31/07/09

SACCA' DOPO LOIERO? LA GENTE DIREBBE "ARIDATECE ER PUZZONE!"



La notizia della possibile candidatura dell'ex potente direttore generale della Rai, Agostino Saccà, calabrese d'origine, alla successione del governatore Agazio Loiero, è arrivata nel pieno della cosiddetta "bolla" di calore che sta facendo sudare tutta l' Italia.
I miei affezionati lettori sanno benissimo qual è la mia opinione su Saccà e, in genere, su tutti i colonizzatori che scelgono la Calabria per le loro "imprese", assai spesso con risultati disastrosi, loro vanno via e ai calabresi tocca rimediare ai danni.
Sapete anche bene come la pensi su Loiero e la sua corte dei miracoli, che i miracoli promessi, nonostante l'incensamento h24 che un giornale gli riserva, non è riuscito a farli. L'ex ministro ed ex non ricordo più di quanti partiti, prima di farsene uno suo, è una di quelle persone che non riescono a risultare simpatiche alla gente neppure se, improvvisamente, si trasformassero in Woody Allen della politica.
Che Berlusconi abbia pensato a Saccà per tentare di impadronirsi nuovamente della Regione, dopo i disastri combinati dalla banda Chiaravalloti, detto il barzellettiere di Viale De Filippis (sede della Giunta) ci pare una mossa azzardata. Forse, come avviene spesso in politica, qualcuno l'avrà lanciata proprio per bruciare sul nascere le speranze dell'Agostino da Taurianova, quello che, con il bel pacco di soldi della liquidazione Rai, vuol mettere su un centro di produzione calabrese in concorrenza con l'azienda alla cui greppia s'è saziato per anni.
Tra l'uscente Loiero e il possibile entrante Saccà la gente, noi crediamo, finirebbe con il non scegliere, disertando in massa le urne. Dopo tutto, di fronte a un Saccà in veste di salvatore della patria, anche noi finiremmo con il confermare la scelta di Loiero dandogli altri cinque anni di possibilità per scusarsi con le genti di Calabria per tutto quello che non è riuscito a fare.

A Roma, dopo la caduta di Mussolini, ci volle poco perchè il dittatore finito a testa in giù a piazzale Loreto venisse rimpianto al punto da far gridare nelle piazze: aridatece er puzzone!. Non vorremmo che anche in Calabria accadesse la stessa cosa.

23/07/09

DA SINOPOLI A VIA VENETO, MA CHI C'E' DIETRO GLI ALVARO?


Hanno avuto, giustamente, grande risalto, sugli organi di stampa i sequestri di immobili, locali, auto di lusso, conti bancari, riconducibili, anche se ciò dovrà essere dimostrato nelle sedi competenti, alla cosca degli Alvaro, egemone a Sinopoli, che avrebbe, sempre stando all'ipotesi accusatoria, le sue propaggini nella Capitale.
La presenza di esponenti della 'ndrangheta, con interessi economici anche notevoli, a Roma e nei dintorni (vedi la zona dei Castelli) non è certo una novità, almeno per cronisti di lungo corso e di buona memoria.
Già agli inizi degli anni '80, nell'istruire il primo maxi processo che portò alla sbarra una sessantina di personaggi di spicco, da Paolo De Stefano ai Piromalli di Gioia Tauro, a Ciccio Serraino, il re della montagna, il giudice Agostino Cordova aveva dedicato particolare attenzione alla cosiddetta "colonna romana" che aveva tra gli esponenti più importanti quel Gianfranco Urbani, detto "er pantera", finito anche nelle inchieste sulla banda della Magliana. Urbani era considerato l'unico in grado di dirimere le controversie e mettere pace tra i gruppi della mala romana.
Con i romani ,Vittorio Canale, detto il rosso, da anni scomparso dalla circolazione, (si dice viva in Francia) aveva partecipato alla famosa rapina delle paghe dei dipendenti della Stefer, da romani era composta la "batteria" di ladri specializzati nell'uso della lancia termica, che portarono a termine il clamoroso furto nel caveau della Cassa di Risparmio di Calabria e Lucania, nel centro di Reggio. Uno degli organizzatori fu il pentito Giacomo Lauro, che agì senza chiedere "l'autorizzazione" ai capi cosca cittadini.
Gli Alvaro, che si dice siano stati i fautori dell'armistizio tra i gruppi mafiosi reggini in lotta, dopo cinque anni di omicidi e ferimenti, da tempo, oltre a "scendere" in città, interessandosi particolarmente della gestione di locali tipo bar e ristoranti, qualche distributore di carburante, avevano spostato il loro raggio d'azione su Roma dove, sempre stando a quanto si sostiene negli ambienti investigativi, avrebbero contato anche su importanti "appoggi" politici.
L'inchiesta della Procura distrettuale diretta da Pignatone è in corso, dopo la fase dell'individuazione dei prestanome, il sequestro dei beni acquistati con denaro di provenienza illecita, ci sarebbe un ramo, diciamo così, politico dell'indagine che potrebbe portare a clamorosi risvolti.
E' possibile, infatti, che dietro Vincenzo Alvaro, il figlio di "copertuni", già coinvolto in altro procedimento, ci siano persone al di fuori dei clan, gente ufficialmente "pulita", che nella Capitale frequenta esponenti della politica, della finanza, delle agenzie immobiliari. I romani, che via Veneto da tempo l'hanno lasciata prevalentemente ai turisti, e dove la dolce vita è solo un ricordo, sono increduli. Ieri mattina una piccola folla stazionava davanti al Cafè de Paris: ne abbiamo viste tante, commentava qualcuno, ma che i calabresi se stanno a comprà mezza Roma proprio nun ce và.

