21/03/13

LA PAGINA DEI GIOCHI DI ANGELA PELLICANO', E FU SUBITO SUCCESSO

Una delle opere esposte

Grande successo, alla galleria Monogramma di via Margutta, de “La pagina dei giochi”: è questo il titolo della mostra di Angela Pellicanò, che è stata presentata dal professor Emmanuele Emanuele, presidente della Fondazione Roma.
A distanza di oltre 70 anni, traendo spunto da riviste originali del periodo compreso tra il 1936 e il 1945, Angela Pellicanò si proietta nella dimensione di “cronista diligente” interrogandosi sulla memoria quale condanna dell’uomo.
Una mostra sul significato della coscienza della storia, per liberarsi dal dogma, dalla dittatura di un miglioramento senza fine per l’umanità schiavizzata in un ideale di infinita perfettibilità, non solo nelle capacità e conoscenze, ma anche nella biologia.
“Una mostra che vede il ritorno dell’artista alla ritrattistica, - ha sottolineato il professor Emanuele- poiché ella ha voluto interpretare il delicato quanto profondo argomento del Ventennio traendo suggestione dalla “figure” che hanno contraddistinto tale periodo storico, soprattutto nella fase delle trattative diplomatiche pre belliche. Un’esposizione dedicata alla memoria che, come la stessa Pellicanò afferma, è insieme condanna e pote nza dell’uomo”.
Da parte sua, la gallerista Valentina Moncada  rileva come “Angela Pellicanò innesca un meccanismo a comparsa di immagini livide, sepolte sotto il peso del tempo, che affiorano sorprendentemente l’una dopo l’altra, come pezzi sparsi di uno stesso mosaico nel tragico carosello della storia bellica del secolo scorso. Evocando sistemi di propaganda politica dei regimi totalitari, Pellicanò si focalizza sui personaggi che hanno costruito la propria immagine sul culto di se  stessi, ponendosi su un piano ideale quasi fossero icone divine strategicamente studiate”.
Anche il critico Jasper Wolf ha affermato che “al pari di quanto teorizzato da Walter Benjamin, Angela  Pellicanò dà valore alla storia non postulando un ordine di tempo. Nella sua indagine sovverte le categorie temporali del passato e del presente, compenetrandole. Le libera dalla cronologia, unendole in una constellazione   antitassonomica. Non più un tempo che scorra omogeneo e vuoto, ma un tempo che in ogni istante è possibile di rendere giustizia a quel che è stato”.

04/12/12

GIUSEPPE REALE, TROPPO PRESTO DIMENTICATO DA UNA CITTA' SENZA MEMORIA

Giuseppe Reale
Reggio è una città che ha la memoria corta, dimentica spesso i suoi figli migliori, anche coloro che hanno recato lustro e che, con la loro opera, hanno contribuito a fare la storia di quella che, un tempo, era "bella e gentile".
In questi giorni si ricorda Italo Falcomatà, strappato alla vita nel momento migliore, quando, dopo aver contribuito a far risorgere Reggio dalle macerie di stagioni fatte di violenza, lutti, corruzione e degrado, si apprestava forse ad aver riconosciuti i suoi meriti in campo nazionale.
Si ricorda Italo, attraverso i suoi scritti, ma ci si dimentica di un altro sindaco, anche se lo fu per breve tempo, in momenti drammatici, dopo la Tangentopoli: lui che reggino non era, ma che amava la città che lo aveva adottato. Parliamo di Giuseppe Reale, professore venuto da Maratea, che seppe conquistarsi le simpatie dei reggini e la fiducia degli elettori di un grande partito come la Democrazia Cristiana.
Peppino, come lo chiamavano tutti, arrivò alla Camera e non si mise certo a riscaldare le comode poltrone romane.
A Reggio, una dopo l'altra, arriveranno l'Accademia di Belle Arti, il Conservatorio di musica, il potenziamento dell'aeroporto, e verranno poste le basi per la nascita dell'università Mediterranea, prima la facoltà d'architettura, poi le altre.
Ma la cosa di cui Reale andava fiero, e per la quale si è impegnato fino alla scomparsa, ormai ultra novantenne, era l'università per stranieri, fiore all'occhiello d'una città purtroppo devastata da anni di disamministrazione, culminati nel cosiddetto "modello Reggio" che ha avuto il suo epigono nel governatorissimo della Calabria, quel Giuseppe Scopelliti che ormai a livello nazionale viene indicato ad esempio negativo, ma i reggini ne hanno viste tante e sopportano pazientemente che le finanze comunali vengano saccheggiate, che il Comune venga commissariato per "contiguità" con la mafia, che a personaggi di qualità diciamo scadente, per essere buoni, vengano affidati incarichi di prestigio.
Peppino Reale ha vissuto diremmo quasi monasticamente. Andai a trovarlo a casa, quando era sindaco (il suo vice era l'imprevedibile cavaliere Amedeo Matacena, che gliene combinava una al giorno) era una giornata fredda, e mi accorsi, entrando nel suo studio, che non aveva il riscaldamento. In Municipio ci andava a piedi, non aveva un esercito di portaborse, addetti stampa, segretarie sculettanti, auto blindate con scorta.
Quanta riconoscenza dobbiamo ad uomini come lui che nella storia un posto, comunque, se lo sono conquistato, e non nelle cronache giudiziarie.

03/11/12

TOTO' LA TELLA E FRANCO QUATTRONE, SCOMPAIONO DUE PROTAGONISTI DELLA REGGIO MIGLIORE


Totò La Tella

Franco Quattrone


Gli affezionati lettori del mio blog mi perdoneranno questo lungo...silenzio, anche se hanno potuto seguirmi su Facebook, ma gli impegni romani mi hanno costretto a trascurare quella che ritengo una mia creatura, cui sono estremamente legato.
Tornato a Reggio in occasione della commemorazione dei defunti, e proprio pochi giorni dopo il terremoto che ha investito la città, con lo scioglimento del consiglio comunale, sono stato raggiunto da due tristi notizie, la scomparsa di Antonio La Tella, Totò per gli amici (pochi, quelli che gli erano rimasti fedeli) e di Francesco Quattrone, politico di prima grandezza, fino a qualche anno fa, stroncato dalla malattia che lo angustiava da tempo e che lo costringeva a brevi passeggiate sul Lungomare, con la maschera dell'ossigeno. 
La città perde due figure importanti, seppure in campi diversi, ma non troppo. Totò era un personaggio carismatico, dal carattere piuttosto spigoloso, un autodidatta di grande cultura, polemista d'alto livello, catalizzatore della politica locale, capace di creare e distruggere, facendoli cadere come birilli, politici anche nazionali.
Nella redazione de Il Tempo, prima che la chiudessero, quando in Calabria la nascita di nuovi giornali aveva penalizzato il quotidiano romano, che sul piano della tempestività e della distribuzione non era più in grado di competere, si facevano e disfacevano le Giunte, si stringevano alleanze, si decidevano le candidature. Totò era al centro di un sistema che governava (male) Reggio e che nei primi anni Novanta aveva finito con il travolgerlo, quando venne alla luce quella che non esitai a definire, dalle colonne del giornale per il quale al tempo lavoravo, la "Tangentopoli stracciona".
Totò La Tella aveva deciso di vivere in periferia, vedendo pochissime persone, telefonando a qualcuno, mentre vedeva allontanarsi dalla sua persona quel "cerchio magico", tanto per usare un termine di moda, che lo aveva visto protagonista, osannato, addirittura coccolato. In tardissima età si era avvicinato al sindacato dei giornalisti, salvo poi rompere fragorosamente il rapporto che si era creato con Carlo Parisi in particolare.
Una morte solitaria, in un certo senso preannunciata sul blog che aveva aperto e che ci ha regalato, fino a pochi giorni prima del trapasso, i suoi soliti pezzi di costume, freschi, brillanti, come quelli degli anni migliori.
Franco Quattrone ha sofferto molto negli ultimi anni, e non soltanto per la malattia, coinvolto in pesanti inchieste giudiziarie, ha patito l'umiliazione del carcere, lo stress dei processi, e la salute non poteva non risentirne.
Considerato l'astro nascente della Dc reggina, era riuscito a ritagliarsi uno spazio a livello nazionale, legandosi inizialmente alla corrente andreottiana, per poi passare tra gli amici di Enzo Scotti. Leader come Misasi, De Mita, Fanfani, lo apprezzavano, l'elettorato si divise quando comparve sulla scena Lodovico Ligato, destinato ad una tragica fine. E proprio per l'omicidio Ligato, Franco Quattrone fu indagato, incarcerato assieme ad altri big della politica cittadina, Giovanni Palamara, Giuseppe Nicolò, Piero Battaglia, sulla parola di cosiddetti pentiti, il cui "verbo" in quegli anni diede la stura ad inchieste con decine e decine di arresti. Quattrone è uscito indenne sia da quell'accusa terribile, che dalla Tangentopoli, scoppiata dopo le rivelazioni di un giovane sindaco, Agatino Licandro, che aveva svelato i meccanismi di un "modello Reggio" ante litteram, poi risoltosi in una colossale bolla di sapone.
Se ne sono andati due personaggi della Reggio che ha poi seguito altri modelli che non so dove ci porteranno, tra disordine e sporcizia, col vessillo di palazzo San Giorgio ammainato e l'incubo di uno spaventoso dissesto di cui qualcuno dovrà rispondere. La Tella e Quattrone, tutto sommato, rappresentavano un mondo migliore. Che riposino in pace. 

