21/04/11

RANDOLFO PACCIARDI, UN PROTAGONISTA DEL '900 TROPPO SPESSO DIMENTICATO

RANDOLFO PACCIARDI
"Randolfo Pacciardi, un protagonista del Novecento": questo il tema d'un convegno organizzato dalla Camera dei deputati, a vent'anni dalla scomparsa di un uomo politico, combattente per la libertà, repubblicano per scelta di vita, in occasione della donazione da parte della famiglia dell'archivio privato.
Sala della lupa di Montecitorio, un luogo che "odora" di storia: qui, nell'estate del 1924, i deputati cosiddetti "aventiniani" si riunirono per protestare contro il fascismo, dopo il delitto Matteotti. E sempre in quest'aula austera la sera del 10 giugno del 1946 vennero letti i risultati del referendum tra monarchia e repubblica, si apriva una nuova era per il nostro Paese. 
Pacciardi, ha ricordato il presidente della Camera, Gianfranco Fini, fu un anticipatore della seconda repubblica, idealizzò l'elezione diretta del capo dello Stato e auspicò un modello che sarebbe da riproporre.
L'evento, cui ha preso parte un folto pubblico, esponenti politici, storici, giornalisti, familiari di Pacciardi, è servito da presentazione al volume che verrà stampato dalla Camera nel quale verranno raccolte le relazioni dei partecipanti al convegno.
Il presidente emerito della repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, ha affidato ai suoi ricordi personali il ritratto di Randolfo Pacciardi deputato di grande spessore, dal carattere forte, incapace di odiare gli avversari politici, note le sue battute fulminanti come quando, rivolgendosi al parlamentare comunista sardo Lussu, che gli ricordava un gesto d'amore nei confronti dello stesso Pacciardi, durante una battaglia nella guerra civile spagnola, così lo apostrofò: "  so che mi ami, e io ricambio il tuo amore, ma sono altrettanto certo che se il tuo partito ti ordinasse di uccidermi, tu lo faresti".
Antonio De Martini, per anni collaboratore di Pacciardi, ha presentato un filmato nel quale sono raccolte preziose testimonianze dei cinque anni di governo e settantatre all'opposizione che ne traccia la figura di ministro, esponente del Pri lamalfiano, diplomatico, militare, giornalista.
Il generale Franco Angioni ha ancora presente, a distanza di anni, la visita che Randolfo Pacciardi, ministro della difesa, aveva fatto agli allievi della scuola militare della Nunziatella nell'immediato dopoguerra. Angioni era lì, sedicenne, schierato con gli altri. Come uomo di governo, ha ricordato, Pacciardi diede un notevole contributo alla riorganizzazione del nostro esercito.
Un intervento appassionato quello del giornalista calabrese Paolo Palma, ex deputato, storico, profondo conoscitore e biografo pacciardiano, il quale ha voluto far risaltare aspetti particolare della vicenda umana e politica di un uomo che, anche nella clandestinità, seppe essere leader. Fu lui che consegnò a Sandro Pertini il passaporto falso che gli consentì d'emigrare. Pacciardi è stato l'uomo della svolta centrista, fondatore di vari giornali, insomma, l'ultimo dei mazziniani.
La chiusura del convegno è toccata al costituzionalista Giorgio Rebuffa, il quale ha voluto dare la sua motivazione "tecnica" del perchè, come rilevato provocatoriamente dal presidente Fini, Pacciardi non è diventato il De Gaulle italiano. Un uomo col suo carattere, con la sua indipendenza di pensiero, non poteva essere che quello che è stato, certamente meriterebbe maggiore considerazione da parte degli storici della politica. Finora, infatti, attorno a Pacciardi, uno dei padri della repubblica, è stato sovente stesa una cortina di silenzio.

12/04/11

ADDIO AD OTTAVIO TERRANOVA, SIGNORE DEL CALCIO D'ALTRI TEMPI


La Villese in serie C, Terranova e il primo da destra accosciato
A Villa, dove si era trasferito per giocare a calcio, vi aveva trovato moglie e lì è rimasto fino all'ultimo: Ottavio Terranova è stata una delle figure più note del calcio dilettantistico calabrese, un allenatore che in comune con altri grandi mister come Nils Liedholm e Tommaso Maestrelli aveva la classe di nascita, il 1922. La notizia della sua scomparsa ha destato grande commozione non soltanto in coloro i quali, ed io per primo, hanno avuto la fortuna di conoscerlo e di apprezzarne le grandi doti umane, un gentiluomo d'altri tempi, un padre affettuoso, quando aveva perso la sua compagna d'una vita s'era lasciato andare, usciva di casa soltanto nelle feste per andare da una delle figlie, che ha sposato un suo ex calciatore, Mimmo Cannizzaro, classe pura, di questi tempi avrebbe potuto giocare in serie A.
Gli è stato vicino fino all'ultimo il figlio maschio, Pino, che per lui era ancora Pinuccio, lo ricordo bimbetto giocare per casa nella villetta sulla via Nazionale dove tanti pomeriggi avevo passato con Ottavio: giornalista alle prime armi, seguivo il calcio minore, una gavetta che consiglierei a chi vuol fare questo mestiere. Il mister, fuori dal campo, amava leggere, era un ottimo rilegatore di libri, collezionava giornali sportivi, in casa una eccezionale biblioteca.
Più volte, incontrando Pino, al solito affettuosissimo, mi ero riproposto d'organizzare un incontro con Ottavio, anche se vederlo ormai ridotto ad una vita vegetativa, lui che curava il corpo ed era d'una eleganza naturale, ero certo che mi avrebbe fatto male. Non c'è stata la possibilità, Ottavio me lo perdonerà, la mia preghiera va ad aggiungersi a quelle della sua famiglia, di quanti, a Villa e dove era andato nel suo girovagare per i campi infuocati dei campionati dilettanti, lo ricordano per il suo stile, la correttezza, sapeva educare i giovani a diventare prima di tutto uomini.
Apparteneva ad una generazione di calciatori che andavano in campo non per lo stipendio, i guadagni erano magri, lui aveva avuto la fortuna di ottenere all'Arsenale di Messina un posto di lavoro: la serie C vedeva di fronte la Reggina, la squadra messinese che giocava sul sabbioso terreno dell'arsenale militare, e la Villese dove avrebbe concluso la carriera di calciatore iniziando quella di allenatore.
Avendo un fisico straordinario, aveva potuto, più che cinquantenne, scendere in campo come battitore libero (un ruolo ormai dimenticato) dando dei punti a giocatori ventenni, sempre con educazione, mai fuori dalle righe. Caro Ottavio, non so se l'Immenso ci consentirà quell'incontro che non sono riuscito ad organizzare, io ci credo: mi accoglierai col solito sorriso e la vigorosa stretta di mano. Un amico come te mi mancherà, moltissimo.