13/07/09

14 LUGLIO, QUANDO LA CITTA' REAGI' A UN SOPRUSO, E FU LA RIVOLTA


Il ricordo è ancora assai nitido, nonostante siano passati ben 39 anni da quel fatidico 14 luglio, il giorno dell'inizio "ufficiale" della assurda rivolta per il capoluogo di regione, rivendicato dai reggini, ma con i catanzaresi strenuamente aggrappati al loro pennacchio.
Per la verità, la città era in subbuglio già da qualche giorno, esattamente dalla serata del 5, quando in piazza Italia i maggiorenti dei partiti s'erano ritrovati per un "rapporto alla città" tenuto dal sindaco Piero Battaglia. Sul palco c'erano i consiglieri regionali neo eletti, compresi quelli che, poi, avrebbero preso le distanze dai moti popolari subito bollati come eversivi e soprattutto fascisti.
Di fascismo, almeno nella spontanea prima fase della sollevazione della popolazione reggina, c'era poco, in tutti i ceti sociali era vivo il senso di ripulsa verso l'atteggiamento di Catanzaro, con la sua "batteria" di parlamentari, che a Roma contavano, come si vedrà dopo.
Nel comitato d'azione per Reggio capoluogo erano rappresentate, oltre a tutte le ideologie politiche, anche le associazioni, la Chiesa, le professioni, il mondo giovanile. La leadership, quando cominciò a crearsi attorno alla città un autentico vuoto pneumatico delle Istituzioni, passò nelle mani di Francesco Franco, detto Ciccio, uomo della destra, sindacalista della Cisnal che s'interessava in particolare dei problemi della azienda municipale di trasporto.
Ciccio aveva una buona oratoria, nel partito di Almirante che a Reggio aveva il personaggio di maggior rilievo nell'onorevole Nino Tripodi, direttore del Secolo d'Italia, non tutti lo sopportavano, insomma non stava troppo dentro le regole. Ma ben presto il popolo lo scelse come idolo, simbolo della rivolta che, quella calda serata di luglio, sacrificò alla causa il primo dei martiri, Bruno Labate, ferroviere, trovato morto dopo una carica della polizia in via Logoteta, piccola traversa che, dal corso Garibaldi, sfocia in via Torrione, pochi metri in salita.
Labate, per la cui tragica fine non c'è stato nessuno che ha pagato, è stato il primo di una serie di vittime, cadute per difendere un ideale, gente del popolo.
Centinaia di arresti, decine e decine di feriti e mutilati, processi che sono durati anni, s'incontrano ancora quelli che sul corpo portano i segni delle "battaglie" per Reggio che il capoluogo non l'avrà e che, negli anni successivi, è stata tenuta in castigo dai Governi che si sono succeduti.
C'è stata, da parte anche di storici importanti, una rivisitazione della rivolta, e anche se si sono voluti fare collegamenti con la criminalità mafiosa, la massoneria deviata, i Servizi infedeli, rimane l'autenticità d'un moto spontaneo che nessuno potrà mai smentire. Abbiamo il dovere di spiegarlo alle nuove generazioni, perchè sappiano che chi li ha preceduti nella vita ha lottato contro un ideale e se violenza c'è stata, la colpa non è stata soltanto di tanti giovani che sono scesi sulle barricate, mentre la repressione dello Stato si faceva ogni giorno più dura.
Solo il senso di responsabilità di chi aveva il compito di garantire l'ordine pubblico ha impedito (e di questo dovremo essere sempre grati al questore Santillo) che avvenissero fatti di sangue ancor più gravi.
La rivolta, nel ricordo di chi l'ha vissuta, resterà sempre come un passaggio della tribolata storia di Reggio, una città dove si ha sempre la sensazione che il fuoco covi sotto la cenere della delusione. Tantissimi protagonisti di allora ormai non ci sono più, resta il sacrificio che hanno fatto, pagando di persona, perchè non venissero calpestati, come ancora si sta tentando di fare, diritti secolari.