22/09/12

SALLUSTI COME GUARESCHI? QUANDO IL DIRETTORE PAGA PER TUTTI

 
Alessandro Sallusti, dirige Il Giornale
Fare il direttore d'un giornale è il mestiere più difficile del mondo. Secondo la legge sulla stampa, che risale a 65 anni fa, e che andrebbe quindi rivisitata alla luce dello sviluppo che la cosiddetta carta stampata ha avuto, una vera e propria rivoluzione, il responsabile d'una testata deve controllare tutto quanto viene pubblicato, se non vuole incorrere nel reato di "omesso controllo", un'insidia praticamente quotidiana.
Pensiamo ad un giornale quotidiano che in media manda in rotativa decine e decine di pagine, per le varie edizioni: se il direttore non ha cento occhi e altrettante mani, cosa impossibile, non è in grado di esercitare il rituale controllo, che è demandato ai vari capi e sottocapi, i responsabili dei vari settori del giornale. Di norma si tratta di colleghi che godono della sua fiducia, ma anche loro, e parlo per esperienza personale, avendo avuto la responsabilità delle edizioni provinciali del mio ex giornale, non hanno la memoria di Pico della Mirandola e un numero considerevole di occhi.
Pertanto, le fesserie, e non solo quelle, scappano, nomi sbagliati, persone sbagliate, qualcuno che viene dato per morto ma che poi risulta vivo e vegeto, e poi ci sono le querele, date e minacciate da chi, pur consapevole di aver commesso un reato, anche grave, non gradisce che la sua vicenda venga data in pasto all'opinione pubblica.
Fortunatamente (e un ruolo spesso ce l'hanno gli avvocati, che coi giornalisti hanno maggiore dimestichezza) sovente i propositi bellicosi del querelante rientrano e, se non si arriva alla cosiddetta remissione davanti al giudice, ci si accontenta di un articolo di smentita, che poi è una notizia data due volte.
Sallusti rischia di andare a far compagnia a fior di delinquenti nel tetro carcere milanese di San Vittore, per non aver controllato un articolo non scritto da lui e potrebbe, dal prossimo giovedì, non appena la Cassazione avrà deciso, speriamo in suo favore, aggiungersi all'elenco dei colleghi illustri che sono finiti in manette per un reato di stampa.
Ricorderete il caso dello scrittore Giovannino Guareschi, l'inventore di don Camillo e Peppone, che si fece lunghi mesi di prigione per aver pubblicato qualcosa che riguardava De Gasperi, poi risultata falsa.
Anche se Sallusti dirige il giornale della famiglia Berlusconi, è un popolare ospite di varie trasmissioni televisive, ed è finito anche nel tritacarne del gossip per via della sua relazione con Daniela Santanchè,  non a tutti è simpatico. In questi momenti anche avversari storici del suo editore e suoi personali si sono schierati, non gli hanno fatto mancare la solidarietà. Io dico, molto sommessamente, che quando un giornalista finisce in carcere per reati connessi alla sua attività, è una grave limitazione della libertà, per la cui conquista in tanti hanno sacrificato la vita.

09/08/12

A NINO SCOPELLITI TUTTI QUESTI "EROI" DELL'ANTIMAFIA A PAGAMENTO NON SAREBBERO PIACIUTI

Non sappiamo ancora, e speriamo di saperlo presto, se mandanti ed esecutori materiali dell'omicidio del giudice di Cassazione Antonino Scopelliti saranno scoperti e, possibilmente, assicurati alla giustizia, dopo tanti anni dall'atroce fatto di sangue che tanto turbò l'opinione pubblica ma che troppo presto fu archiviato.
Una cosa, però, la sappiamo: c'è del nuovo, da qualche tempo, in Procura dove, anche dopo la partenza di Giuseppe Pignatone, nulla è cambiato sul piano dell'impegno e dove, come si suol dire, le carte "camminano" senza fermarsi per lunghe soste in polverosi armadi.
Sono i giorni, questi, del ricordo e del rimpianto, ma sono anche quelli che vedono salire in cattedra i soliti commentatori che fanno del moralismo un tanto al chilo, come era solito dire Enzo Biagi. Non fare calare la coltre di silenzio su un delitto eccellente che chiuse i terribili anni della guerra di mafia, è cosa buona e giusta e bene fanno la figlia del magistrato ucciso, che mi auguro non abbia velleità politiche, come altri congiunti di morti per mafia o terrorismo, e i ragazzi di Ammazzateci tutti, scuotendo le coscienze dei cittadini.
Condivido pienamente la decisione di tener lontani dalle manifestazioni pubbliche i politici, che volentieri avrebbero approfittato con il Ferragosto incombente e le cronache dei giornali piuttosto anemiche per ottenere spazi e, possibilmente, qualche sorridente immagine.
Ci saremmo trovati davanti la solita passerella (qualcuno ci sta provando ugualmente) di personaggi che, stando ai si dice, ai sussurri, alle mezze verità, qualche scheletruccio negli armadi, per via di parentele, amicizie e baci in pubblico ce l'avrebbero.
Questo scorcio d'estate ci ha per fortuna risparmiato le "esibizioni" di un noto magistrato collezionista di presenze a convegni, dibattiti, incontri, premi d'igni genere, evidentemente ha altro cui pensare, i nodi, nella vita come nel mestiere di ognuno di noi, prima o poi vengono al pettine.
Quello che assolutamente non riesco a digerire è la presenza asfissiante di autentici professionisti di quell'antimafia a pagamento che lo stesso Nino Scopelliti, il cui pensiero ho avuto la fortuna di poter conoscere in varie occasioni, certamente avrebbe condannato, se quella scarica di pallettoni non lo avesse fulminato a pochi passi da casa, nella terra che tanto amava.
E' l'antimafia da salotto, che produce notorietà e anche guadagni e costruisce carriere che altrimenti non sarebbero mai decollate, è questo un pericolo serio per la società che rischia di confondere l'impegno vero nella lotta alle cosche, anche a rischio della vita, con desolanti spettacoli di piazza con pubblico non pagante.
Scopelliti è morto per lo Stato, finora siamo in debito con lui e con tutti coloro che lo amarono e lo stimarono, vorremmo conoscere la verità, quella vera, anche per togliere un pò d'acqua alla vasca delle ovvietà in cui nuotano i professionisti dell'antimafia. Sciascia non aveva inventato nulla.

03/07/12

CAPO D'ARMI COME PALINURO, LA STORIA DI SILVIO VAGLIO E ALFONSO PARISE

Le acque di capo d'Armi dove persero la vita i due sub 

La tragedia di Palinuro, che è costata la vita a quattro subacquei, ha richiamato alla memoria del vecchio cronista un episodio accaduto anni fa nei pressi di Reggio Calabria, nelle acque dello Ionio, tra Lazzaro di Motta San Giovanni, e le scogliere di Capo dell’Armi, un posto ancora incantevole, nonostante l’assalto selvaggio del cemento
Un giovane appassionato di pesca subacquea, Silvio Vaglio, (vado a memoria, non ho il mio archivio a disposizione e la mente è obnubilata da Caronte che assedia Roma) era sceso  in mare, come faceva molto spesso per dare la caccia a cernie e murene che, negli anfratti sottomarini di quella zona, che peraltro conosceva assai bene, nuotano numerose.
Le reti lì non possono essere calate, per via degli scogli che rendono pericolosa la navigazione se ci si avvicina troppo alla spiaggia, solo i sub più esperti sanno dove trovare le prede, e Silvio Vaglio lo era.
Ma anche lui, quel giorno, col mare calmo e più limpido del solito, commise forse una fatale imprudenza, almeno così la vicenda venne ricostruita nei giorni frenetici che seguirono il recupero del corpo e, purtroppo, la morte di un vigile del fuoco sommozzatore, che faceva parte dei soccorritori. Credo, ne sono quasi certo, che fosse palermitano, alto e robusto, si chiamava Alfonso Parise, e, se la memoria non m’inganna, è rimasto per sempre laggiù, all’interno di un cunicolo dal quale non era riuscito ad uscire.
Silvio Vaglio aveva lasciato a terra, custoditi, credo, da un amico che solitamente lo accompagnava e che diede l’allarme, i vestiti e componenti dell’attrezzatura,  con bombole accuratamente ricaricate, boccagli e maschere professionali.
Probabilmente, a tradirlo fu un attimo d’incoscienza, forse mentre inseguiva una enorme cernia, che, sempre se ricordo bene, ma i lettori mi perdoneranno, aveva fiocinato. E così entrò nel maledetto cunicolo dove, un paio di giorni dopo, nonostante i vigili del fuoco lo avessero localizzato, venne ripescato dopo diversi e rischiosi tentativi. Ma la tragedia era diventata ancora più grande, perché, nel compiere il suo dovere, Alfonso Parise era finito anche lui per essere inghiottito dal tunnel della morte, ad una quindicina di metri di profondità, tra Lazzaro e le scogliere di Capo D’Armi, sovrastato dal faro che la notte indica la rotta alle navi che affrontano il mare aperto, verso porti lontani.
In città la storia dei due sub morti in circostanze simili, fece grande impressione, per diversi giorni il “Giornale di Calabria”, della cui redazione reggina all’epoca facevo parte,  le dedicò ampio spazio, sin dalle prime ore in cui la notizia dell’incidente a Silvio Vaglio s’era diffusa.
Capannelli di persone, amici e parenti di Silvio, tanti appassionati di pesca subacquea, stazionarono notte e giorno sulla spiaggia da dove Silvio Vaglio s’era tuffato e da dove sarebbe riemerso, come gli accadeva quasi sempre, con il sorriso di soddisfazione che solo chi ama la pesca può comprendere .
Il mare è bello ma può diventare estremamente pericoloso, e non faccio altro che ricordarlo ai miei figli che sono entrambi appassionati di questo sport tanto affascinante, l’eterna sfida tra l’uomo e la natura. Per questo, la tragedia della grotta del sangue di Palinuro, sulla rotta di Ulisse, mi ha colpito particolarmente e richiamato alla memoria un fatto di cronaca che commosse i reggini. 

14/06/12

A MICHELE SANTORO PREMIO MARGUTTA PER IL GIORNALISMO


Michele Santoro, uno dei premiati
Michele Santoro per il giornalismo, Teresa De Sio per la musica, Carlo Freccero per la tv, Duccio Forzano per la regia televisiva, Mariangela D'Abbraccio, per il teatro, Enrico Silvestrini, per il cinema, L'Accademia Altieri per la moda, Melissa P. per la sezione rivelazione letteraria, Francesca Di Castro e Valentina Moncada per la sezione Via Margutta, Massimiliano Maselli per l'imprenditoria.
Sono loro che saliranno sulla passerella di Via Margutta per ricevere l'omonimo premio giunto alla quindicesima edizione. Il patron, Giovanni Morabito, gallerista di origfini calabresi che a Roma si è affermato, diventando uno dei protagonisti della vita artistica di via Margutta, dando vita ad un premio che rappresenta uno degli appuntamenti di maggior rilievo nella Capitale.
 Il simbolo del premio ModArt Via Margutta, di cui è presidente onorario il regista Gabriele Salvatores, è una scultura realizzata dall'artista Angela Pellicanò.
Tra i premiati delle passate edizioni ricordiamo Pippo Baudo, Pupi Avati, Gabriele Salvatores, Stefano Dominella, Guillermo Mariotto, Vittoria Belvedere, Niccolò Fabi, Carlo Verdone, Giovanni Floris, Zero Assoluto, Walter Veltroni, Philippe Daverio, Santo Versace, Anna Falchi, Franco Di Mare, Isabella Bossi Fedrigotti, Andrea Monorchio, Veronia Maya, Claudio Santamaria, Alessandra Mastronardi, Michele Placido, Emmanuele Emanuele, Philip Rylands, Gianfranco Iannuzzo, Ercole Pellicanò, Eleonora Giorgi, Mara Venier, Antonio Catricalà, Vladimir Luxuria, Fiorello.
Nel corso della serata, presentata da Chiara Giuria e Giuseppe Candela, è previsto un intervento di don Andrea Gallo, mentre Teresa e Sio canterà dal vivo "Tutto cambia". Un riconoscimento è stato assegnato all'onorevole Anna Paola Concia e alla giornalista Maria Teresa Meli, per il libro "La vera storia dei miei capelli bianchi. Quarant'anni di vita e di diritti negati".
L'Accademia Altieri presenteràuna collezione realizzata interamente dagli allievi del secondo anno di corso, improntata su un lavoro sartoriale di intrecci di tessuti e lane, completata da accessori e bigiotteria interamente lavorati  dagli allievi.