01/04/11

C'ERANO UNA VOLTA I CRONISTI, E OGNI GIORNO ERA UN' AVVENTURA

La foto che vedete qui accanto è bellissima, l'ho tratta da un mensile d'antica tradizione, L'Europeo, a corredo di un pezzo che parla dei "sensi del cronista", una professione che ormai è quasi del tutto scomparsa, come inghiottita nel mondo del web, degli articoli scritti  col "copia e incolla" delle veline distribuite da polizia, carabinieri, guardia di finanza, persino dai pompieri e dai vigili urbani, un gigantesco guazzabuglio che certifica l'avvenuta morte della cronaca, quella che, un tempo, era la regina dei giornali.
Certamente, ci sono le eccezioni, qualcuno continua ad andare a vedere, scavare nelle vite altrui, interrogare i testimoni, consumare, come si faceva un tempo, le suole delle scarpe, notte e giorno, guai a tornare al giornale senza una foto, senza le notizie, tutte, nessuna esclusa, ed era un piacere, per il lettore, che si sentiva come se fosse stato anche lui presente, sul luogo del delitto.
Appartengo alla generazione che si è formata in anni difficili, tra una guerra di mafia e l'altra, i processoni, i sequestri di persona, le lupare bianche e le bombe, un cronista immaginifico definì  "virtuosi del tritolo", quelli delle estorsioni che facevano sentire la loro voce quasi ogni notte.
Quando ho cominciato questo mestiere che è come la divisa del carabiniere, ti resta attaccata addosso tutta la vita, nei giornali, redazione cronaca, c'erano i reporter, o informatori, come venivano chiamati, loro dietro la scrivania non ci stavano mai, setacciavano ospedali, caserme, quartieri malfamati e, appena trovavano qualcosa, senza cellulari o pc portatili, che non esistevano, dal primo telefono utile, solitamente un bar, avvisavano il cronista di turno e gli davano le prime informazioni.
Importantissimo, per la mia formazione, è stato Umberto Paladino, collega e amico al quale sarò sempre grato e di cui ricordo i preziosi insegnamenti, seguendo lui feci le prime esperienze, fu lui a darmi il "battesimo del sangue" davanti al corpo straziato dai pallettoni di uno dei tanti, ne conterò diverse centinaia, di una vittima della violenza mafiosa.
Spesso si lavorava in coppia, lui prendeva appunti con una grafia che solo io riuscivo a interpretare, dava discorso a chi piantonava il cadavere, ed io cercavo la foto, o tra le tasche del poveraccio, o infilandomi in casa, talvolta mi credevano uno delle pompe funebri. L'importante era tornare in redazione col "bottino", se non hai un pizzico di cinismo, mi dicevano, puoi cambiare mestiere.
Adesso, trarre qualche raro caso, sul luogo dei delitti non ci va quasi nessuno, fotografi e cine operatori stanno a debita distanza, le foto le mandano poi la Scientifica o l'Arma, c'è un generale appiattimento e spesso si pubblicano notizie incontrollate. Ad un recente personaggio assassinato in città, è stata appioppata la fedeltà a due cosche che, notoriamente, sono da anni in lotta tra loro, un caso di ubiquità criminale.
Non parliamo poi delle cosiddette "riflessioni" che accompagnano il fatto di cronaca eclatante, luoghi comuni a iosa, il tutto condito dalle dichiarazioni dei soliti politici. Non ci si lamenti, poi, se i giornali vanno in crisi per emorragia di lettori. C'erano una volta i cronisti, ogni giorno era un'avventura tutta da vivere, il mestiere come missione, ce la facevano quelli che resistevano ad anni d'abusivato, chi scriveva la "nera" era considerato essere inferiore, ma era ugualmente bellissimo. La nostalgia, ancor oggi, dopo tanto tempo, dura.


29/03/11

CORTINA FUMOGENA SULL'ELETTORATO, IL VOTO E' FORTEMENTE CONDIZIONATO

Il movimento Pace denuncia il condizionamento del voto
La denuncia è diretta, precisa, circostanziata, al punto da diventare uno spunto investigativo, se i magistrati della Procura dovessero decidere di dare uno sguardo su quanto sta accadendo in questo primo scorcio di campagna elettorale per le amministrative di Maggio.
Due movimenti politici, Patto Cristiano esteso (PACE) e "Reggio non tace", che presenteranno proprie liste, sono usciti allo scoperto, denunciando il forte condizionamento cui vengono sottoposti i cittadini-elettori con promesse che, in partenza, si sa che non potranno mai essere mantenute. Il risultato è che si crea attorno al potenziale elettore una sorta di velo ipnotico, che obnubila il cervello, crea nella mente di chi spera in un posto di lavoro per i figli, in un alloggio, in una licenza edilizia o di commercio, uno stato confusionale.
Una campagna elettorale, come ho avuto modo di sottolineare in altre occasioni, che si presenta diversa dalle solite, dal dopoguerra in poi. Si lavora quasi clandestinamente, con riunioni in circoli e abitazioni di privati, in sedi di associazioni, nelle segrete stanze di logge massoniche.
Ci si preoccupa delle possibili infiltrazioni della 'ndrangheta che, inutile nasconderlo, continua ad avere il suo "peso" nel confezionamento delle liste essendo ormai accertato che i candidati non li "segnala" soltanto, ma inserisce direttamente suoi rappresentanti che poi vanno ad occupare posti di potere.
Pupi e pupari si muovono sulla scena politica, personaggi dati per "dispersi" per via delle loro disavventure giudiziarie, continuano a reggere le fila dall'esterno dei partiti sempre più scombussolati da lotte intestine, basta pensare a quanto sta accadendo nel Pd e nell'Udc.
Le strutture investigative di polizia e carabinieri, sicuramente, verranno mobilitate, il questore e il comandante dell'Arma hanno a disposizione elementi di sicura professionalità, che seguono l'evolversi delle vicende politico-amministrative e tengono sotto controllo la situazione. Non ci vuole un eccessivo sforzo di fantasia, basta dare un'occhiata alle compiacenti cronache di alcuni giornali per rendersi conto che sono sempre in corsa personaggi che il buon Montanelli, che usò questo epiteto per il sempiterno Fanfani, avrebbe definito i "rieccoli".
Un esempio per tutti, il ritorno sulla scena di Pietro Fuda: se il nuovo è rappresentato dall'ex assessore regionale ed ex senatore, ed anche ex amministratore unico della Sogas, siamo davvero messi male. Facciamo in modo che questa nebbia, questa cortina fumogena che sta calando sui malcapitati elettori, si diradi, prima che sia troppo tardi.

