18/02/11

SANTORO E COMPAGNI SI SONO MAI CHIESTI COSA FAREBBERO SE SILVIO DECIDESSE DI SPARIRE?

Le ragazze del bunga bunga riempiono le pagine dei giornali
E se Silvio Berlusconi, dall'oggi al domani, senza avvertire nessuno, decidesse di eclissarsi, andandosene a vivere all'estero, in una delle sue tante dimore sparse per il mondo, chiudendo con la politica e con l'Italia?.
Ho provato ad immaginarlo in questi giorni in cui il fronte antiberlusconiano si è scatenato. Basta guardare la prima pagina di Repubblica oggi, viene tralasciato tutto pur di valorizzare gli argomenti "nocivi" per il Cavaliere, un autentico bombardamento con indiscrezioni, pubblicazione di atti processuali, stralci d'intercettazioni .
E se Papi, come ormai viene chiamato utilizzando in senso dispregiativo un termine usato dalla gran parte dei bambini, non ci fosse più, se per incanto sparisse alla vista e agli obiettivi, io credo che sarebbe un'autentica tragedia per chi della caccia spietata al premier ha fatto ragione di vita.
Pensate, ad esempio, ad Annozero, con Santoro impossibilitato a vomitare veleno per "mancanza di notizie", il Cavaliere è sparito, sui giornali non c'è una riga, una foto, uno straccio d'inchiesta di una Procura qualsiasi.
Pensiamo, per fare un altro esempio, altri due giornali che dell'antiberlusconismo hanno fatto la loro linea editoriale, come l'Unità e Il Fatto quotidiano: chi riempirebbe quelle pagine desolatamente vuote, con chi potrebbero sostituire il Male italiano per eccellenza?.
Resterebbero le dichiarazioni dei soliti Bersani, D'Alema, Letta, Casini che, lo giurerei, chiederebbero a gran voce di rintracciare subito l'ex primo ministro, sennò non avrebbero con chi prendersela, resterebbe vuoto il taccuino di Travaglio, Vauro tenterebbe invano di trovare l'ispirazione per "nuove" vignette.  
Tanti giornali hanno potuto, in questo periodo di gravi crisi diffusionale per quasi tutte le testate, tirare avanti grazie a Berlusconi, ogni giorno pagine su pagine, mentre centinaia di investigatori e decine di magistrati, un'intercettazione dopo l'altra, accumulano pagine d'inchieste, chiedono il processo. E la sinistra aspetta da un momento all'altro la caduta del tiranno, per tornare al potere, più il tempo passa, più vengono logorati dalle loro lotte interne, dalla mancanza di un programma alternativo serio, di un autentico leader da contrapporre al nemico col vizietto del bunga bunga.
Non sappiamo come finirà, ormai si naviga a vista, Berlusconi non ci pensa nemmeno a nascondersi, uscire di scena all'improvviso, gettando nel panico chi finora ha vissuto, anzi è riuscito a sopravvivere politicamente, facendogli la guerra, pescando nei vizi privati, senza peraltro allestire una opposizione seria.
Immagino Di Pietro e il suo partito delle manette (a proposito, quando viene in Calabria, non c'è nessuno che lo avvisi delle "strane" presenze in Idv?) trovarsi senza bersaglio nel deserto di idee e di programmi. Tutto sommato, tra escort, serate ad Arcore, Minetti e Tommasi varie, è stato il Berlusca a dar da mangiare ai suoi nemici. O no?.