23/05/12

LA STRAGE CHE HA CAMBIATO IL MODO DI COMBATTERE LA MAFIA, COSI' FALCONE VIVE ANCORA


Quel giorno di Maggio, lo ricordo benissimo, era un anticipo dell'estate, cielo terso, un leggero vento increspava il mare dello Stretto. Pomeriggio di ordinario lavoro, nella redazione d'un giornale di provincia nella città che, fino a pochi mesi prima, era stata squassata dalla guerra di mafia che aveva insanguinato le strade e provocato centinaia di vittime.
Dopo l'omicidio del giudice Scopelliti le cosche in  lotta avevano trovato l'accordo, attorno a un tavolo s'erano seduti, con la mediazione di personaggi di Cosa Nostra venuti perfino dagli Usa e dall'Australia, faccia a faccia, i protagonisti di quello scontro cruento scoppiato dopo l'omicidio del boss Paolo De Stefano.
Da qualche settimana, e la voce correva negli ambienti giudiziari, s'erano decisi a collaborare con la giustizia due personaggi della 'ndrangheta cittadina: Filippo, "Pippo" Barreca, e Giacomo Lauro, che era stato beccato in Olanda e subito aveva chiesto un colloquio al colonnello Angiolo Pellegrini, che dirigeva la Dia di Reggio Calabria.
Chi si occupava di cronaca, come il sottoscritto, stava con le orecchie  ben tese, pronto a raccogliere le  anticipazioni su quanto i due andavano raccontando, dopo essere stati trasferiti nel "fortino" di Calamizzi, alla periferia sud della città, sede della Direzione investigativa antimafia che muoveva i primi passi.
E fu Angiolo Pellegrini, con la voce rotta dall'emozione, proprio lui considerato un duro, un ufficiale d'azione, che a Reggio Calabria e Palermo, passando per la Campania, aveva conquistato la fama di grande investigatore, a darmi la notizia dell'attentato di Capaci, pochi minuti dopo il terribile scoppio.
Pellegrini con Falcone ci aveva lavorato, me ne parlava spesso, io avevo avuto modo di conoscerlo in occasione del delitto Scopelliti, quando venne a Reggio al seguito del presidente della repubblica, Cossiga, e del ministro della Giustizia, Martelli, che lo aveva voluto al suo fianco nel dicastero di via Arenula.
Qualcuno disse che nelle carceri siciliane, alla notizia dell'avvenuta strage, boss e gregari avevano brindato, il nemico era caduto, ma non sapevano che, da quel momento, per la mafia sarebbero cominciati gli anni della lotta senza respiro, delle leggi speciali, del carcere duro che avrebbe favorito il pentitismo.
Reggio  viveva apparentemente, in quei giorni, una certa tranquillità, ma di lì a qualche mese sarebbe esplosa la Tangentopoli, a seguito delle rivelazioni di Agatino Licandro, il giovane sindaco sul quale la città aveva puntato per una primavera che non sarebbe arrivata, su Reggio calò il buio.
Dal punto di vista giudiziario, la Tangentopoli stracciona, come venne definita, ha segnato un vero e proprio flop, ma la città, checchè se ne dica, porta ancora  sulla pelle i segni di quegli anni. Vent'anni possono essere davvero pochi, un battito di ciglia nell'universo, ma dobbiamo dire che, a parte le azioni della forze dell'ordine e della magistratura, dopo un lungo "sonno", e gli arresti eccellenti, poco è cambiato. Reggio continua ad essere governata male, ci sono in azione "cricche", tanto per usare un termine di moda, che ne condizionano lo sviluppo. E chissà ancora per quanto tempo.

07/05/12

COLOMBA ANTONIETTI, LA VERA STORIA DI UN'EROINA


Colomba Antonietti nell'unico ritratto dell'epoca
E' una calda giornata di Giugno, il 13, anno 1849, ricorrenza di Sant'Antonio, in alcuni quartieri di Roma solitamente si fa festa, ma da tempo la città eterna è squassata dal fuoco dell'artiglieria francese.
La Repubblica Romana sta vivendo i suoi ultimi, gloriosi, giorni. Sono le sei del pomeriggio, nei pressi delle mura gianicolensi, bersagliate dai cannoni francesi nel tentativo di aprirvi delle brecce e dare l'assalto ad un manipolo di giovani che difendono quel caposaldo con tutte le loro forze.
Una palla di cannone, rimbalza sul muraglione e colpisce, squarciandogli il ventre, un giovane soldato, che muore sul colpo.
Un ufficiale, il conte Luigi Porzi, abbandona i suoi uomini e si getta sul quel corpo inanimato in preda alla disperazione: quel morto è una donna, vestita da soldato, è la sua giovanissima moglie, si chiama Colomba Antonietti, che combatteva al fianco del marito, cui la legava un amore indistruttibile, che solo la morte avrebbe spezzato.
La vera storia di questa eroina è stata scritta da una studiosa romana, Cinzia Dal Maso, che ha dato alle stampe, per Edilazio, un vero e proprio gioiello, che gli storici e gli appassionati studiosi di questo periodo della nostra storia patria non potranno che apprezzare.
Una vicenda di patriottismo, quella di Colomba Antonietti, ma anche una struggente storia d'amore tra la figlia di un fornaio e un giovane cadetto pontificio di nobile famiglia. I due riuscirono a coronare col matrimonio il loro appassionato legame dopo una serie di disavventure e ostacoli d'ogni genere, a cominciare dall'opposizione dei genitori di lei che non condividevano e anzi consideravano impossibile che una ragazza plebea potesse unirsi, sulla base delle convenzioni dell'epoca, ad un militare per giunta nobile di casato.
Cinzia Dal Maso, che ha presentato nella splendida cornice della biblioteca Casanatense il suo lavoro, ha ricostruito, con rigore, la vita di Colomba, il cui busto marmoreo si trova al Gianicolo, liberandola da menzogne e inesattezze che, nel tempo, hanno caratterizzato il lavoro di storici poco accorti e senz'altro poco documentati. Per l'occasione, sono intervenuti la psicologa e psicoterapeuta Mariolina Palumbo, Franco Tamassia, direttore dell'istituto internazionale di studi "Giuseppe Garibaldi", Massimo Scioscioli, presidente della sezione romana dell'associazione mazziniana. Ha moderato l'incontro la giornalista Annalisa Venditti che ha dato lettura di brani significativi del libro.
Chi voglia scoprire una bellissima storia d'amore e patriottismo fino all'estremo sacrificio non ha altro da fare che scorrere le pagine di questo agile lavoro, che unisce alla ricerca storica più accurata, l'illustrazione di un sentimento che va oltre il tempo e lo spazio: l'amore. 

10/04/12

ANDREA BARONI, L'UOMO CHE SUSSURRAVA ALLE NUVOLE

L'appuntamento è per martedì 17, ore 18, salone Di Liegro di palazzo Valentini, in via IV Novembre 119. E' in programma, infatti, a cura della casa editrice EdiLazio, la presentazione del libro d'una giovane collega, Annalisa Venditti, dal titolo accattivante: "Andrea Baroni, il cavaliere delle rose e delle nuvole".
Sono previsti gli interventi dello scrittore e autore Rai Enzo Cicchino, dello psichiatra e scrittore Vincenzo Maria Mastronardi, noto per le sue frequenti apparizioni in programmi tv, e del metereologo Paolo Sottocorona, che ci aggiorna sulle previsioni del tempo dagli schermi de La 7. Presenti, ovviamente, il generale Baroni, classe 1917, ma ancora in gambissima, e l'autrice.
Il compito di moderatore è affidato al giornalista e scrittore Willy Pocino.
Il lavoro di Annalisa Venditti, che ho avuto il piacere di conoscere in occasione degli esami per l'abilitazione all'esercizio della professione giornalistica, all'Ordine nazionale, da lei brillantemente superati, nasce da una ricerca storica sui militari italiani internati nei lager tedeschi dopo l'8 settembre del 1943.
La Venditti, da anni, dedica tempo e passione alla ricerca delle storie di nostri soldati che patirono le sofferenze dei campi di concentramento, tra loro anche Baroni, che ebbe come compagno di prigionia anche Giovannino Guareschi, popolare per aver dato vita alle figure di don Camillo e Peppone, il sindaco comunista della Bassa emiliana. La giovane giornalista anche alla tesina presentata agli esami orali ha voluto dedicare uno studio particolare, raccontando la vicenda dei prigionieri che riuscirono, con mezzi di fortuna, a far nascere nel lager un giornale che Annalisa, con la cura d'un archeologo, ha riportato alla luce.
Due generazioni a confronto, per la prima volta Baroni sveste i panni del metereologo che per trent'anni ha parlato ogni sera agli italiani, abituandoli a "credere" nelle previsioni del tempo, quando i mezzi tecnologici erano quelli che erano. Il generale, ormai da tempo a riposo, e che porta con spavalda disinvoltura gli...anta, ha aperto le pagine del suo diario di guerra, quasi volesse farli uscire da una immaginaria cassaforte. Annalisa Venditti li ha raccolti, giorno dopo giorno, e ne è venuto fuori un libro che potremmo definire a metà tra la rigorosa ricerca storica e lo sforzo di fantasia, senza mai scadere nell'ovvio.
Baroni non ha mai smesso di portare nel taschino della giacca la targhetta metallica col numero di riconoscimento da internato, il ricordo vivo e presente di quel tempo offerto alla patria in armi, senza mai perdere la dignità di uomo. Finita la guerra, Andrea Baroni è tornato ad essere il "cavaliere delle nuvole" e lo è ancora.