26/03/11

ELEZIONI COMUNALI, QUANDO NON E' IL CITTADINO A SCEGLIERE I CANDIDATI


La città invasa dai rifiuti, uno spettacolo deprimente

Rifare il trucco alle città, in tempo di elezioni, era ormai diventata una tradizione, l'occasione per veder riparate strade da anni abbandonate, casupole..... centenarie venivano demolite, i rifiuti raccolti sollecitamente, era il modo, per gli amministratori uscenti, di farsi perdonare dagli elettori, promettendo di essere più bravi per il futuro, insomma per ottenere ancora una volta il loro consenso.
Tornando a Reggio, come ormai faccio da anni, per brevi periodi, mi aspettavo di vedere squadre di netturbini al lavoro, strade pavimentate, marciapiedi rifatti, il solito clima pre elettorale. Niente di tutto questo, solo uno spettacolo desolante, dovunque sporcizia, abbandono, strade anche del centro trasformate in crateri lunari, al punto da indurre il buon Giusva Branca, col suo seguitissimo Strill.it, a promuovere una originale iniziativa, quella di "adottare" le centinaia di buche che mettono a repentaglio non soltanto gomme e ammortizzatori delle auto, ma anche la pubblica incolumità.
Una campagna elettorale strana, nell'aria si coglie un senso di sfiducia, quasi d'insofferenza, i candidati o aspiranti tali, questo si sa, sono al lavoro da mesi, ma lo fanno quasi clandestinamente, cercando di andare a bussare alle porte "giuste".
I voti non sono custoditi nel cassetto di casa, era solito dire un vecchio politico democristiano degli anni passati e Dio solo sa quanto siano rivalutati quei personaggi che, al cospetto dei loschi figuri che si presentano oggi sulla scena politica, ci appaiono come giganti. Mi piace ascoltare la gente cosiddetta comune, quella che si raccoglie agli angoli delle piazze, davanti ai bar, alle edicole, che siede sulle panchine dei giardini pubblici.
Quasi tutti hanno già ricevuto, per le vie più diverse, la segnalazione, l'invito a votare per l'uno o per l'altro e, puntualmente, si sono rinnovate le promesse, in cima alla lista posti di lavoro che sono soltanto nei sogni.
Da destra, per volere del mammasantissima Scopelliti, si è deciso il candidato sindaco, e la gente è cortesemente pregata di votarlo, anche se non lo conosce, anche se in questi giorni è dovunque, il volto sorridente compare sui giornali, tutti i problemi di questa disgraziata città troveranno una soluzione, appena il "nominato" andrà ad occupare la poltrona più ambita di palazzo San Giorgio.
Votare e basta, "vuolsi così colà dove si puote" avrebbe scritto il sommo Poeta, non importa se l'immondizia s'accumula se non c'è una strada, dicasi una, che possa essere definita tale, se la disoccupazione sale alle stelle, i negozi chiudono, gli episodi di micro criminalità s'intensificano, i boss hanno altro cui pensare e i "picciotti" sono più liberi per le loro scorrerie.
 Vorrei spiegare, ma non so come farlo, specialmente ai giovani, questa categoria sociale alla quale tanto accoratamente si rivolgono i politici, per chiederne il consenso, perchè dovrebbero dare il voto, facendoli eleggere, sindaco compreso, a personaggi calati dall'alto e che, il giorno dopo, dimenticheranno tutto quanto hanno promesso.
Intanto, in attesa del voto, teniamoci la spazzatura, l'ennesimo commissario, i soliti convegni mascherati da eventi culturali, e che servono solo a mettere in vetrina gli aspiranti amministratori, poi i soldi cominceranno a girare, per i soliti maneggioni in servizio permanente. Che tristezza!

22/03/11

DOPO LA FALLARA CHI ALTRO INGHIOTTIRA' QUEL BUCO NERO DI PALAZZO SAN GIORGIO?


Reggio durante una delle notti bianche degli anni scorsi
 Potrà sembrare strano, ma è proprio così. Il clima che si respira in questi giorni, attorno ai palazzi del potere cittadino, dentro quello che è intitolato al patrono San Giorgio, mi ricorda i giorni della Tangentopoli, delle monetine scagliate contro l'auto di Craxi, delle manette che scattavano in continuazione, del folto gruppo di "nani e ballerine" che scompariva, si squagliava come neve al sole, un'era chiudeva precipitosamente i battenti.
A meno di due mesi dalle elezioni che dovrebbero portare al rinnovo della classe dirigente comunale, ma tutti sanno che non sarà così, il caso dell'assurda morte di Orsola Fallara, la "maga" dei bilanci durante il regno di Giuseppe Scopelliti, continua a tenere ben desta l'attenzione dei media e dell'opinione pubblica che ancora non s'è ripresa dallo sconcerto per la conclusione tragica della vicenda.
Dentro quello che, solo qualche anno fa, qualcuno non esitò a definire il palazzo più sporco della città, s'è aperto un cratere, un buco nero nel quale, dopo la Fallara, rischiano di finire altri personaggi che non potevano non sapere e che, dietro una sorta d'immunità che ognuno si chiede da dove e da chi venga garantita, continuano a muovere le fila della politica, indicando candidati, "condannando" i nemici o presunti tali, tenendo ben saldi i piedi in due staffe, circondati da una corte di personaggi sui quali qualcosa da dire ci sarebbe, ma con un'inchiesta della magistratura in corso, senso di responsabilità vuole che non si aggiunga altro.
La foto che ho messo a corredo di questa modesta riflessione è tratta da un servizio di Marco Oteri, una visione notturna di Reggio, dei tempi delle notti bianche, delle sfilate costosissime di attricette scosciate, tronisti, sotto la regia d'un personaggio che in questi mesi abbiamo imparato a conoscere, dopo che è scoppiato lo scandalo delle cosiddette "notti di Arcore", e cioè l'ineffabile ex parrucchiere Lele Mora, aspirante a un seggio in Parlamento.
La Fallara, e certamente non a sua insaputa, le mani su questa sfortunata città era riuscita a metterle, assieme a quelle altrettanto rapaci dei suoi compagni di cordata, dei politici "padroni" dei partiti, dei professionisti del voltagabbana, gente che, dalla sera alla mattina, fa il salto da destra a sinistra, passando per il centro, a vederli, purtroppo spesso, sugli schermi di emittenti locali, viene un senso di nausea.
La gente ci chiede perchè c'è tanta paura di indagare su come è stata amministrata Reggio, di "leggere" seriamente il bilancio d'un Comune che viene definito addirittura virtuoso, ma che non riesce a far fronte neppure a minime incombenze finanziarie.
Certamente, Orsola Fallara s'è portata nella tomba tanti segreti, s'è sacrificata per salvare chi, proteggendola,  aveva consentito a lei di guadagnare tanti soldi pubblici, ma anche di ottenere il consenso popolare a suon di migliaia di voti. L'arroganza del potere, le gigantografie, lo spazio smisurato anche a dichiarazioni che non sanno di niente, tutto ciò può non bastare se la verità, che cammina con i suoi piedi, verrà cercata e trovata e, in quel buco nero, finiranno in tanti.