09/07/09

REGGIO NEL PERIODO DELLA BELLE EPOQUE VISTA DA GAETANO LABATE

Ci sta lavorando da tempo con grande impegno, Gaetano Labate, al suo nuovo documentario destinato a ripetere il successo ottenuto con quello rievocativo del disastroso terremoto che il 28 dicembre 1908 distrusse Reggio e Messina, nonchè numerosi centri dell'interno sulle due sponde, provocando migliaia di vittime.
Il noto regista e documentarista reggino, infatti, pensa a un lavoro che riporti alla luce gli anni della Belle epoque reggina, a cavallo tra l'Ottocento e il Novecento.
Da quanto è stato possibile apprendere, a seguito di minuziose ricerche iconografiche, Labate è riuscito a ricostruire un periodo storico della città che ha riservato parecchie sorprese, per cui anche stavolta dovrebbe venirne fuori un piccolo capolavoro, sulla scia dei dvd sulla storia di Reggio e sul tiranno Anassilao.
Intanto, in quegli anni, era un fiorire di iniziative editoriali, anche se mancava un quotidiano locale, poi verranno le avventure di Orazio Cipriani col suo Corriere di Reggio e di Filippo Rizzo con la Voce di Calabria.
In città circolavano fogli dal carattere estremamente....pungente, nel senso che gli amministratori dell'epoca venivano continuamente messi sotto accusa, anche di fronte a problemi che, oggi, ci appaiono banali, ma allora i cronisti non perdonavano ai responsabili della cosa pubblica la benchè minima distrazione, fosse una semplice buca stradale, la carenza d'acqua, l'igiene scarsa, tutte cose che, a distanza di tanto tempo, appaiono estremamente attuali.
Ma Reggio nel periodo della belle epoque era anche cultura, spettacoli d'alto livello, giornalismo satirico, politica, insomma era una città vivace sotto tutti i punti di vista-
Aspettiamo con ansia questa nuova impresa di Gaetano Labate del quale va ricordato l'impegno civile, da cittadino e da cineasta, nel tentativo di portare sempre più in alto il vessillo della Reggio bella e gentile. Siamo certi che anche stavolta sarà un successo.