07/04/12

C'ERA UNA VOLTA ROMA LADRONA, RIVOLGERSI IN VIA BELLERIO

C'è una strana aria in questi giorni negli ambienti politici della Capitale, invasa, come al solito, da comitive di turisti che, per fortuna, la scelgono ancora come meta delle vacanze pasquali. Nessuno si aspettava, anche se da qualche parte la voce, quasi un sussurro, era uscita di una inchiesta sui soldi della Lega, che il caso deflagrasse in maniera tanto violenta.
Dopo il tesoro della Margherita "inghiottito" dal cassiere Lusi, che dai giudici ci manda anche la moglie, dopo i pettegolezzi sulla gestione del patrimonio dell'ex Alleanza nazionale, ereditato a sua volta dal vecchio Msi di Almirante, pochi avrebbero sospettato che i milioni erogati dallo Stato alla Lega-partito venissero gestiti così come pare facesse questo tesoriere, il Belsito dalla faccia che mi ricorda quello d'un commerciante di suini della bassa Padana.
Che poi ci finisse in mezzo anche la 'ndrangheta, che a quanto pare ormai è dovunque, per la gioia del procuratore Pignatone che promette di darle filo da torcere anche a Roma e dintorni, chi l'avrebbe mai immaginato?.
Bossi dice che non si farà dimenticare, e su questo siamo disposti a giurare, qualche dito medio alzato e qualche rutto al microfono d'una spaurita collega televisiva ci verranno offerti, ma non penso che il popolo leghista, gente sana, che ha creduto in lui come fosse il Messia, sia disposta a giustificarlo, una volta che l'opinione pubblica verrà messa al corrente di tutto quanto c'è nelle carte di chi sta indagando.
Naturalmente, si parla di complotto, di tradimenti, mentre Bobo Maroni, ancora scortatissimo come fosse ministro in carica, viene subissato dagli insulti di chi lo ritiene il regista di questa operazione di demolizione del mito Bossi.
I giorni che verranno diranno, ma per il Carroccio è una brutta botta. Di tutto questo trambusto vuole approfittare Di Pietro, per giocarsi la carta del referendum per l'abolizione del finanziamento pubblico ai partiti. Prevista ressa ai gazebo per la raccolta firme. Ma anche l'ex magistrato di Mani Pulite potrebbe avere qualche sorpresa, se qualcuno andasse a ficcare il naso sulla gestione delle casse di IDV. Non è una Pasqua serena per tanti italiani, alle prese con difficoltà economiche senza precedenti e anche la categoria dei giornalisti non se la passa tanto bene, con testate che chiudono, altre che "razionalizzano" e altre che fingono crisi per nascondere magagne gestionali. Ma questa è altra storia, di cui vi parlerò prossimamente. Il mio blog non chiuderà. Se Dio lo vorrà.

26/02/12

L'AGGUATO GIUDIZIARIO A GIACOMO MANCINI NEL LIBRO DI PAOLINI E KOSTNER

Lampi di prima e seconda Repubblica, nella serata romana al teatro Quirino, a pochi passi da Montecitorio dove, per tanti anni, Giacomo Mancini, leader socialista, ministro, sindaco di Cosenza, fu uno dei protagonisti della vita politica italiana.
L'occasione di ritrovarsi, per politici, uomini di cultura, giornalisti, nostalgici del garofano, la presentazione del volume, curato dall'avvocato Enzo Paolini e Francesco Kostner, con la prefazione di Giampiero Mughini, che reca un titolo estremamente azzeccato "Agguato a Giacomo Mancini".
E' la ricostruzione di una tormentata vicenda giudiziaria che ha visto sul banco degli imputati l'allora sindaco di Cosenza, che da poco aveva lasciato la Camera, accusato di collusione con le cosche della 'ndrangheta, dalle quali, secondo l'impostazione data dai Pm della Dda di Reggio Calabria, avrebbe ricevuto negli anni appoggio elettorale.
Paolini, assieme ai colleghi Sorrentino e Gallo, ha assistito Mancini per tutta la durata dei processi, col primo grado, e condanna, pesante, a Palmi, e proscioglimento in Appello, a Catanzaro. Il libro ci consegna, oltre ad una puntuale rivisitazione di tutti i momenti dell'indagine, con il contributo dei pentiti, un ritratto di Giacomo Mancini del tutto inusuale, offre al lettore aspetti del carattere, del lato umano dell'importante uomo politico, autentico leader di livello nazionale, il maggiore che la Calabria abbia mai espresso.
Per l'occasione, davanti ad una platea attenta e, per quelli che hanno conosciuto Mancini, anche momento di commosso ricordo, Paolini e Kostner hanno invitato personaggi del calibro di Gianni De Michelis, Tiziana Maiolo, oltre allo stesso Mughini, che con il politico cosentino, negli anni ebbero rapporti diversi, spesso contrastanti, ma che non hanno potuto fare a meno di illustrarne la straordinaria figura di "cavallo di razza" della politica nazionale. Presente anche la senatrice Rosa Villecco Calipari, nipote di Giacomo Mancini.
Non c'è dubbio che l'anziano esponente socialista, che alla testa di una sua lista aveva vinto le elezioni comunali, diventando sindaco di Cosenza, venne "azzoppato" dalla richiesta d'arresto non accolta dal Gip della Procura e durante la sospensione condannato a Palmi.
Gli autori riservano un particolare riferimento all'appassionata opera dell'avvocato Sorrentino, prematuramente scomparso, ed alla saggia e giuridicamente preziosa presenza del professor Gallo. Una strategia difensiva cui lo stesso Mancini che, non dimentichiamolo, era avvocato, diede il suo contributo con suggerimenti, scambi spesso polemici di opinioni, insomma, faceva venir fuori quello che era il carattere dell'uomo, che ha contraddistinto tutta la sua parabola ai vertici del partito poi distrutto dalla Tangentopoli in era craxiana.
Ho letto tutto d'un fiato questo bel lavoro di Paolini e dell'amico Francesco Kostner, e lo consiglio a chi di Mancini ha conosciuto l'aspetto politico, ma non la caratura umana e si renderà conto che di un vero e proprio agguato contro di lui si trattò. Ne uscì vittorioso ma provato nel fisico, cosa che gli impedì di portare a compimento il suo progetto di sindaco che voleva fare di Cosenza, la città che amava, una capitale moderna, al centro di attività culturali e imprenditoriali. Per il momento quello di Mancini è rimasto un sogno.

04/02/12

E IL SINDACO ALEMANNO, ALLA DECIMA INTERVISTA GETTO' .....LA PALA

Roma sotto la neve, uno spettacolo straordinario
Veleno dopo la nevicata che, a distanza di tanti anni da quella resa immortale dalle note della splendida canzone di Franco Califano, superbamente interpretata dalla grandissima Mimì, ha ricoperto Roma d'un candido manto.
Il sindaco Gianni Alemanno, che i suoi critici non esitano a chiamare Aledanno, e il successore di Bertolaso alla Protezione Civile, il prefetto Gabrielli, che ha già le sue grane con la storia della Costa Concordia, se le sono date (a suon di dichiarazioni) di santa ragione, cercando di addossare l'uno sull'altro le responsabilità del caos in cui la Città Eterna è piombata quando le strade si sono bloccate, i mezzi pubblici pure, i treni manco a parlarne.
Mentre Gabrielli ha affidato le sue considerazioni ad una breve dichiarazione, il sindaco, saltellando da un collegamento all'altro sui canali Rai e delle private, ripetendo lo stesso ritornello ("non siamo stati informati bene") ha difeso l'amministrazione capitolina da accuse per la maggior parte fondate, mentre in silenzio è rimasta la governatrice del Lazio, la Polverini solitamente ospite fissa di vari programmi.
Ad un certo punto, il buon Gianni, incalzato da una cronista non tanto ....morbida, ha gettato la spugna, anzi la pala ed ha invitato i cittadini a raggiungere le piazze di Roma e impugnare le grosse pale adatte a rimuovere la neve e aiutare i volontari a toglierla dalle strade, altrimenti lunedì, alla ripresa delle attività, saranno dolori.
E pensare che solo qualche minuto prima, in altra intervista, con un gruppo di cittadini alle spalle, aveva assicurato che entro la giornata la città sarebbe stata "rimessa a posto". Quindi, come recita un detto popolare delle mie parti (e credo anche d'altrove) il cetriolo ha raggiunto quel posto assai delicato dell'ortolano.
Finisco di scrivere e vado anch'io a cercare una di quelle duemila pale che il Comune ha messo a disposizione di cittadini volenterosi. Avverto che non ho i calli alle mani, facendo il giornalista sono poco adatto, anche per l'età, alle fatiche materiali. Ma questa storia della nevicata a Roma è classica di questa Italia che, quando succede qualcosa di grave, non si sa mai di chi è la colpa. Nevica, governo Monti.

01/02/12

SCALFARO, IL PRESIDENTE CHE HO SCOPERTO PIACE ANCHE AI GIOVANI

Una delle tracce assegnate ai più di trecento candidati agli esami di Stato per giornalisti professionisti, che si sono svolti il 31 gennaio a Roma, riguardava la figura di Oscar Luigi Scalfaro, ex presidente della repubblica scomparso qualche giorno fa.
Non sono stati pochi i futuri giovani colleghi che hanno scelto, tra i vari temi proposti dalla commissione, proprio questo su un personaggio che è stato protagonista della politica italiana per più di mezzo secolo.
L'ultima volta che ho avuto l'onore di scambiare qualche chiacchiera con Scalfaro è stato alcuni mesi fa nella sala della lupa di Montecitorio dove mi ero recato per assistere alla presentazione di un volume su un'altra figura importante per il nostro Paese, Randolfo Pacciardi. Un capitolo del libro è stato curato dal collega Paolo Palma, già mio compagno di viaggio nella straordinaria avventura del Giornale di Calabria.
Scalfaro fece un intervento di straordinaria lucidità, lui che con Pacciardi aveva intrattenuto un rapporto non soltanto politico, ma anche umano, nonostante spesso le loro idee non combaciassero e li portassero ad avere scontri piuttosto aspri.
Alla fine,circondato da coloro che avevano assistito alla presentazione,con Gianfranco Fini che aveva moderato gli interventi, Scalfaro s'intrattenne piacevolmente con chi,come me, non lo  vedeva da anni (l'ultima volta era stato a Catanzaro, quando era ministro dell'Interno) in occasioni pubbliche.
La Calabria era vicina al suo cuore e, grazie al collega e amico Rosario Cananzi, che mi ha aperto il suo archivio, ho rivisto una foto che ritrae l'allora presidente della repubblica durante una visita a Reggio mentre conversa con monsignor Aurelio Sorrentino che non mancava mai di visitare quando si trovava nei paraggi. Sembra che tra i due ci fosse un rapporto risalente agli anni della gioventù e che era proseguito nel tempo. Chi è stato testimone di questi incontri è don Antonino Denisi, che di Sorrentino fu prezioso segretario, ma sono certo che,conoscendolo, non ne rivelerà mai il contenuto. Certamente erano incontri molto affettuosi, e dalla foto di Cananzi si capisce bene. 
Oscar Luigi Scalfaro era conosciuto anche dai giovani che, forse, quando lui era presidente, erano poco più che bambini, ma che certamente lo ammiravano: leggendo qualcosa di quanto hanno scritto me ne sono convinto. C'è una forte richiesta di figure come l'ex presidente in questi momenti, ma all'orizzonte non se ne vedono molte, anzi quasi nessuna.