17/03/11

QUEL GIORNO DI PRIMAVERA NEL VALLONE DI ROVITO, COSI' C'INSEGNAVANO AD AMARE LA PATRIA

Il sacrario dei fratelli Bandiera a Cosenza
La memoria, a una certa età, comincia a fare brutti scherzi: ricordi perfettamente avvenimenti che, magari, risalgono a molti anni fa, e dimentichi quelli più vicini. La ricordo come fosse oggi quella giornata di tanto tempo fa, una mattinata limpida di primavera.
Siamo usciti dalla scuola media di piazza Cappello, a Cosenza, noi della prima  classe, in fila per due, ordinati e silenziosi. L'insegnante di lettere, non mi sovviene il nome (pazienza!) ci ha fatto una sorpresa: oggi, aveva annunciato, la lezione di storia la facciamo fuori, andiamo al vallone di Rovito, dove furono fucilati due patrioti dei quali vi parlerò. 
Si va a piedi, il tragitto non è lungo, ognuno di noi si chiede cosa la severissima prof s'è inventata, magari vorrà interrogarci pure. Sono il più piccolo della classe, vengo da Rieti, dove ho fatto le elementari, poi mio padre, militare di carriera, è stato trasferito a Cosenza, dalle suore del Bambin Gesù della città natale mi hanno fatto "saltare" la quarta e quindi ho fatto la licenza elementare un anno prima.
All'improvviso, in una piccola vallata, con grossi alberi di castagno, una croce di marmo, mazzi di fiori, un cancello, lì, nel 1844, spiega la professoressa mentre tutti l'osserviamo naso all'insù, due fratelli, Attilio ed Emilio Bandiera, veneziani, ufficiali della marina austriaca, furono fucilati dalle milizie borboniche.
Quanta emozione, mentre ci avviciniamo a quella che c'era sembrata la tomba di questi due eroi, ma non è così, la nostra guida (che splendida insegnante era, ce ne fossero al giorno d'oggi) spiega che i corpi, dopo un periodo in cui furono seppelliti in chiesa, sono stati portati nella loro città.
Ci accovacciamo per terra, quaderni aperti, ognuno prende appunti, la leggenda di questi patrioti caduti perchè credevano di poter battere gli invasori ha riempito a lungo i miei sogni di ragazzino, la fantasia galoppa, a casa scrivo il resoconto di questa giornata: senza accorgermene, sto facendo il primo lavoro per quello che diventerà il mio mestiere.
Il vento sferzava le chiome degli alberi, piegati quasi volessero proteggere quel luogo a me apparso sacro: dietro la morte violenta dei fratelli Bandiera e di altri loro compagni d'avventura, c'era stato un tradimento, una cosa ignobile, indegna di chi vuol vivere cristianamente nel rispetto delle idee altrui. Non fatelo mai nella vita, raccomandò la professoressa di lettere, la sua figura ogni tanto mi torna davanti agli occhi e la rivedo alta, i capelli raccolti sulla nuca, mentre ci invita ad improvvisare, sull'atlante geografico, un viaggio che ci piacerebbe fare.
La scuola, ai miei tempi, educava per prima cosa le coscienze, impartiva il sapere, formava ragazzi e adolescenti perchè potessero affrontare la vita senza timori, amando la famiglia e la Patria. Sono giorni, questi, in cui certi valori vengono "ripescati", salvo essere accantonati non appena finita la festa. Ai miei figli ho sempre chiesto, ovunque si trovassero, per studio o per lavoro, di sentirsi sempre orgogliosi d'essere italiani.

