca proprio tornando alle sue radici, portandosi dietro un pesante fardello di illusioni ormai perse, di sconfitte le cui ferite non guariscono, della somma dei fallimenti sentimentali.
Il romanzo, tra l'intrecciarsi di storie e personaggi, che appaiono e scompaiono sulla scena, con pirandelliana frequenza, tra emozioni e rimpianti, ci riporta a quella Sicilia che qualcuno, rifacendosi al Verismo, a Tomasi di Lampedusa, a Vitaliano Brancati, per approdare al linguaggio tanto vero quanto sconcertante delle creature di Camilleri, finisce col trovare oleografica, a volte stantìa, ma pur sempre misteriosa e affascinante. Carmelo Asaro, intellettuale preso solo in prestito dalla giustizia, che amministra in maniera  disincantata,  della sua terra, aspra e solitaria, come la sua gente, si porta dietro una certa ruvidezza del carattere che lo porta ad aprirsi soltanto quando è certo dell'amicizia, dei sentimenti più autentici. Vittorio, il professore-archeologo, torna alla ricerca delle radici e si accorge di quanto il tempo abbia lavorato per togliere di mezzo quei lati d'una umanità dolente alla quale era pur affezionato, tra antichi riti familiari e solidi legami. Anche le figure di donne che, sapientemente, l'autore colloca tra le righe del suo racconto, come preziosi camei, quali gioielli sugli abiti delle spose di paese, sono inedite, a volte tumultuose nel carattere, gelose e aggressive come tigri ferite, ma pur sempre capaci di regalare indimenticabili momenti d'amore.
Terra riemersa è una gemma preziosa, diremmo,senza dubbio quanto di meglio possa esprimere un siculo che ha scelto di vivere altrove, come se si sentisse tradito da quella terra che però riemerge, novella Atlantide, dal passato e lo avvolge in una nebbia sottile di dolci ricordi e fatali incontri, mentre resta l'illusione del ritorno che non avverrà più, mai più. Perché adesso Vittorio, con i suoi enigmi irrisolti, è già in cammino.


21/03/13

LA PAGINA DEI GIOCHI DI ANGELA PELLICANO', E FU SUBITO SUCCESSO

Una delle opere esposte

Grande successo, alla galleria Monogramma di via Margutta, de “La pagina dei giochi”: è questo il titolo della mostra di Angela Pellicanò, che è stata presentata dal professor Emmanuele Emanuele, presidente della Fondazione Roma.
A distanza di oltre 70 anni, traendo spunto da riviste originali del periodo compreso tra il 1936 e il 1945, Angela Pellicanò si proietta nella dimensione di “cronista diligente” interrogandosi sulla memoria quale condanna dell’uomo.
Una mostra sul significato della coscienza della storia, per liberarsi dal dogma, dalla dittatura di un miglioramento senza fine per l’umanità schiavizzata in un ideale di infinita perfettibilità, non solo nelle capacità e conoscenze, ma anche nella biologia.
“Una mostra che vede il ritorno dell’artista alla ritrattistica, - ha sottolineato il professor Emanuele- poiché ella ha voluto interpretare il delicato quanto profondo argomento del Ventennio traendo suggestione dalla “figure” che hanno contraddistinto tale periodo storico, soprattutto nella fase delle trattative diplomatiche pre belliche. Un’esposizione dedicata alla memoria che, come la stessa Pellicanò afferma, è insieme condanna e pote nza dell’uomo”.
Da parte sua, la gallerista Valentina Moncada  rileva come “Angela Pellicanò innesca un meccanismo a comparsa di immagini livide, sepolte sotto il peso del tempo, che affiorano sorprendentemente l’una dopo l’altra, come pezzi sparsi di uno stesso mosaico nel tragico carosello della storia bellica del secolo scorso. Evocando sistemi di propaganda politica dei regimi totalitari, Pellicanò si focalizza sui personaggi che hanno costruito la propria immagine sul culto di se  stessi, ponendosi su un piano ideale quasi fossero icone divine strategicamente studiate”.
Anche il critico Jasper Wolf ha affermato che “al pari di quanto teorizzato da Walter Benjamin, Angela  Pellicanò dà valore alla storia non postulando un ordine di tempo. Nella sua indagine sovverte le categorie temporali del passato e del presente, compenetrandole. Le libera dalla cronologia, unendole in una constellazione   antitassonomica. Non più un tempo che scorra omogeneo e vuoto, ma un tempo che in ogni istante è possibile di rendere giustizia a quel che è stato”.