28/01/12

MORELLI E L'AMICO NIC, TORBIDE STORIE DI SERVIZI SEGRETI MA NON TROPPO

Il consgliere regionale Morelli: è in carcere
C'è veramente da restare sconcertati dopo quanto sta emergendo dall'inchiesta dei magistrati della Procura di Milano, in collaborazione con quelli di Reggio Calabria, che finora ha portato in carcere un magistrato, un esponente di primo piano della politica regionale, un avvocato, e disarticolato un temibile clan, quello dei Valle-Lampada che ha "esportato" negli anni dalla città d'origine i metodi più violenti di sopraffazione, con il commercio della droga, le estorsioni, l'inserimento nella politica e nel commercio legale.
Le ultime indiscrezioni, dopo gli arresti di finanzieri infedeli, e di altri soggetti, riferiscono di contatti tra il consigliere regionale (speriamo che presto sia un ex) Franco Morelli, ex braccio destro di Chiaravalloti, poi diventato un fedelissimo di Scopelliti, e uomini del servizio segreto militare, l'ex Sismi.
E' spuntato il nome del generale della GDF Nicolò Pollari, ora consigliere di Stato, con buone entrature negli ambienti dell'università mediterranea di Reggio Calabria dove, credo, sia ancora presente in qualità di docente a contratto, nominato, se la memoria non m'inganna dal rettore Bianchi e poi confermato da Giovannini. Allora, Pollari, era il direttore del Sismi, e non era ancora incappato nella vicenda Abu Omar. Uno dei suoi uomini di punta, Marco Mancini, si occupò del mancato attentato a palazzo San Giorgio, quando in uno dei gabinetti, venne trovato dell'esplosivo. Da allora Scopelliti, che era sindaco, ebbe una scorta, che ancora mantiene, nonostante diversi pentiti abbiano verbalizzato una sua certa "vicinanza" a personaggi della 'ndrangheta. Noi, che siamo garantisti fino in fondo, non ci crediamo, almeno fino a un certo punto. Il segreto professionale vale anche per i giornalisti, pure per chi, come me, ha abbandonato da tempo la trincea e segue solo da lettore le vicende giudiziarie. resta la curiosità, dopo una trentina d'anni di frequentazione giornaliera del palazzo di giustizia.
Su ruoli, persone, "amici" dei Servizi, avrei da dire molte cose, ma non è il momento, vediamo che piega prendono gli eventi, poi, chissà......
Non dovrebbe essere difficile, a meno che Morelli non abbia millantato queste sue amicizie.....segrete, arrivare all'identificazione dell'amico Nic. Pollari l'ho incontrato per caso giorni fa in un bar di Roma, con guardia del corpo al seguito, comprava pasticceria siciliana, per la verità l'ho visto alquanto dimesso, il potere logora chi non ce l'ha più.
Alla prossima puntata.

24/01/12

COMMISSARI AL LAVORO PER "RIPULIRE" PALAZZO SAN GIORGIO, QUALCUNO PREPARI LE VALIGIE

RIUNIONE IN PREFETTURA, SI PARLA  DI MAFIA
Ormai dovrebbe essere questione di tempo, quello necessario ai commissari nominati dal prefetto Varratta per preparare la loro relazione in base alla quale il ministro dell'Interno, prima, la presidenza della repubblica, poi, decideranno lo scioglimento del consiglio comunale di Reggio Calabria.
Sulla base di precedenti, infatti, in nove casi su dieci, quando l'invio della commissione d'accesso viene disposto per sospetto inquinamento di natura mafiosa, la sorte del civico consesso è segnata, nonostante i proclami ottimistici di chi spera in qualche "santo" romano che, al momento, ha ben altro cui pensare.
Leggendo le dichiarazioni del sindaco Arena, ampiamente pubblicizzate sui fogli locali c'è da restare quantomeno perplessi e chiedersi se il primo cittadino c'è o ci fa, a voler citare un detto popolare, la figura che ci viene in mente è quella del cosiddetto "meravigliato della grotta", colui il quale sembra non rendersi conto di quale città governi.
Parlare di fallimento del "modello Reggio" di cui il governatorissimo Scopelliti, orfano di Silvio, rivendica il copyright, significa incorrere nelle ire dello stesso sindaco e della schiera di "dichiaratori di professione" (termine caro al collega Varano) sempre pronti ad impugnare le armi (dialettiche, ovviamente) e sparare contro i soliti detrattori, cioè quei giornalisti che non si limitano a pubblicare le veline e le autointerviste, ma vogliono entrare dentro le notizie e soprattutto fare gli interessi d'una città che continua a pagare il prezzo di anni di malgoverno.
Non è facile spiegare a chi vive lontano da Reggio i come e i perchè la città abbia visto sfumare, come in un sogno mattutino, quella breve ma entusiasmante primavera che aveva fatto credere ai cittadini che ormai le cose fossero cambiate, per sempre.
Purtroppo, non è andata così, e adesso in quel palazzo che il compianto Michele Musolino non aveva esitato a definire come il più sporco della città, tornano i commissari, si riaprono vecchi scenari: chi non ricorda il commissario che teneva la pistola sulla scrivania. Le cosche che, nonostante i durissimi colpi ricevuti in questi ultimi anni, continuano ad essere molto presenti sul territorio, da tempo attraverso loro rappresentanti diretti, sono dentro l'edificio di piazza Italia: lo Stato ha il dovere di scovarli e buttarli fuori. Se ci riuscirà, è possibile che Reggio ritrovi i suoi momenti migliori, con i reggini liberi di scegliere chi deve amministrarli, senza personaggi telecomandati da Catanzaro e da Roma.
E adesso basta con le "riflessioni coscienzionali" (il neologismo non è nostro, lascio ai lettori ogni commento) del sindaco Arena, se tutto è in regola, ne prenderemo tutti atto, con grande sollievo.

01/01/12

BUON 2012, MA ADESSO NON CI RESTA CHE AGGRAPPARCI ALLA SPERANZA


Uno dei tanti poveri che vivono in strada
L'anno appena iniziato s'apre nel segno dell'incertezza, gli italiani cercano di disegnare il loro futuro e s'aggrappano alla speranza, altro da fare non c'è. Abbiamo sentito le parole, quasi fosse un sermone in chiesa, del presidente Monti e ognuno di noi ha pregato che la ricetta studiata dal Governo dei tecnici, o dei professori, riesca a far guarire il Paese da una crisi che pare irreversibile.
C'è ormai un'Italia a due facce: quella dei vecchi e dei nuovi poveri, basta andare in giro per accorgersene, anche nelle cosiddette città d'arte, col turismo che aiuta a sopravvivere; c'è poi un'Italia del lusso sfrenato, delle auto da trecentomila euro, degli yacht, delle crociere intorno al mondo, quattro mesi da sogno, alla faccia dello spread, tanto i soldi sono al siicuro da qualche parte.
Una vecchietta in un bar di Roma vuol prendere un caffè, qui costa "ancora" 80 centesimi, ma lei ne ha solo 50, il cameriere prende dalle mance (sono calate anche quelle) la differenza e mette lo zucchero nella tazzina.
Anziani costretti a rubacchiare qualcosa nei supermercati, dove i banconi per fortuna sono ancora stracolmi di merce, ma anche questo settore lamenta cali di consumi preoccupanti. La situazione è questa, non si vede come in breve tempo possa esserci quella svolta, dopo la "discontinuità" (che brutta parola, usata spesso a sproposito) che ha portato al cambio della guardia a palazzo Chigi. Giorgio Napolitano, come un classico nonno italiano che parla ai nipoti, ha fatto un discorso dai toni severi, ma non ha voluto più di tanto allarmare il popolo che s'appresta a vivere un mese di gennaio assai difficile.
C'è poco da discutere: questi sacrifici che a tutti (o quasi) vengono chiesti potrebbero non bastare per rimettere in rotta la sconquassata navicella italica, e allora sarebbero guai, ma, ottimista fino in fondo come sono, credo che l'Italia potrà rialzare la testa e di quanto pagheremo oggi noi potrebbero beneficiare i nostri figli e nipoti.
Il 2011 ci ha lasciato senza tanti rimpianti, sembra l'altro ieri quando salutavamo l'ingresso nel nuovo secolo: chi ha fatto largo uso di botti, nonostante i divieti e il ripetersi di un rito stupido, va anche giustificato, come quel napoletano che, gettando dalla finestra un utensile, ha esclamato, rivolgendosi al nascente 2012: "Chist è cchiù fetente e chillu". Sarà una profezia esatta? Spero proprio di no.