15/03/11

GIORNALI IN CRISI, GLI ERRORI DEGLI ALTRI NON RICADANO SU CHI NON HA COLPE

Andrea Camporese presidente Inpgi
L'Inpgi, istituto di previdenza dei giornalisti italiani "Amendola", è una delle realtà  più solide, in varie occasioni si è cercato di annettere allo Stato quella che per anni è stata una gallina dalle uova d'oro, con bilanci in grande attivo, consistente patrimonio immobiliare, organizzazione territoriale efficiente.
Per i lavoratori della carta stampata, siano essi pubblicisti o professionisti, rappresenta la garanzia di pensioni adeguate, di assistenza ai disoccupati, la possibilità di ottenere mutui e prestiti a tassi agevolati, alloggi, insomma il porto sicuro per chi svolge questa professione.
I giornalisti, per difendere questa loro creatura, hanno dovuto anche scioperare contro l'iniziativa di qualche governo che avrebbe voluto gettare l'Inpgi nel gran calderone dell'Inps. Anche per quest'anno, come puntualmente gli iscritti vengono informati sia tramite la rivista che sul sito internet, il bilancio si è chiuso con cifre importanti alla voce attivo, le annualità di pensione per i prossimi trent'anni sono assicurate ma, come il presidente Andrea Camporese non ha mancato di sottolineare in più occasioni, il rischio è dietro l'angolo.
La grave crisi che investe il mondo dell'editoria (ultimo, clamoroso, esempio, quella di Gazzetta del Sud, considerata fino ad ora un colosso dell'informazione nel Mezzogiorno) non può non avere riflessi sul bilancio Inpgi. Pre pensionamenti, disoccupazione in crescita, ricadono sulle casse dell'Istituto e non si riesce ancora a immaginare quando questa emorragia di lettori si arresterà e la pubblicità tornerà copiosa sulle pagine dei quotidiani.
Non è difficile prevedere che, tra qualche anno, se non ci sarà una decisa inversione di tendenza, la situazione finanziaria dell'Inpgi potrebbe diventare difficile con conseguenze al momento non ipotizzabili. Nella nostra categoria, sia tra i colleghi in attività che tra quelli in pensione, e che per decenni hanno alimentato coi loro versamenti il patrimonio dell'Istituto, regna un diffuso malessere. Perchè, ci si chiede, dobbiamo pagare anche noi per gli errori di editori improvvisati, di scelte editoriali sbagliate, di giornali che perdono ogni giorno copie e non riescono più a intercettare gli umori e i desideri della gente. Eccesso di politica, spesso in direzione dei soliti personaggi magari legati personalmente a giornalisti che "fanno" la cronaca politica, scarso interesse per i veri problemi delle città, dei giovani, del mondo del volontariato.
Pertanto, dalla sera alla mattina, spuntano i bilanci in grave perdita, gli annunci di esuberi, cassa integrazione, mobilità interna. Giornali che già non sono di gradimento, ridotti nelle risorse umane e magari anche di spazi, come potranno risalire la china?.
 Ora è troppo tardi, certe scelte andavano fatte anni fa, quando il mondo, dopo l'11 settembre, cominciava a girare diversamente e il web portava nelle case un fiume di notizie, un'autentica rivoluzione che ha trovato impreparati vecchi "padroni del vapore" e direttori ormai anchilosati dietro le loro scrivanie, mentre nelle redazioni, con stipendio sicuro, ognuno ha tirato, come si suol dire, i remi in barca. Adesso si paga un conto pesantissimo e le colpe altrui ricadono, purtroppo, su chi lavora e vede in pericolo il futuro per se stesso e la famiglia. Al presidente Camporese mi permetto, umilmente, da collega, di stare ben attento, prima di concedere l'avvio di stati di crisi che finiscono col ricadere su chi non ha colpa.

13/03/11

SEGUIAMO L'INVITO DI RADIOSEI, I GIOVANI DEVONO AMARE LA BANDIERA E L'INNO NAZIONALE

C'è una radio romana che seguo spesso, come i miei affezionati lettori sanno: è Radiosei, il regno di Gianni Elsner, attore, ex deputato radicale, popolarissimo nella Capitale, a più di un anno dalla sua prematura scomparsa ancora lo ricordano, è nata una Fondazione, si organizzano spettacoli in sua memoria.
E' la radio ufficiale dei tifosi laziali ed io che sono sull'altra sponda del Tevere, quella giallorossa, la amo ugualmente, per il ruolo che svolge nella città eterna, per i temi sociali che affronta, per la simpatia degli "allievi" di Elsner che ne continuano l'opera.
In questi giorni, uno dei conduttori più noti, Francesco Troncarelli, grande esperto di musica, sta portando avanti un'iniziativa a sfondo, diciamo così, patriottico. Visto che nel nostro Paese, specie tra i giovani, si sta perdendo il senso dell'italianità, lo spirito di bandiera che altri popoli hanno, al punto che sono in molti a non conoscere l'inno nazionale, Troncarelli ha pensato bene di organizzare un programma, nell'ambito di "Te lo faccio vedere chi sono io", che era il cavallo di battaglia del compianto Elsner.
Vengono mandate in onda canzoni che nel testo contengono la parola Italia: e debbo riconoscere che, l'altra notte, ascoltando la replica del programma, mi sono commosso nel sentire Mino Reitano urlare tutto il suo amore per la Patria con la canzone, scritta per lui da Umberto Balsamo, che porta proprio il titolo "Italia".
Il conduttore ha tracciato un ritratto di Mino davvero pregevole, rivalutandone alla grande le doti artistiche e sottolineando come spesso il cantante calabrese non sia stato adeguatamente ricompensato da pubblico e critica.
Tutti ricorderanno la memorabile serata a "Porta a Porta" e il duetto con un giovane Umberto Bossi, stonatissimo, ogni tanto, in questi giorni, qualche tv l'ha riproposto, il giusto omaggio a Mino che, oltre ad "Italia", ha portato al successo in tutto il mondo altre splendide canzoni.
In questi momenti difficili, per tutti noi, un richiamo al senso dello Stato ci sembra quantomai opportuno, mettiamo la bandiera tricolore, per la quale in tanti hanno versato e continuano a farlo, il sangue, alle nostre finestre, in famiglia e nelle scuole invitiamo figli e scolari ad imparare l'inno nazionale, il nostro, checchè se ne dica, è molto bello, Mameli era poco più che ventenne quando lo scrisse.
Dimentico d'essere romanista quando ascolto Radiosei e mi sento anche ancor più orgoglioso d'essere italiano.

11/03/11

SCOPELLITI INDAGATO PER IL CASO FALLARA? SI RISVEGLIA IL "VULCANO" DEL '92


In Procura si lavora al caso Fallara
Era l'estate del 1992, alla vigilia dell'esplosione della Tangentopoli reggina, in città cominciavano a diffondersi le prime voci sulla collaborazione del sindaco in carica, il giovane Agatino Licandro, figlio d'arte politicamente, dagli amici chiamato affettuosamente Titti.
Un politico e un avvocato parlano al telefono non sapendo che i carabinieri incaricati dai sostituti Roberto Pennisi e Giuseppe Verzera li stanno ascoltando, il tono della voce è concitato, la conversazione si conclude con una frase che venne sfruttata dai cronisti, i soliti cinici cronisti, per i titoli: "quello sta parlando, qua si apre un vulcano".
Questa frase mi è tornata alla memoria stamattina quando, prestissimo, un amico mi ha letto l'articolo del "Quotidiano della Calabria", che ormai ci ha abituati alle esclusive in tema di cronache giudiziarie, sull'interrogatorio del governatore ex sindaco di Reggio Giuseppe Scopelliti, da parte dei magistrati che indagano sul caso Fallara, dopo la tragica scomparsa per suicidio della ex dirigente comunale del settore finanze.
Ovviamente, non conosco i particolari dell'interrogatorio, alla presenza del difensore, e quindi con Scopelliti in veste d'indagato, ma i tanti anni di frequentazione dei palazzi di giustizia, delle aule dei tribunali mi consentono di ricavare, dalle mie impressioni, e dalla lettura in questi mesi, di quanto apparso sulla stampa, non di tutta, purtroppo, alcune considerazioni.
Prima di tutto, la presenza del procuratore capo Pignatone e di altri sostituti, tutti con notevole esperienza, induce a pensare che la vicenda Fallara, e, a seguire, quella del suo compagno architetto Labate, abbia assunto una particolare rilevanza, al punto da dover muovere contestazioni, o quantomeno rivolgere precise domande proprio a colui che la Fallara aveva sempre sponsorizzato e difeso, mettendole, si può dire, nelle mani le chiavi della finanza comunale.
Lo scoop del "Quotidiano" (complimenti al collega Baldessarro e agli altri della redazione) ha varcato i limiti regionali ed ha avuta eco anche negli ambienti politici della Capitale, io stesso ne ho preso contezza essendo stamane presente, assieme ad un collega giornalista parlamentare a Montecitorio, per seguire una conferenza. Sono sempre stato convinto che la triste vicenda che ha avuto come sfortunata protagonista Orsola Fallara avrebbe avuto, e certamente ne avrà, conseguenze giudiziarie. E certamente non servirà smentire, negare sapendo quello che tutti, a Reggio, sapevano, contando sul fatto che l'unica persona in grado di dire la verità, purtroppo, non potrà più parlare.
Il vulcano, dopo tanti anni, potrebbe cominciare ad eruttare, e per molti s'annunciano giorni difficili. In tanti si chiedono come anche Calabria Ora abbia ignorato un così importante fatto di cronaca giudiziaria, e se ne meravigliano. Al contrario, il giornale una volta leader sulla piazza, ha semplicemente fatto ciò che, ormai da tempo fa: anche oggi una bella maxi foto del presidentissimo, ovviamente sorridente. In altri tempi, in redazione si sarebbero alzate in aria, come si diceva, le scrivanie, ma gli editori di quel giornale hanno attualmente problemi più grossi.