13/02/11

E' MORTA GIOVANNA IELASI, MOGLIE DI VINCENZO MEDICI SEQUESTRATO NON TORNATO

Ricerche di prigioni per i sequestrati
IL DIRITTO DI SAPERE

Mancava qualche giorno a Natale ma, quella sera, l’aria era tiepida. Sopra i tetti di plexiglas delle serre ricolme di fiori e piante d’ogni genere, in mezzo alle campagne un po’ brulle della riviera ionica, il cielo era stellato.
Luci sparse sulle colline, una calma irreale: dal buio sbucarono almeno in quattro, con le armi in pugno, le facce nascoste da cappucci di lana, quelli usati dai pastori, quando portano le greggi in alta montagna.
Vincenzo Medici, ultrasessantenne ancora vigoroso, venne strappato dal suo tavolo di lavoro e portato via, come una bestia.
Sui giornali il titolo, scontato: “L’anonima sequestri ha colpito ancora”.
La moglie Giovanna, quella sera del 21 dicembre 1989, l’aspettava per cena. Una coppia non più verde, ma ancora unita come il primo giorno, un rapporto mai turbato dall’unica ombra sul loro destino, quella di non potere avere figli.
Un vuoto colmato da affettuosissimi nipoti, dagli interessi culturali comuni: la lettura, i viaggi, la conduzione d’una azienda florida e che ha anche rischiato di morire.
Giovanna è una donna minuta e composta nei suoi gesti. Di tanto in tanto, qualche giornalista le telefona, accade quando, per un motivo o per l’altro, il fenomeno sequestri torna a fare notizia.
E’ accaduto anche quando è esploso il caso dei fondi riservati del Sisde, impiegati per pagare qualche riscatto e non meglio precisati “informatori”.
Sembra che nella Locride ci sia stato, in questi ultimi anni, uno strano movimento: 007 deviati, mafiosi, pentiti della ‘ndrangheta, ambigue figure di avvocati e giornalisti, centinaia di milioni che non si sa che fine abbiano fatto.
Ma questa è una storia ancora da scrivere: quella che è stata scritta è fatta da migliaia di giorni d’angoscia, nella casa piena di luce dalla quale, quel pomeriggio, Vincenzo Medici era uscito.
Ora restano i sospiri e il dignitoso silenzio d’una donna sempre più sola. Col passare dei giorni, dei mesi, degli anni, la villa immersa nel verde è sempre più vuota: Vincenzo Medici era un uomo attivo, che dietro l’aspetto del pacioso agrario di provincia, nascondeva una sensibilità e una cultura notevoli.
Nelle parole di Giovanna Ielasi, sposata Medici, non c’è ombra di rancore, soltanto amarezza, eppure, di motivi per scatenare polemiche, anche violente, ne avrebbe.
Suo marito è stato vittima della cosiddetta linea dura dello Stato, che poi tanto dura non era, se si pagavano i banditi ed altri personaggi con i soldi della collettività, come lo stesso prefetto Parisi, messo alle strette durante un’audizione in commissione, fu costretto ad ammettere.
Su queste pagine nere della storia italiana non si è ancora voluto fare luce, ognuno si augura che salti fuori, prima o poi, la verità, quella che una donna disperata chiede di conoscere.
Il diritto di sapere: la moglie di Vincenzo Medici, gli altri familiari, chiedono solo che qualcuno dica loro qualcosa, se l’inchiesta è chiusa, se su questo sequestro dimenticato è calato il sipario dell’archiviazione.
Ogni anno, quando questo triste anniversario ricorre, le persone che a Vincenzo Medici erano care, si chiedono perché non viene loro riconosciuto il diritto di sapere.
Certo, non si fanno illusioni, ma in questi casi, il passare del tempo non lenisce il dolore, i ricordi non s’annebbiano.
Giovanna Medici s’è stancata ormai di fare appelli, ha chiesto umilmente di avere qualche notizia, di poter sapere dove suo marito è stato sepolto dai carnefici della banda.
Il resto non la riguarda. Quando si allontana, e ciò avviene sempre più raramente, dalla grande casa vuota, porta con sé un cellulare. Una telefonata, secondo un fortunato slogan della Sip di qualche tempo fa, allunga la vita. In questo caso, purtroppo, non riesce neppure ad alimentare la speranza.
Di quell’uomo che era l’anima d’una azienda, fonte di lavoro per decine di persone, resta l’immagine sorridente, abbracciato alla nipote prediletta, momenti sereni, senza presagire ciò che sarebbe accaduto una sera di dicembre, con il Natale alle porte, le strade del paese illuminate, un’insolita animazione.
Altre famiglie soffrono, piangono e pregano, mentre nelle case si brinda: è il Natale triste di chi non ha potuto, neppure a caro prezzo, far tornare a casa la “preda” nelle mani dei sequestratori. Nell’Italia che scivola ogni giorno di più, c’è chi crede ancora nel rispetto dei diritti costituzionali, perciò Giovanna Medici rivendica il diritto di sapere. Qualcuno, finalmente, l’ascolterà?.

Si chiudeva così un mio pezzo di qualche anno fa, sulle pagine nazionali di Gazzetta del Sud. Nel momento in cui la signora Giovanna Ielasi vedova di Vincenzo Medici, sequestrato mai tornato, ha chiuso la sua parentesi terrena, mi sembra opportuno riproporlo ai miei lettori. Lei se n'è andata in silenzio, così come ha vissuto tutti questi anni in una attesa senza speranza, è morta senza aver mai potuto portare un fiore sulla tomba del marito i cui resti sono sepolti dall'oblio e forse mai verranno trovati. Una pagina nera della nostra storia di cui tante persone dovrebbero vergognarsi.