25/12/11

NATALE IN COPERTINA, L'ULTIMA "PERLA" DI LUCIA FEDERICO



REGGIO CALABRIA - L’8 gennaio del 1899 fa la sua prima uscita nelle edicole italiane la “Domenica del Corriere”. Dodici pagine, al costo di dieci centesimi, in omaggio invece per gli abbonati del “Corriere della Sera”. La copertina era stata realizzata da un giovane disegnatore, agli inizi della carriera, Achille Beltrame. La prima di una lunga serie di copertine che racconteranno le vicende più importanti della vita del nostro Paese.
La “Domenica del Corriere” fu per novantanni un punto di riferimento per l’informazione degli italiani, mentre altre testate, come la “Tribuna Illustrata”, nata nel 1890, o “La Lettura”, pubblicata dal 1901 fino all’inizio della seconda guerra mondiale, lo furono in campo culturale.
Scriveva Antonio Scarfoglio, figlio di Edoardo, fondatore de “Il Mattino”, quando nel 1924 lanciò l’idea di un rotocalco, “Il Mattino illustrato”: “Sarà un grande mezzo di diffusione della cultura attraverso l’immagine”.
I più importanti avvenimenti della storia, della vita sociale, politica e culturale, ma anche episodi di cronaca e di sport, arrivano infatti nelle case degli italiani grazie ai tanti giornali e riviste illustrate, raccontati dalle abili matite dei disegnatori o dalle fotografie sulla prima pagina e sulla quarta di copertina.
Un mondo sconosciuto ai più giovani, che ritorna ai nostri giorni nella mostra “Natale in copertina. 100 anni di feste illustrate” (inaugurata ieri, resterà aperta fino al 7 gennaio 2012; gli orari per visitarla sono quelli dell’ufficio postale: 8-18.30 dal lunedì al venerdì, fino alle 12.30 il sabato), curata dalla giornalista Lucia Federico, e allestita nello spazio espositivo delle Poste di via Miraglia, a Reggio Calabria.
Un percorso visivo a ritroso nel tempo, che accompagna il visitatore, attraverso le copertine delle edizioni natalizie dei più importanti giornali illustrati del novecento, alla scoperta di riti, simboli e tradizioni della festività più amata dell’anno.
Dalle copertine in bianco e nero delle prime edizioni di “Pro Familia”, a quelle colorate dei settimanali e rotocalchi degli anni ’50, il Natale riemerge nel nostro presente quasi immutato. Carico di nostalgia e speranza in tempo di guerra, ricco di curiosità e aspettative per il futuro di fronte ai nuovi giochi per bambini, alle prese con missili e tute spaziali, quasi attuale nelle illuminazioni sfavillanti di Piazza Duomo a Milano, negli anni ’60.
E forse anche i temi trattati non sembrano tanto distanti da quelli di oggi nel leggere i titoli: “Mille miliardi per le feste di Natale” (1962), “Il nuovo Governo” (1963). Illustratori come Achille Beltrame, Walter Molino, Fortunino e Ugo Matania, insieme alla penna di scrittori famosi, firme prestigiose di “Scena Illustrata”, fondata nel 1865 (Carducci, De Amicis, Verga, D’Annunzio), del “Mattino Illustrato” o de “L’Illustrazione Italiana” hanno a volte anticipato il futuro, pur raccontando con la loro opera il modo di vivere e sentire della società in cui hanno vissuto.
E poi c’è la poesia, e a volte l’ingenuità delicata, delle copertine dei periodici illustrati dedicati ai ragazzi: “Il Corriere dei Piccoli”, che appare per la prima volta, il 27 dicembre del 1908; ; “Il Giornalino della Domenica”, di Vamba, che esce nel 1906, con le illustrazioni di Dudovich, Rubino, Scarpelli, Finozzi, Sergio Tofano (Stò) e le firme di Capuana, Deledda, Negri, Salgari; “Il Vittorioso”, con le tavole di Jacovitti; angeli e paesaggi innevati, presepi e bambini intenti a decorare l’albero, disegni dai colori sfumati e dal tratto lieve, caratterizzano le copertine degli anni ’30 e ’40 della “Famiglia Cristiana”, per molti anni il periodico più diffuso in Italia.
Immagini che raccontano un secolo con i suoi segni e le sue forme e che invitano ancora a conservare intatto il vero senso e lo spirito di questa festa. Scrive la “Domenica del Corriere” del 25 dicembre 1955 nella sua copertina: “Natale. Ogni famiglia festeggia in letizia di cuori il più bel giorno dell’anno”. Ieri, come oggi. E’ questo l’augurio.

DAL SITO "GIORNALISTI CALABRIA"




29/11/11

MAURIZIO HA RAGGIUNTO TOM E PATRIZIA NEL REGNO DEI CIELI


La famiglia Maestrelli al completo in una foto d'archivio 
C'è una fotografia che da anni custodisco gelosamente: è stata scattata allo stadio di Reggio Calabria, che allora si chiamava Comunale, e che è stato intitolato all'indimenticato presidente della Reggina, Oreste Granillo. Era l'ultima partita del trionfale campionato 1965-66 vinto dagli amaranto che conquistarono l'agognata promozione in B, in panchina c'era Tommaso Maestrelli, un pisano diventato barese d'adozione. La foto è della formazione che Tommaso, Tom per gli amici, mandò in campo per la passerella finale: in braccio a Carlo Mupo, uno dei fedelissimi del mister che l'aveva voluto a Reggio, nonostante fosse considerato alla fine della carriera, ci sono due bimbetti, con un caschetto biondo che quasi copre loro gli occhi. Sono i due figli maschi del mister, Maurizio e Massimo, hanno poco più di due anni, sono arrivati quando le due sorelle Patrizia e Tiziana erano già grandi.
L'ho cercata, quella foto, nella notte in cui m'è giunta la tristissima notizia della morte di Maurizio, che è andato a raggiungere in Cielo il papà, scomparso a 54 anni, e la sorella Patrizia, tutti e tre sconfitti dallo stesso, inesorabile, male. Sapevo che Maurizio stava male, ascolto, da romanista, anche la radio laziale per eccellenza, Radiosei, che ieri ha dedicato una bellissima trasmissione al figlio del mister del primo scudetto biancazzurro.
Tra le tante telefonate giunte in radio, particolarmente significativa quella d'un tifoso non più "verde", Giorgio, che Maestrelli e la sua famiglia aveva frequentato a lungo, in quegli anni. Lasciata Reggio, dopo tanti trionfi, Tommaso Maestrelli, passando per Foggia, era approdato alla Lazio: se la malattia non l'avesse fermato, certamente c'era una importante società che aveva pensato a lui e si parlava persino di Nazionale.
Sono stato amico dei Maestrelli: da giovane giornalista sportivo in forza alla "Tribuna del Mezzogiorno", seguivo la squadra nei ritiri e nelle trasferte. Spesso, il lunedì, invece di tornare a Reggio, accompagnavo Tom, dopo massacranti viaggi in treno, a Bari e la signora Lina preparava le orecchiette. Avevano potuto comprare con i primi guadagni un bell'appartamento nella zona residenziale. Dopo una vittoria proprio contro il Bari, io e altri amici di Tommaso, ricordo uno per tutti, il farmacista Gianni Sculli, (anche lui non c'è più) fummo ospiti per una serata indimenticabile: cena straordinaria e lunghe partite a carte.
Grandissimo pokerista, Tom, quasi sempre, a un tavolino del bar Parisi, sul corso Garibaldi di Reggio, sfidava Sculli, Vincenzo Tornetta, Paolo Marra, uno dei miei maestri, lo stesso ragionier Parisi, presenti talvolta io e Mimmo Morace, che scriveva per il Corriere dello sport di cui diventerà direttore.
Maurizio e Massimo erano i suoi portafortuna, quando sono arrivati loro, era solito ricordare, qualcosa è cambiato nella mia vita. Perduto il padre, non si sono allontanati dal mondo del calcio e dalla Lazio, restando sempre vicini a mamma Lina, donna coraggiosa, che ha affrontato anche quest'ultima bufera che s'è abbattuta sulla sua famiglia. Che atroce destino!. Roma s'è raccolta attorno a loro, con un affetto che ha superato ogni confine, i colori delle maglie non contano. Maurizio è andato a raggiungere il papà e la sorella. Cosa darei per sapere se, veramente, (ma da credente non posso che avere certezze) nel regno dei cieli incontreremo le persone care che hanno lasciato questo mondo. Tom lo troverei con l'inseparabile pipa e il suo sorriso col quale m'accoglieva nel suo stanzino allo stadio, finito l'allenamento.

25/11/11

I GIORNALISTI TERRORISTI E GLI "AVVERTIMENTI" DI ARENA


Il sindaco Demetrio "Demi" per amici Arena
Il sindaco Arena, dicono quelli che fanno parte del suo staff, s'è arrabbiato di brutto. E allora, convocati i giornalisti amici, quelli noti per essere pronti a correre in...soccorso del vincitore di turno, come avrebbe detto Flaiano, ha dato fondo a tutto il risentimento nei riguardi di quei cronisti che non ne vogliono sapere di nascondere le notizie e si ostinano a pubblicare anche quelle scomode.
Si, anche quando si tratta solo di "pettegolezzi" (proprio così) e di malevole insinuazioni da parte di gentaglia che, non avendo nulla da scrivere, si mette a criticare un "modello" invidiato da tutta Italia. Il sindaco telecomandato, come dicono i soliti maligni, sempre quelli, che vogliono la rovina della città, se l'è presa anche con i blogger, come il sottoscritto, noti perditempo, che criticano senza nulla sapere dei "miracoli" che Arena, sempre affiancato da un assessore notoriamente amico degli amici, sta compiendo ogni giorno.
Lo dico senza alcuna reticenza: le considerazioni di Arena, riportate tramite la penna di un rinomato tuttologo del giornale un tempo leader su piazza, mi lasciano totalmente indifferente, dalla distanza di 758 chilometri le cose vengono viste diversamente, le notizie, belle e brutte, arrivano, grazie a Dio ci sono altri mezzi d'informazione che non  fanno da reggiconda al sistema che, ormai da qualche anno, avvolge come in una nebbia mefitica, una delle città più belle del mondo.
Qualche collega romano approfitta per punzecchiarmi, credendo che io sia risentito per essere stato da Arena (guardatevi dagli incolonnatori di numeri, siano essi ragionieri o commercialisti, era solito dire un mio ex direttore) accomunato a quei pericolosi individui che farebbero parte d'una cricca con l'unico scopo di mandare all'aria quanto di buono i nostri amministratori, anche se nessuno sembra accorgersene, stanno facendo. 
Se far parte d'una cricca (che brutta parola) vuol dire denunciare il marcio che c'è nella politica, le pericolose frequentazioni di amministratori sempre presenti, sorridenti, sulle pagine delle stucchevoli cronache cittadine, e tanto altro ancora, allora m'iscrivo d'ufficio a questo sodalizio, ammesso che esista.
Il sindaco, e chi glielo ha consigliato, avrebbero fatto cosa buona e giusta se avessero scelto la strada del silenzio, rispondendo con operosità e impegno alle critiche e dando qualche buon esempio, cominciando con l'allontanare quei soggetti la cui collusione con le cosche è risultata palese. Troppo facile convocare alcuni ossequienti giornalisti (!) e sparare alzo zero contro colleghi di questi ultimi, senza che nessuno abbia fatto la cosa migliore: alzarsi e andarsene.