10/03/11

DEMETRIO CRUCITTI DIRETTORE DELLA SEDE RAI CALABRESE, UN RITORNO NELLA SUA TERRA

La sede Rai della Calabria
 Demetrio Crucitti, ingegnere esperto in telecomunicazioni, nato a Reggio Calabria dove ha vissuto fino agli inizi degli anni Ottanta, è il nuovo direttore della sede Rai calabrese. La notizia, anticipata dal quotidiano web Newz.it, diretto da Fabio Papalia, è stata confermata dai vertici dell'azienda. Il decreto di nomina di Crucitti è stato firmato dal direttore generale, l'insediamento nella moderna struttura che sorge in territorio di Rende, avverrà nei prossimi giorni.
Il neo dirigente, che proviene da Roma, dove ha svolto gran parte della sua carriera in Rai, iniziata nel 1986 a seguito d'una selezione pubblica per ingegneri, figlio di un dirigente di prefettura, cui è intitolata una fondazione che si occupa di problematiche sociali, ha accettato con grande entusiasmo il ritorno nella sua terra.
Per la colonia di calabresi che vive nella Capitale, e che vanta presenze illustre in vari campi, dalla politica alla medicina, dal giornalismo all'arte e alla cultura, la nomina di Demetrio Crucitti non è stata certamente una sorpresa essendo le sue qualità professionali e umane ben note.
Oltre a svolgere in Rai importanti incarichi, Demetrio Crucitti si è fatto apprezzare anche per la sua attività in seno all'Ordine degli ingegneri romani: organizzatore di eventi e meeting, anche a livello internazionale, adesso intende mettere al servizio della sede calabrese la sua esperienza e certamente si segnalerà per impegno e umanità.
A Demetrio, che mi onora d'una antica amicizia, gli auguri più affettuosi per il prestigioso riconoscimento che onora la Calabria. Per tanti che partono, c'è ogni tanto qualcuno che ritorna.



09/03/11

PIOVONO MILIONI SULLA CALABRIA, MA RICORDIAMOCI CHE E' TEMPO DI ELEZIONI

Il blog, oltre ad essere una "tua" finestra sul mondo, ti consente di conoscere, anche se soltanto via web, persone che, nella vita, non riusciresti mai ad incontrare, e ti accorgi, quando per motivi familiari o professionali, prendi qualche giorno di pausa, di come i lettori, ormai sempre più numerosi, sentano la mancanza delle modeste riflessioni che da un paio d'anni offriamo alla valutazione degli appassionati internauti.
Che grande invenzione internet, dovunque ti trovi non perdi mai il contatto con le realtà nelle quali vivi e, nel mio caso, il Lazio e la Calabria, essendo ormai da tempo un "emigrato" di lusso, come amiamo definirci noi calabro-romani in occasione di amichevoli incontri sotto il Cupolone.
Leggendo le cronache aggiornate si può dire minuto per minuto degli ormai numerosi quotidiani web abbiamo appreso, oltre alle ormai solite notizie sull'assalto che la magistratura sta dando alle organizzazioni criminali, della vera e propria pioggia di finanziamenti che sarebbero in arrivo, in particolare nella città di Reggio Calabria e nella sua provincia.
E' un susseguirsi di dichiarazioni, conferenze stampa, presentazioni varie, un balletto di milioni di euro che riempirebbe di gioia i calabresi e farebbe loro guardare al futuro con rinnovate speranze. Ma c'è un però: tra due mesi si vota per le amministrative, comunali e provinciali e la cosa, per chi negli anni ne ha sentite e viste di cotte e di crude, puzza un pò.
Facciamo un  esempio per tutti: la strada a scorrimento veloce o "direttissima", come venne chiamata in origine, che dal rione Gallico di Reggio Calabria, in pochi minuti, dovrebbe portare gli amanti della montagna a Gambarie d'Aspromonte.
Dopo aver appreso che, finalmente, tra il compiacimento generale, con solita ondata di dichiarazioni da destra a sinistra passando per il centro, i soldi per completare la strada tanto attesa ci sono, ho scartabellato nel mio archivio, ed ho trovato un fascicoletto un pò ingiallito. Dentro, qualche foto datata di Gambarie, uno schizzo tracciato da qualche ingegnere, un articolo con relativa intervista al sindaco di Santo Stefano in Aspromonte, dottor Giuseppe Poeta.
Il giornale era "Il Nuovo Sud", settimanale nato per volontà dell'armatore Amedeo Matacena e diretto da Ugo Sardella, mio maestro alla Tribuna del Mezzogiorno, il testo potrebbe andar bene anche al giorno d'oggi, soltanto che è stato scritto nel 1970.
Naturalmente, vogliamo essere ottimisti ad ogni costo ma temiamo seriamente che, passate le elezioni, tutto torni come prima, coi tempi biblici necessari agli elefantiaci apparati burocratici di Provincia e Regione per dare il sospirato via libera all'appalto.
Euro come noccioline, migliaia di assunzioni di giovani disoccupati, la primavera che incombe dovrebbe, stando a quanto i nostri sorridenti politici, con in testa il presidentissimo Giuseppe Scopelliti, passare alla storia come quella in cui la Calabria sentì arrivare, come avrebbe scritto Leonida Repaci, il "suo" giorno.
Le cosiddette grandi opere, con in testa il ponte sullo Stretto, portano lavoro e benessere, ma sollecitano gli appetiti delle temibili famiglie mafiose che, purtroppo, ancora imperano sul nostro territorio. Riusciremo a tenerle lontane dal "tesoro" che lo Stato ha messo a disposizione di quel lembo di terra ballerina, e dei suoi generosi ma sfortunati abitanti?.