07/02/11

PINO MICHIENZI, L'ATTORE CHE NON AVEVA MAI VOLUTO ABBANDONARE LA SUA TERRA

Pino Michienzi con il regista Franco Zeffirelli
Pino Michienzi, l'attore catanzarese immaturamente scomparso, non aveva mai voluto distaccarsi dalla sua terra e dalla sua città, alla quale era legatissimo, e dove la morte lo ha colto di sorpresa, un'uscita di scena come forse lui avrebbe sempre desiderato.
Pino lo avevo conosciuto molti anni fa, a Catanzaro, dove mi trovavo per motivi di lavoro: era amico di famiglia di mia zia Rosa, sorella di mio padre che, avendo sposato un catanzarese, viveva nella città dei tre colli da tanti anni. I genitori di Michienzi erano insegnanti, colleghi di zia, i rapporti tra le due famiglie, in particolare tra mia cugina Rita e l'allora giovane attore che s'affacciava alla ribalta nazionale, fraterni.
Attore drammatico, classico, riusciva anche ad interpretare personaggi diversi, era amato dai giovani che incontrava spesso negli spettacoli che allestiva per le scuole.
Lo ha ricordato l'attuale sindaco di Catanzaro, Rosario Olivo che, quando era nella giunta regionale, di cui fu anche presidente, valorizzò i progetti teatrali per le scuole che Pino Michienzi proponeva, ed era sempre un successo.
Sono state tantissime, in queste ore, le manifestazioni di cordoglio, da ogni parte d'Italia: Catanzaro ha perso uno dei suoi figli che ha dato lustro, con l'arte teatrale, ad una terra che purtroppo, da qualche tempo, non esprime più talenti, se non casi isolati, in tutte le discipline, dalla pittura al giornalismo, dalla letteratura alle professioni.
Per Pino sarebbe stato facile, come hanno fatto altri, recidere ogni legame con Catanzaro e la Calabria, andando altrove a cercare consensi e anche guadagni, ma ha voluto, fino a quando, repentina, su di lui s'è abbattuta la falce della signora in nero, restare quaggiù, vivendo i contrasti e le contraddizioni d'una società che paga il prezzo altissimo di anni di incuria e di distanza da Roma, dai centri della politica e del potere.
Per questo, da oggi, i calabresi si sentono ancora più poveri. Adesso, Pino Michienzi cambia palcoscenico, invece delle tavole calpesterà le nuvole, e siamo certi che saranno in tanti ad ascoltarlo.

02/02/11

UN APPELLO AGLI INSEGNANTI: FATE LEGGERE "CUORE" AGLI SCOLARI

EDMONDO DE AMICIS
Leggo da tantissimi anni (ne possiedo l'intera collezione) il mensile "Prima Comunicazione" diretto da Umberto Brunetti, che viene considerato, negli ambienti giornalistico-editoriali, un vero e proprio Vangelo, in quanto ad attendibilità delle notizie ed alla serietà con la quale vengono affrontati i problemi del mondo dell'informazione.
Tra le rubriche fisse (c'era anche quella del compianto Pietro Calabrese) ce n'è una curata da Carlo Rossella "l'internauta pallido" e ci giurerei che è stato Brunetti a coniare questa definizione, che in prevalenza si occupa d'informazione estera. Stavolta, l'elegantissimo Carlo, che mi capita spesso d'incontrare in centro a Roma, con la sua aria da dandy un pò stagionato ma ancora affascinante, si è fatto trasportare sull'onda dei ricordi d'infanzia, nel vedere tra gli scaffali della Feltrinelli a Fiumicino, una nuova edizione del "Cuore" di Edmondo De Amicis.
Rossella ha riavvolto il nastro della memoria ed è tornato agli anni Cinquanta quando frequentava la quarta elementare in un paesino del Cremonese, di cui è originario. Ha rivisto la maestra che, spiegando ai bambini la storia, s'infervorava raccontando le imprese dei garibaldini, gli atti eroici della prima guerra mondiale. Anch'io, ahimè, appartengo a quella generazione e, come accadeva a Rossella, ero costretto a mandare a memoria il famoso bollettino della vittoria del generale Armando Diaz.
In quel tempo, in classe, era di rigore la lettura del libro "Cuore", il capolavoro deamicisiano veniva usato, e dovrebbe essere usato anche al giorno d'oggi, per educare gli scolari ad essere bravi a scuola, educati in famiglia e fuori, in futuro cittadini.
Bene, ho voluto fare anch'io come ha fatto Carlo Rossella: "Cuore" l'ho ricomprato (dalle librerie di casa è sparito) e ho preso a rileggerlo. Era il 1881, vent'anni circa dopo la proclamazione del Regno, quando De Amicis diede vita ai vari De Rossi, Garrone il gigante buono, Franti, il cattivo, Precossi, Nobis, Stardi, Coretti, Votini, compagni del protagonista del romanzo, Enrico.
Rossella ha avuto nel maestro Perboni il personaggio che allora lo attrasse, io ero commosso dalla figura di Precossi, ma ritrovavo nelle famiglie di alcuni di quei miei coetanei i valori che nella mia famiglia erano a base dell'educazione che i miei genitori cercavano di dare a me e mio fratello.
Carlo Rossella ricorda il tempo in cui si ringraziava, si chiedeva permesso, si dava il passo alle signore, si aiutavano i vecchi, non si urlava, le famiglie erano unite e solidali.
La lettura del "Cuore", e sono perfettamente d'accordo col collega (lui permetterà) Rossella, dovrebbe essere inserita come obbligatoria alle elementari specialmente nell'anno in cui si celebra il centocinquantenario dell'unità d'Italia. Dubito anch'io che possa accadere. Quel mondo raccontato da De Amicis non c'è più.