04/12/12

GIUSEPPE REALE, TROPPO PRESTO DIMENTICATO DA UNA CITTA' SENZA MEMORIA

Giuseppe Reale
Reggio è una città che ha la memoria corta, dimentica spesso i suoi figli migliori, anche coloro che hanno recato lustro e che, con la loro opera, hanno contribuito a fare la storia di quella che, un tempo, era "bella e gentile".
In questi giorni si ricorda Italo Falcomatà, strappato alla vita nel momento migliore, quando, dopo aver contribuito a far risorgere Reggio dalle macerie di stagioni fatte di violenza, lutti, corruzione e degrado, si apprestava forse ad aver riconosciuti i suoi meriti in campo nazionale.
Si ricorda Italo, attraverso i suoi scritti, ma ci si dimentica di un altro sindaco, anche se lo fu per breve tempo, in momenti drammatici, dopo la Tangentopoli: lui che reggino non era, ma che amava la città che lo aveva adottato. Parliamo di Giuseppe Reale, professore venuto da Maratea, che seppe conquistarsi le simpatie dei reggini e la fiducia degli elettori di un grande partito come la Democrazia Cristiana.
Peppino, come lo chiamavano tutti, arrivò alla Camera e non si mise certo a riscaldare le comode poltrone romane.
A Reggio, una dopo l'altra, arriveranno l'Accademia di Belle Arti, il Conservatorio di musica, il potenziamento dell'aeroporto, e verranno poste le basi per la nascita dell'università Mediterranea, prima la facoltà d'architettura, poi le altre.
Ma la cosa di cui Reale andava fiero, e per la quale si è impegnato fino alla scomparsa, ormai ultra novantenne, era l'università per stranieri, fiore all'occhiello d'una città purtroppo devastata da anni di disamministrazione, culminati nel cosiddetto "modello Reggio" che ha avuto il suo epigono nel governatorissimo della Calabria, quel Giuseppe Scopelliti che ormai a livello nazionale viene indicato ad esempio negativo, ma i reggini ne hanno viste tante e sopportano pazientemente che le finanze comunali vengano saccheggiate, che il Comune venga commissariato per "contiguità" con la mafia, che a personaggi di qualità diciamo scadente, per essere buoni, vengano affidati incarichi di prestigio.
Peppino Reale ha vissuto diremmo quasi monasticamente. Andai a trovarlo a casa, quando era sindaco (il suo vice era l'imprevedibile cavaliere Amedeo Matacena, che gliene combinava una al giorno) era una giornata fredda, e mi accorsi, entrando nel suo studio, che non aveva il riscaldamento. In Municipio ci andava a piedi, non aveva un esercito di portaborse, addetti stampa, segretarie sculettanti, auto blindate con scorta.
Quanta riconoscenza dobbiamo ad uomini come lui che nella storia un posto, comunque, se lo sono conquistato, e non nelle cronache giudiziarie.

03/11/12

TOTO' LA TELLA E FRANCO QUATTRONE, SCOMPAIONO DUE PROTAGONISTI DELLA REGGIO MIGLIORE


Totò La Tella

Franco Quattrone


Gli affezionati lettori del mio blog mi perdoneranno questo lungo...silenzio, anche se hanno potuto seguirmi su Facebook, ma gli impegni romani mi hanno costretto a trascurare quella che ritengo una mia creatura, cui sono estremamente legato.
Tornato a Reggio in occasione della commemorazione dei defunti, e proprio pochi giorni dopo il terremoto che ha investito la città, con lo scioglimento del consiglio comunale, sono stato raggiunto da due tristi notizie, la scomparsa di Antonio La Tella, Totò per gli amici (pochi, quelli che gli erano rimasti fedeli) e di Francesco Quattrone, politico di prima grandezza, fino a qualche anno fa, stroncato dalla malattia che lo angustiava da tempo e che lo costringeva a brevi passeggiate sul Lungomare, con la maschera dell'ossigeno. 
La città perde due figure importanti, seppure in campi diversi, ma non troppo. Totò era un personaggio carismatico, dal carattere piuttosto spigoloso, un autodidatta di grande cultura, polemista d'alto livello, catalizzatore della politica locale, capace di creare e distruggere, facendoli cadere come birilli, politici anche nazionali.
Nella redazione de Il Tempo, prima che la chiudessero, quando in Calabria la nascita di nuovi giornali aveva penalizzato il quotidiano romano, che sul piano della tempestività e della distribuzione non era più in grado di competere, si facevano e disfacevano le Giunte, si stringevano alleanze, si decidevano le candidature. Totò era al centro di un sistema che governava (male) Reggio e che nei primi anni Novanta aveva finito con il travolgerlo, quando venne alla luce quella che non esitai a definire, dalle colonne del giornale per il quale al tempo lavoravo, la "Tangentopoli stracciona".
Totò La Tella aveva deciso di vivere in periferia, vedendo pochissime persone, telefonando a qualcuno, mentre vedeva allontanarsi dalla sua persona quel "cerchio magico", tanto per usare un termine di moda, che lo aveva visto protagonista, osannato, addirittura coccolato. In tardissima età si era avvicinato al sindacato dei giornalisti, salvo poi rompere fragorosamente il rapporto che si era creato con Carlo Parisi in particolare.
Una morte solitaria, in un certo senso preannunciata sul blog che aveva aperto e che ci ha regalato, fino a pochi giorni prima del trapasso, i suoi soliti pezzi di costume, freschi, brillanti, come quelli degli anni migliori.
Franco Quattrone ha sofferto molto negli ultimi anni, e non soltanto per la malattia, coinvolto in pesanti inchieste giudiziarie, ha patito l'umiliazione del carcere, lo stress dei processi, e la salute non poteva non risentirne.
Considerato l'astro nascente della Dc reggina, era riuscito a ritagliarsi uno spazio a livello nazionale, legandosi inizialmente alla corrente andreottiana, per poi passare tra gli amici di Enzo Scotti. Leader come Misasi, De Mita, Fanfani, lo apprezzavano, l'elettorato si divise quando comparve sulla scena Lodovico Ligato, destinato ad una tragica fine. E proprio per l'omicidio Ligato, Franco Quattrone fu indagato, incarcerato assieme ad altri big della politica cittadina, Giovanni Palamara, Giuseppe Nicolò, Piero Battaglia, sulla parola di cosiddetti pentiti, il cui "verbo" in quegli anni diede la stura ad inchieste con decine e decine di arresti. Quattrone è uscito indenne sia da quell'accusa terribile, che dalla Tangentopoli, scoppiata dopo le rivelazioni di un giovane sindaco, Agatino Licandro, che aveva svelato i meccanismi di un "modello Reggio" ante litteram, poi risoltosi in una colossale bolla di sapone.
Se ne sono andati due personaggi della Reggio che ha poi seguito altri modelli che non so dove ci porteranno, tra disordine e sporcizia, col vessillo di palazzo San Giorgio ammainato e l'incubo di uno spaventoso dissesto di cui qualcuno dovrà rispondere. La Tella e Quattrone, tutto sommato, rappresentavano un mondo migliore. Che riposino in pace. 