18/02/11

SANTORO E COMPAGNI SI SONO MAI CHIESTI COSA FAREBBERO SE SILVIO DECIDESSE DI SPARIRE?

Le ragazze del bunga bunga riempiono le pagine dei giornali
E se Silvio Berlusconi, dall'oggi al domani, senza avvertire nessuno, decidesse di eclissarsi, andandosene a vivere all'estero, in una delle sue tante dimore sparse per il mondo, chiudendo con la politica e con l'Italia?.
Ho provato ad immaginarlo in questi giorni in cui il fronte antiberlusconiano si è scatenato. Basta guardare la prima pagina di Repubblica oggi, viene tralasciato tutto pur di valorizzare gli argomenti "nocivi" per il Cavaliere, un autentico bombardamento con indiscrezioni, pubblicazione di atti processuali, stralci d'intercettazioni .
E se Papi, come ormai viene chiamato utilizzando in senso dispregiativo un termine usato dalla gran parte dei bambini, non ci fosse più, se per incanto sparisse alla vista e agli obiettivi, io credo che sarebbe un'autentica tragedia per chi della caccia spietata al premier ha fatto ragione di vita.
Pensate, ad esempio, ad Annozero, con Santoro impossibilitato a vomitare veleno per "mancanza di notizie", il Cavaliere è sparito, sui giornali non c'è una riga, una foto, uno straccio d'inchiesta di una Procura qualsiasi.
Pensiamo, per fare un altro esempio, altri due giornali che dell'antiberlusconismo hanno fatto la loro linea editoriale, come l'Unità e Il Fatto quotidiano: chi riempirebbe quelle pagine desolatamente vuote, con chi potrebbero sostituire il Male italiano per eccellenza?.
Resterebbero le dichiarazioni dei soliti Bersani, D'Alema, Letta, Casini che, lo giurerei, chiederebbero a gran voce di rintracciare subito l'ex primo ministro, sennò non avrebbero con chi prendersela, resterebbe vuoto il taccuino di Travaglio, Vauro tenterebbe invano di trovare l'ispirazione per "nuove" vignette.  
Tanti giornali hanno potuto, in questo periodo di gravi crisi diffusionale per quasi tutte le testate, tirare avanti grazie a Berlusconi, ogni giorno pagine su pagine, mentre centinaia di investigatori e decine di magistrati, un'intercettazione dopo l'altra, accumulano pagine d'inchieste, chiedono il processo. E la sinistra aspetta da un momento all'altro la caduta del tiranno, per tornare al potere, più il tempo passa, più vengono logorati dalle loro lotte interne, dalla mancanza di un programma alternativo serio, di un autentico leader da contrapporre al nemico col vizietto del bunga bunga.
Non sappiamo come finirà, ormai si naviga a vista, Berlusconi non ci pensa nemmeno a nascondersi, uscire di scena all'improvviso, gettando nel panico chi finora ha vissuto, anzi è riuscito a sopravvivere politicamente, facendogli la guerra, pescando nei vizi privati, senza peraltro allestire una opposizione seria.
Immagino Di Pietro e il suo partito delle manette (a proposito, quando viene in Calabria, non c'è nessuno che lo avvisi delle "strane" presenze in Idv?) trovarsi senza bersaglio nel deserto di idee e di programmi. Tutto sommato, tra escort, serate ad Arcore, Minetti e Tommasi varie, è stato il Berlusca a dar da mangiare ai suoi nemici. O no?.