23/11/11

CICCIO FRANCO, LA SUA MEMORIA OFFESA DA CHI NON L'HA MAI CONOSCIUTO


Potesse parlare ancora, da dove si trova, Ciccio Franco ne direbbe certamente quattro a quelli che, approfittando d'una cerimonia per ricordarne i vent'anni dalla scomparsa, hanno voluto mischiare il sentimento alla vendetta, prendendosela con una presunta "cricca" di giornalisti che si.....divertirebbero attaccando a più riprese l'onnipotente e fotografatissimo presidente della giunta regionale.
Io credo che un politico, sia esso il semplice consigliere d'un piccolo comune, o financo un ministro, dovrebbe prendere esempio da un genio come Giulio Andreotti, che in settant'anni di vita parlamentare, non ha mai querelato un giornalista. E non ha neppure mandato una smentita (che è sempre una notizia data due volte, a beneficio di chi l'avesse persa) anche quando si è pubblicato di tutto contro di lui.
Invece, il nostro presidente con scorta al seguito e fotografo personale pagato coi soldi del contribuente, ha dichiarato guerra a quei colleghi che osano disturbare il manovratore, usando termini da osteria.
Certo, se il risultato è stato quello di far compattare la categoria, con prese di posizione assai ferme e non soltanto dagli organismi sindacali dei giornalisti, l'affondo del presidentissimo noto per le sue battaglie contro la mafia, tanto da far temere per la vita e assegnargli adeguata protezione, si è risolto in un totale naufragio.
Potrei anche essere d'accordo, per esperienze personali, sulla discutibilità di qualche collega, i cui trascorsi politico-giudiziari non gli impediscono di pontificare, di ergersi a moralizzatore un tanto al chilo, come avrebbe detto Enzo Biagi, e di continuare a far parte d'una ristretta cerchia di cui sono parte, purtroppo, anche alcuni magistrati. Ma questa è un'altra storia, invito ancora una volta i miei affezionati lettori a sfogliare le pagine del pregevole volume di Gioacchino Genchi, lo sò, è corposo, ma vale la pena. Poi, tante cose, le capirete da voi e vi renderete conto da quale pulpito vengono certe prediche.
Ora che Silvio non garantisce più nulla, che Bobo Maroni non governa il Viminale, qualcosa potrebbe cambiare per quei mammasantissima della politica che mal tollerano chi, specie se giornalista, faccia il suo dovere d'informare.
Ciccio Franco, cui rivolgo un deferente pensiero, non avrebbe mai gradito che, quando lui si sacrificava per la sua città era poco più d'un bambino, approfittasse di qualche minuto di raccoglimento davanti alla stele che lo ricorda, per togliersi qualche...sassolino dalle scarpe. Ma il modo è stato sbagliato, l'ennesimo scivolone che rischia di lasciare tracce pericolose.

12/11/11

CASO MORISANI, QUANDO LA MAFIA ENTRA NEL PALAZZO

Vogliamo essere garantisti fino in fondo, ma il caso c'è, e non possiamo nasconderlo. Un assessore del "modello Reggio", cui è stato affidato uno dei settori più delicati dell'amministrazione comunale, quello dei lavori pubblici, il più esposto a infiltrazioni mafiose, è stato in vari momenti intercettato dagli investigatori durante colloqui con personaggi certamente legati a cosche della 'ndrangheta della zona nord della città.
E non in occasioni sporadiche e non con mezze tacche o piccoli faccendieri della politica locale, ma con esponenti di primo piano.
Noi, che siamo garantisti, diciamo, come ha fatto il giudice, che non emergendo circostanze penalmente rilevanti, l'assessore Morisani, vaga somiglianza con il leader dell'Udc, Casini, e spesso ospite delle pagine locali dei quotidiani, non è indagabile. Ma il suo comportamento, checchè se ne dica, per uno che fa politica, è sicuramente censurabile dal punto di vista dell'etica e del modello di vita cui un pubblico amministratore dovrebbe ispirarsi.
Tutti si sarebbero aspettati che il sindaco Arena, e il governatore Scopelliti, al cui "modello" Morisani è vicino, facessero il passo più logico, quello di invitarlo a mettersi da parte, se non altro per sgombrare il campo da ogni sospetto, visto che ogni giorno ci si riempie la bocca (e anche le colonne dei giornali) di trasparenza, legalità, lotta alla mafia, e via discorrendo.
L'opposizione, ammesso che ce ne sia una degna di tal nome, ha lanciato qualche strillo, ma d'iniziative serie, almeno così mi pare, (vivendo altrove non sono tanto ben informato) non se ne sono viste.
Qualcosa il prefetto Varratta, senza dubbio uno dei migliori uomini che il Governo in questi anni ha destinato a Reggio Calabria, avrà comunicato "a chi di competenza", e al ministero dell'Interno è in vista il cambio.
Ci sono poi le notizie venute fuori durante una deposizione dell'ex comandante del Ros su "presenze" eccellenti ad un party organizzato da qualcuno molto vicino ad una temibile cosca che ancora governa in città. Se la mafia entra nel Palazzo, la politica cede il posto al malaffare, e la gente non vuole questo.

31/10/11

LA MOSTRA DI ROSARIO CANANZI, QUANDO LA FOTO DIVENTA POESIA


Torno a Reggio dopo più di quattro mesi e trovo una gradita sorpresa. Il caro amico e compagno di lavoro per tanti anni, Rosario Cananzi, mette in mostra i suoi "gioielli", perchè tali possono essere sicuramente definite le foto che, nell'atrio delle Poste centrali, in via Miraglia, possono essere ammirate, ancora per qualche giorno.
Il buon Rosario non mi aveva avvertito di questa sua iniziativa, che ha avuto l'appoggio del nuovo assessore provinciale alla cultura, Lamberti Castronuovo: persona di poche parole, pur essendo uno dei migliori fotoreporter italiani, collaboratore di importanti testate, è uscito una volta tanto dal riserbo ed ha offerto ai reggini la possibilità di ammirare rari esempi di arte fotografica.
Cananzi non getta in pasto al pubblico le foto di cronaca, quelle che da decenni riempiono le pagine dei giornali in una città che ha vissuto gli anni drammatici della rivolta per il capoluogo e le sanguinose guerre di mafia con centinaia di assassinati. 
I fiori e gli insetti, sono gli aspetti della natura che Rosario ama, una passione che lo porta a fissare con l'obiettivo tutto quanto lo colpisce nelle quotidiane "escursioni" tra un servizio e l'altro per il giornale cui ha dato il suo prezioso contributo, certamente non adeguatamente ricompensato, come avrebbe meritato.  
Non potevo "festeggiare" meglio il mio rientro in città dopo mesi d'impegni romani: il successo che la mostra di Rosario Cananzi ha ottenuto è la dimostrazione di quanto la gente, gli amanti della fotografia artistica e non solo, sentano il bisogno di questo genere d'iniziative. Certo, ci sono anche i fotografi delle nuove generazioni, quelli che il compianto Ninì Cuzzola, altro grande reporter della Rollei, come erano definiti lui e un altro indimenticabile personaggio, Lello Spinelli, classificavano, forse un pò in maniera dispregiativa, gli "scattini".
Questi ultimi, erano anche loro fotografi, ma si guadagnavano da vivere immortalando le coppiette alla villa comunale o i bambini vestiti per Carnevale, scattavano e basta, a sviluppare e stampare ci pensavano altri. Quanto sono lontani quei tempi, se si pensa che, adesso, ci sono i fotografi personali, che fanno un pò di tutto, dalla guardia del corpo all'autista, a spese del contribuente.
Consiglio agli amici lettori di andare a dare uno sguardo alla mostra di Rosario Cananzi, ne vale davvero la pena.

17/10/11

LE VACANZE SONO FINITE, I PROBLEMI RESTANO SEMPRE GLI STESSI

Miei cari e fedeli lettori che anche in questo periodo  non hanno avuto modo di leggermi: sto per tornare dopo le vacanze che, quest'anno, sono state più lunghe del solito (ma ero in arretrato) e dopo una serie d'impegni con l'Ordine nazionale dei giornalisti.
Sono assente da Reggio da quattro mesi, ma non ho smesso di seguire le sorti della città dove ho svolto quasi tutta la mia carriera di giornalista. Purtroppo, vedo che poco o nulla è cambiato e il futuro si presenta tutt'altro più roseo,checchè ne dicano (e ne facciano scrivere ai giornalisti compiacenti) i nuovi "padroni" di palazzo San Giorgio e di quello di via Pietro Foti, sede della Provincia tornata in mano al centrodestra.
Mentre continua da parte della Procura della repubblica targata Pignatone la lotta senza quartiere alle famiglie mafiose che per anni hanno fatto il bello e il cattivo tempo, i problemi di sempre restano sempre quelli. Nel grigio edificio di piazza Castello, poi, sono tornati i veleni, il clima, mi dicono, è irrespirabile, lo scontro tra alcuni magistrati ha assunto toni grotteschi, non si esclude qualche clamoroso colpo di scena. Insomma, niente di nuovo sotto il sole. Grazie per la vostra pazienza, a presto.

24/08/11

SUICIDI DI PENTITI E TESTIMONI DI GIUSTIZIA, UNA TRAGEDIA, MA LASCIAMO RIPOSARE IN PACE ORSOLA FALLARA

Orsola Fallara sorridente, ricordiamola così
Dopo il suicidio della testimone di giustizia di Rosarno, di cui si sta fa facendo un gran parlare, in questi giorni dominati dalla calura, che rende ancor più gravi i problemi endemici della città di Reggio, da più parti si è voluto fare un accostamento, non so fino a che punto opportuno, con la tragica morte della dirigente comunale Orsola Fallara.
A mio modesto parere, l'unica cosa che può tenere legati i due episodi, è la modalità con cui è stato messo in atto il gesto estremo, ingerendo il devastante acido muriatico. Ma non c'è altro. si tratta di terribili circostanze d'ispirazione totalmente opposta. Orsola Fallara non era nè pentita, nè testimone di giustizia. Bisogna fare un necessario distinguo tra pentiti e testimoni di giustizia: i primi sono per lo più criminali, organici alle organizzazioni mafiose, che decidono, in cambio di benefici, peraltro fissati dalla legge, di scendere a patti con lo Stato e rivelare i loro "segreti" facendo scoprire delitti e svelando gli organici delle cosche.
I testimoni di giustizia sono cittadini "normali" che, venendo a conoscenza di gravi reati, o per esperienza diretta o perchè, appunto, testimoni reali, collaborano con gli inquirenti o con la magistratura. Mi vengono in mente due casi emblematici, quello del rappresentante di commercio lombardo che fece arrestare gli assassini del giudice Livatino, e la vicenda dei fratelli Verbaro, agiati panificatori reggini, che alcuni anni fa fecero i nomi dei mafiosi che li taglieggiavano. Spesso, però, lo Stato, ed è il caso dei Verbaro, si dimentica di loro e magari per questioni di natura burocratica, li abbandona al loro destino.
Gente senza patria, nè legami familiari (spesso anche moglie e figli preferiscono dissociarsi dalle loro scelte) con grave rischio per le loro vite. Orsola Fallara, forse, prima che in lei maturasse la decisione di chiudere i conti con la vita, avrà magari pensato di vuotare il sacco, come s'usa dire, trascinandosi dietro coloro che sapevano e hanno taciuto. C'è sicuramente una indagine della magistratura, della quale si è solo intuito qualcosa, ma allo stato non sono previsti sbocchi immediati, non è facile per i magistrati penetrare nella fitta cortina di amicizie, poteri occulti, servitori dello Stato "deviati", giornalisti compiacenti, insomma quella "zona grigia" di cui spesso ha parlato il procuratore Pignatone.
Adesso, però, sarebbe il momento di smetterla con pericolose generalizzazioni, lasciamo Orsola Fallara riposare in pace. Forse il suo cadavere sta "parlando", e presto dovremmo saperne di più.