06/07/09

ANTONIO MORABITO, DA GALLINA ALLA FARNESINA


Non ha nascosto l'emozione, Antonio Morabito, diplomatico di carriera, nel ricevere, nella sua città, uno dei premi più prestigiosi, il "bergamotto d'oro" del Lions, riconoscimento riservato a personalità che hanno onorato la loro professione, senza "dimenticare" la regginità."Il vostro apprezzamento per ciò che nella mia carriera diplomatica ho provato a fare -ha detto Morabito nel suo intervento di ringraziamento- rappresenta per me un grande incoraggiamento. Come diplomatico -ha aggiunto- ho cercato di assolvere le missioni assegnatemi con senso dello Stato. Ho avuto la fortuna di conoscere personalità e genti di molti Paesi che mi hanno ospitato, nonchè strutture dei governi locali. E' stato fondamentale entrare, immergersi, radicarsi, nelle realtà di quei Paesi, stabilire rapporti, recependo le esigenze, i desideri, i bisogni delle persone e stabilire in modo chiaro anche le necessità dell'Italia, trovando accordi e soluzioni praticabili per le varie situazioni.
Durante le esperienze all'estero (Morabito è stato, tra l'altro, in Indonesia, Argentina, Iran) ho sempre ricordato -ha aggiunto- le mie origini, ho sempre portato con me i valori della mia terra, mi accompagna quella caparbietà che ravviso in tutti i conterranei che incontro all'estero."
Antonio Morabito va ad aggiungersi alla folta schiera di personalità che, negli anni, hanno visto assegnato dal Lions club il prestigioso riconoscimento, un premio che resta tra i pochi d'autentico valore, nella miriade di manifestazioni che, ogni estate, vedono presenti in Calabria e nella nostra città personaggi "catapultati" e che nessun merito hanno se non quello di aver fatto soltanto il loro dovere.
Il diplomatico reggino doc, è nato nel rione collinare di Gallina ed ha avuto una profonda educazione cattolica: tra gli incarichi più recenti, quello di componente l'ufficio del consigliere diplomatico della presidenza del Consiglio.
Non sono mancate, per lui, le occasioni di incontri con i grandi della terra, da Fidel Castro a Katami, ai presidenti di Cina, Indonesia, Corea, Argentina e Brasile.
Negli anni più recenti ha dedicato la sua attività al campo della comunicazione, strumento essenziale nella società globale, prima alla cooperazione allo sviluppo, poi nella promozione della cultura e della lingua italiana all'estero.
"Il premio che ho ricevuto -ha dichiarato- mi incoraggia a continuare nel portare in alto l'immagine dell'Italia e della Calabria, questo "bergamotto d'oro" lo considero un pegno per un maggiore impegno civile, sociale, umano e spirituale quale vincolo di sentimenti e di ideali con la città di Reggio e con i Lions".

01/07/09

MONUMENTO A SAN PAOLO, QUANTO E' ALTO QUESTO DIAMETRO?

Nelle intenzioni di Peppino Reale, uno che, pur non essendo reggino, tanto ha fatto per la città, nel corso della sua lunga attività politica che lo ha portato da Montecitorio alla poltrona di sindaco, la cosiddetta colonna di San Paolo dovrebbe diventare, oltre ai Bronzi di Riace, un nuovo simbolo per la Reggio degli anni duemila.
Stando a quanto pubblicato, a ripetizione, in questi giorni, sulle colonne di quello che, un tempo, era il giornale leader, la colonna, visibile dalle due sponde dello Stretto, era data per pronta, bisognava solo attendere la cerimonia, con tanto di presenze illustri, anche dal Vaticano. Ma l'altro giorno, leggendo la presentazione, a cura di una nota promessa del giornalismo calabrese e non, s'è saputo che la colonna, altezza venti metri, ancora non c'è, in compenso c'è una statua, opera dello scultore Michele Di Raco, che poggia su un basamento in marmo la cui altezza è due metri di diametro.
Sì, proprio così, all'illustre figlio d'arte, destinato, come l'altrettanto illustre genitore, ne siamo sicuri, ad una brillante carriera, le idee si sono un pochino annebbiate e i ricordi scolastici piuttosto sfumati, se ha confuso la base con l'altezza e addirittura col diametro.
Non osiamo immaginare le impressioni del professor Reale, austero docente di lettere, leggendo la nota destinata a promuovere l'iniziativa cui il buon onorevole tiene tanto. In compenso, sono tanti i particolari "tecnici" su come Di Raco ha partorito il monumento destinato a passare alla storia. Le vie di internet sono infinite e l'ennesima performance di questo esponente della "nouvelle vogue" del giornalismo (qualcuno gli spiegherà cosa significa) ha varcato i confini calabresi, fino a raggiungerci mentre, in barca, navighiamo nelle acque che al grande Ugo Foscolo furono care. Alla prossima.