22/09/12

SALLUSTI COME GUARESCHI? QUANDO IL DIRETTORE PAGA PER TUTTI

 
Alessandro Sallusti, dirige Il Giornale
Fare il direttore d'un giornale è il mestiere più difficile del mondo. Secondo la legge sulla stampa, che risale a 65 anni fa, e che andrebbe quindi rivisitata alla luce dello sviluppo che la cosiddetta carta stampata ha avuto, una vera e propria rivoluzione, il responsabile d'una testata deve controllare tutto quanto viene pubblicato, se non vuole incorrere nel reato di "omesso controllo", un'insidia praticamente quotidiana.
Pensiamo ad un giornale quotidiano che in media manda in rotativa decine e decine di pagine, per le varie edizioni: se il direttore non ha cento occhi e altrettante mani, cosa impossibile, non è in grado di esercitare il rituale controllo, che è demandato ai vari capi e sottocapi, i responsabili dei vari settori del giornale. Di norma si tratta di colleghi che godono della sua fiducia, ma anche loro, e parlo per esperienza personale, avendo avuto la responsabilità delle edizioni provinciali del mio ex giornale, non hanno la memoria di Pico della Mirandola e un numero considerevole di occhi.
Pertanto, le fesserie, e non solo quelle, scappano, nomi sbagliati, persone sbagliate, qualcuno che viene dato per morto ma che poi risulta vivo e vegeto, e poi ci sono le querele, date e minacciate da chi, pur consapevole di aver commesso un reato, anche grave, non gradisce che la sua vicenda venga data in pasto all'opinione pubblica.
Fortunatamente (e un ruolo spesso ce l'hanno gli avvocati, che coi giornalisti hanno maggiore dimestichezza) sovente i propositi bellicosi del querelante rientrano e, se non si arriva alla cosiddetta remissione davanti al giudice, ci si accontenta di un articolo di smentita, che poi è una notizia data due volte.
Sallusti rischia di andare a far compagnia a fior di delinquenti nel tetro carcere milanese di San Vittore, per non aver controllato un articolo non scritto da lui e potrebbe, dal prossimo giovedì, non appena la Cassazione avrà deciso, speriamo in suo favore, aggiungersi all'elenco dei colleghi illustri che sono finiti in manette per un reato di stampa.
Ricorderete il caso dello scrittore Giovannino Guareschi, l'inventore di don Camillo e Peppone, che si fece lunghi mesi di prigione per aver pubblicato qualcosa che riguardava De Gasperi, poi risultata falsa.
Anche se Sallusti dirige il giornale della famiglia Berlusconi, è un popolare ospite di varie trasmissioni televisive, ed è finito anche nel tritacarne del gossip per via della sua relazione con Daniela Santanchè,  non a tutti è simpatico. In questi momenti anche avversari storici del suo editore e suoi personali si sono schierati, non gli hanno fatto mancare la solidarietà. Io dico, molto sommessamente, che quando un giornalista finisce in carcere per reati connessi alla sua attività, è una grave limitazione della libertà, per la cui conquista in tanti hanno sacrificato la vita.