12/08/11

FERRAGOSTO IN TEMPO DI CRISI, AI REGGINI BASTA UN PO' DI MUSICA

C'era una volta il maxi esodo di Ferragosto
Dopo il presidente operaio, il presidente allenatore, c'è il presidente disc-jockey ad allietare (si fa per dire) le serate dei reggini incazzati più che mai, e non solo per la stangata del governo centrale, ma soprattutto delusi dal "nuovo corso" dell'amministrazione comunale che non riesce a risolvere i soliti problemi: carenza idrica, rifiuti, strade colabrodo, abusivismo dilagante.
Avendo deciso di trascorrere altrove questo periodo di vacanza, le notizie che mi giungono da Reggio non vengono certamente dalla stampa locale, salvo qualche rara eccezione. Basta leggere i quotidiani nazionali, che non hanno mancato di sottolineare come il tanto decantato "modello Reggio" non sia altro che uno scandaloso uso di risorse pubbliche, a favore di scosciate aspiranti miss, ricevute con tutti gli onori dall'ineffabile presidente del consiglio regionale, di una radio nazionale il cui "impegno" per rendere allegre le notti sul Lungomare, sarebbe costato centinaia di migliaia di euro.
Increduli, amici e colleghi della Capitale mi chiedono se quanto vanno leggendo su testate importanti (esempi, il Corriere della Sera e Il Fatto) corrisponda al vero,  se la gestione del governatore più amato d'Italia sia improntata davvero ad un becero clientelismo, da far impallidire il più nostalgico dei demo-socialisti degli anni della prima repubblica.
Dalla reazione dello stesso governatore, sempre accompagnato dal fotografo personale e da uno stuolo di addetti stampa, irritato da quanto pubblicato su un periodico diretto da un suo ex grande amico, debbo capire che forse le critiche non sono del tutto infondate. Ci sarà pure una stampa deviata (ed io in proposito potrei fornire indicazioni più precise, ma mi guardo bene dal farlo, ci saranno altri che lo faranno per dovere d'ufficio) ma siamo in presenza di una gestione di risorse pubbliche "deviate" che allarma l'opinione pubblica.
Non è facile, al governatorissimo ed al suo staff, tenere a bada giornalisti "forestieri", per quelli locali tutto è a posto, figli e amanti sistemati, maxi foto ogni giorno anche se le notizie sono di scarso rilievo, ma il quotidiano è un prodotto che viene "bruciato" in poche ore, e la gente dimentica facilmente. Come il lettore, almeno quello più avveduto, e per fortuna ce ne sono, salta a piè pari quelle interviste a personaggi gabellati per "mostri" della politica e che, nella realtà, senza il loro padrino alle spalle, non avrebbero nemmeno un titoletto nelle cronache.
Un altro anno è passato, Ferragosto in tempo di crisi è alle porte, scordiamoci gli esodi di massa d'un tempo, in Calabria è cambiato pochissimo, quasi nulla, si va avanti tra sfilate di miss, premi e premiucci, sagre d'ogni tipo, mentre nelle strade si spara, il mare è sporco, il lido Bandafalò va in fumo, ogni notte automobili vengono date alle fiamme, piccole vendette consumate spesso per motivi banalissimi.
Ma basta andarsene sul Lungomare, c'è la musica con un dj d'eccezione, aspettando la pioggia di milioni in arrivo. Comunque, a tutti il migliore Ferragosto possibile. 

01/08/11

CHE GRANDE SPETTACOLO DA OFFRIRE AI TURISTI, SE VENISSERO: QUANTE OCCASIONI PERDUTE!

Non faccio certamente un grande sforzo nel dire che la foto di Rosario Cananzi, che potete ammirare a corredo di questa mia modesta riflessione, mentre le città si vanno svuotando, anche se la crisi ha posto fine agli esodi di proporzioni bibliche degli anni passati, è un autentico capolavoro.
Il collega, fotoreporter d'antica scuola, ormai una razza in estinzione, ha colto nella notte, in una girandola di luci, una "fontana" di lava dell'Etna, che in questi giorni ha ripreso la sua attività, mettendo un pò in ansia le popolazioni dei centri che le fanno da corona.
Alle pendici del gigante, come un pastore addormentato accanto al suo gregge, la città di Taormina, il cocuzzolo di Castelmola, le insegne dei grandi alberghi e dei locali aperti fino a tardi. E' finito il tempo delle vacche grasse per gli operatori turistici di questa perla della Sicilia, pur restando una delle mete preferite del turismo estero, risente del calo generale delle presenze.
Nel guardare, sempre più ammirato, questa foto, scattata da Lazzaro, un altro luogo che, fino a qualche anno fa, era un punto d'eccellenza per turisti e villeggianti, penso alle occasioni perdute da Reggio e da altri centri affacciati sullo Jonio, di creare un "ponte" con Taormina nei periodi di più intenso afflusso.
Ci aveva pensato, anni fa, un sindaco illuminato, Italo Saladino, quando governava saggiamente l'amministrazione comunale di Brancaleone: in pochi minuti, dal magnifico lungomare del paese che ebbe come "ospite" involontario Cesare Pavese, con gli aliscafi era possibile raggiungere la spiaggia dorata di Giardini Naxos, visitare il centro storico di Taormina, arrivare fin sull'Etna. Un tour che avrebbe attratto gente da ogni parte, ma è rimasto un sogno, la riviera dei gelsomini offre un quarto delle sue potenzialità.
Intanto, mentre il governatorissimo, con tanto di scorta e fotografo personale, in barba alla politica di risparmio tanto decantata, inaugura costosissime mostre con l'onnipresente e sempre più antipatico Vittorio Sgarbi, Reggio aspetta di vivere la sua estate graziosamente offerta dal Comune, all'insegna di "bancarelle e divertimento", come argutamente osserva uno dei personaggi  della popolare trasmissione "Chisti simu" del duo Auspici-Polimeni.
I reggini, tutto sommato, s'accontentano di poco, purchè sia gratis, e serva a dimenticare il mare sporco, l'immondizia, la penuria d'acqua, le tante vertenze con centinaia di lavoratori da mesi senza stipendio. Un modo di governare che, tutto sommato, ha dato i suoi frutti. Perchè cambiare?.

30/07/11

VILLA TORLONIA, DA CASA DEL DUCE A LUOGO DI RITROVO PER ROMANI E TURISTI

La splendida villa Torlonia che fu la casa del Duce
Ormai non sono molti quelli che ricordano cosa accadde in quei giorni di 68 anni fa, quando il 25 luglio del 1943, il Gran Consiglio votò l'ordine del giorno presentato da Dino Grandi e per Benito Mussolini fu la fine.
Ma ce ne sono ancora di romani che quelle giornate le vissero, nel quartiere Nomentano dove il Duce abitava, nella splendida Villa Torlonia messa a sua disposizione dalla nobile famiglia capitolina per la cifra simbolica di una lira al mese. Raccolgo i ricordi di alcuni anziani della zona nel negozio d'un barbiere, per loro è il tempo della nostalgia, quando parlano sembra vedano scorrere le immagini di quelle ore tristi per il nostro Paese, come in un film.
Mussolini lo vedevano passare ogni giorno, spesso guidava lui stesso una delle tante automobili che formavano il suo parco privato: la via Nomentana non era ancora così larga e non c'erano i tanti palazzoni che col tempo hanno "nascosto" le splendide ville molte delle quali adesso sono sedi diplomatiche, esempi stupendi d'architettura neoclassica.
La curiosità ci porta a fare un giro, in compagnia d'un amico, nel meraviglioso parco che circonda la villa, recuperata dopo anni di degrado e messa a disposizione dei cittadini: il Duce amava cavalcare, e lo facevano anche i figli e gli altri gerarchi, gli ospiti venivano ricevuti nei meravigliosi saloni affrescati o, d'estate nella zona chiamata la limonaia.
Ora di piante ne sono rimaste poche, ma la palazzina ricca di pregevoli vetrate è diventato il luogo d'incontro, specialmente in questi giorni che vedono l'Urbe spopolarsi, per turisti e residenti. Si mangia la pizza all'aperto, ma anche dell'altro, se si vuole, immersi nel verde, in un'atmosfera che richiama gli anni ruggenti del regime fascista e dal colonnato posteriore ci pare, da un momento all'altro, di veder spuntare il Duce, con gli immancabili stivali, seguito da uno stuolo di camicie nere.
Invece, arriva una comitiva di turisti, spaghetti, lasagne e l'immancabile carbonara li attendono, mentre stuoli di uccelletti svolazzano tra i tavoli alla ricerca di qualche briciola.
Quella che per quasi vent'anni fu la residenza del dittatore fascista, in una delle zone di Roma che conserva ancora un certo fascino, è ormai luogo d'incontro, musiche e concerti, mostre e convegni, coppie di sposi che, come fecero Edda Mussolini e Galeazzo Ciano, si fanno fotografare davanti all'ingresso della villa o sotto gli austeri obelischi. La storia non si cancella, villa Torlonia è ancora lì, a conferma di quanto la nobiltà romana sia stata importante per dare alla città un decoro e uno stile che la fanno "regina" nel mondo.
"Annamo a magnà 'na pizza dar Duce", amano dire i giovani che di Mussolini, al massimo, hanno letto qualcosa sui libri di scuola.