13/02/11

E' MORTA GIOVANNA IELASI, MOGLIE DI VINCENZO MEDICI SEQUESTRATO NON TORNATO

Ricerche di prigioni per i sequestrati
IL DIRITTO DI SAPERE

Mancava qualche giorno a Natale ma, quella sera, l’aria era tiepida. Sopra i tetti di plexiglas delle serre ricolme di fiori e piante d’ogni genere, in mezzo alle campagne un po’ brulle della riviera ionica, il cielo era stellato.
Luci sparse sulle colline, una calma irreale: dal buio sbucarono almeno in quattro, con le armi in pugno, le facce nascoste da cappucci di lana, quelli usati dai pastori, quando portano le greggi in alta montagna.
Vincenzo Medici, ultrasessantenne ancora vigoroso, venne strappato dal suo tavolo di lavoro e portato via, come una bestia.
Sui giornali il titolo, scontato: “L’anonima sequestri ha colpito ancora”.
La moglie Giovanna, quella sera del 21 dicembre 1989, l’aspettava per cena. Una coppia non più verde, ma ancora unita come il primo giorno, un rapporto mai turbato dall’unica ombra sul loro destino, quella di non potere avere figli.
Un vuoto colmato da affettuosissimi nipoti, dagli interessi culturali comuni: la lettura, i viaggi, la conduzione d’una azienda florida e che ha anche rischiato di morire.
Giovanna è una donna minuta e composta nei suoi gesti. Di tanto in tanto, qualche giornalista le telefona, accade quando, per un motivo o per l’altro, il fenomeno sequestri torna a fare notizia.
E’ accaduto anche quando è esploso il caso dei fondi riservati del Sisde, impiegati per pagare qualche riscatto e non meglio precisati “informatori”.
Sembra che nella Locride ci sia stato, in questi ultimi anni, uno strano movimento: 007 deviati, mafiosi, pentiti della ‘ndrangheta, ambigue figure di avvocati e giornalisti, centinaia di milioni che non si sa che fine abbiano fatto.
Ma questa è una storia ancora da scrivere: quella che è stata scritta è fatta da migliaia di giorni d’angoscia, nella casa piena di luce dalla quale, quel pomeriggio, Vincenzo Medici era uscito.
Ora restano i sospiri e il dignitoso silenzio d’una donna sempre più sola. Col passare dei giorni, dei mesi, degli anni, la villa immersa nel verde è sempre più vuota: Vincenzo Medici era un uomo attivo, che dietro l’aspetto del pacioso agrario di provincia, nascondeva una sensibilità e una cultura notevoli.
Nelle parole di Giovanna Ielasi, sposata Medici, non c’è ombra di rancore, soltanto amarezza, eppure, di motivi per scatenare polemiche, anche violente, ne avrebbe.
Suo marito è stato vittima della cosiddetta linea dura dello Stato, che poi tanto dura non era, se si pagavano i banditi ed altri personaggi con i soldi della collettività, come lo stesso prefetto Parisi, messo alle strette durante un’audizione in commissione, fu costretto ad ammettere.
Su queste pagine nere della storia italiana non si è ancora voluto fare luce, ognuno si augura che salti fuori, prima o poi, la verità, quella che una donna disperata chiede di conoscere.
Il diritto di sapere: la moglie di Vincenzo Medici, gli altri familiari, chiedono solo che qualcuno dica loro qualcosa, se l’inchiesta è chiusa, se su questo sequestro dimenticato è calato il sipario dell’archiviazione.
Ogni anno, quando questo triste anniversario ricorre, le persone che a Vincenzo Medici erano care, si chiedono perché non viene loro riconosciuto il diritto di sapere.
Certo, non si fanno illusioni, ma in questi casi, il passare del tempo non lenisce il dolore, i ricordi non s’annebbiano.
Giovanna Medici s’è stancata ormai di fare appelli, ha chiesto umilmente di avere qualche notizia, di poter sapere dove suo marito è stato sepolto dai carnefici della banda.
Il resto non la riguarda. Quando si allontana, e ciò avviene sempre più raramente, dalla grande casa vuota, porta con sé un cellulare. Una telefonata, secondo un fortunato slogan della Sip di qualche tempo fa, allunga la vita. In questo caso, purtroppo, non riesce neppure ad alimentare la speranza.
Di quell’uomo che era l’anima d’una azienda, fonte di lavoro per decine di persone, resta l’immagine sorridente, abbracciato alla nipote prediletta, momenti sereni, senza presagire ciò che sarebbe accaduto una sera di dicembre, con il Natale alle porte, le strade del paese illuminate, un’insolita animazione.
Altre famiglie soffrono, piangono e pregano, mentre nelle case si brinda: è il Natale triste di chi non ha potuto, neppure a caro prezzo, far tornare a casa la “preda” nelle mani dei sequestratori. Nell’Italia che scivola ogni giorno di più, c’è chi crede ancora nel rispetto dei diritti costituzionali, perciò Giovanna Medici rivendica il diritto di sapere. Qualcuno, finalmente, l’ascolterà?.

Si chiudeva così un mio pezzo di qualche anno fa, sulle pagine nazionali di Gazzetta del Sud. Nel momento in cui la signora Giovanna Ielasi vedova di Vincenzo Medici, sequestrato mai tornato, ha chiuso la sua parentesi terrena, mi sembra opportuno riproporlo ai miei lettori. Lei se n'è andata in silenzio, così come ha vissuto tutti questi anni in una attesa senza speranza, è morta senza aver mai potuto portare un fiore sulla tomba del marito i cui resti sono sepolti dall'oblio e forse mai verranno trovati. Una pagina nera della nostra storia di cui tante persone dovrebbero vergognarsi.

07/02/11

PINO MICHIENZI, L'ATTORE CHE NON AVEVA MAI VOLUTO ABBANDONARE LA SUA TERRA

Pino Michienzi con il regista Franco Zeffirelli
Pino Michienzi, l'attore catanzarese immaturamente scomparso, non aveva mai voluto distaccarsi dalla sua terra e dalla sua città, alla quale era legatissimo, e dove la morte lo ha colto di sorpresa, un'uscita di scena come forse lui avrebbe sempre desiderato.
Pino lo avevo conosciuto molti anni fa, a Catanzaro, dove mi trovavo per motivi di lavoro: era amico di famiglia di mia zia Rosa, sorella di mio padre che, avendo sposato un catanzarese, viveva nella città dei tre colli da tanti anni. I genitori di Michienzi erano insegnanti, colleghi di zia, i rapporti tra le due famiglie, in particolare tra mia cugina Rita e l'allora giovane attore che s'affacciava alla ribalta nazionale, fraterni.
Attore drammatico, classico, riusciva anche ad interpretare personaggi diversi, era amato dai giovani che incontrava spesso negli spettacoli che allestiva per le scuole.
Lo ha ricordato l'attuale sindaco di Catanzaro, Rosario Olivo che, quando era nella giunta regionale, di cui fu anche presidente, valorizzò i progetti teatrali per le scuole che Pino Michienzi proponeva, ed era sempre un successo.
Sono state tantissime, in queste ore, le manifestazioni di cordoglio, da ogni parte d'Italia: Catanzaro ha perso uno dei suoi figli che ha dato lustro, con l'arte teatrale, ad una terra che purtroppo, da qualche tempo, non esprime più talenti, se non casi isolati, in tutte le discipline, dalla pittura al giornalismo, dalla letteratura alle professioni.
Per Pino sarebbe stato facile, come hanno fatto altri, recidere ogni legame con Catanzaro e la Calabria, andando altrove a cercare consensi e anche guadagni, ma ha voluto, fino a quando, repentina, su di lui s'è abbattuta la falce della signora in nero, restare quaggiù, vivendo i contrasti e le contraddizioni d'una società che paga il prezzo altissimo di anni di incuria e di distanza da Roma, dai centri della politica e del potere.
Per questo, da oggi, i calabresi si sentono ancora più poveri. Adesso, Pino Michienzi cambia palcoscenico, invece delle tavole calpesterà le nuvole, e siamo certi che saranno in tanti ad ascoltarlo.

02/02/11

UN APPELLO AGLI INSEGNANTI: FATE LEGGERE "CUORE" AGLI SCOLARI

EDMONDO DE AMICIS
Leggo da tantissimi anni (ne possiedo l'intera collezione) il mensile "Prima Comunicazione" diretto da Umberto Brunetti, che viene considerato, negli ambienti giornalistico-editoriali, un vero e proprio Vangelo, in quanto ad attendibilità delle notizie ed alla serietà con la quale vengono affrontati i problemi del mondo dell'informazione.
Tra le rubriche fisse (c'era anche quella del compianto Pietro Calabrese) ce n'è una curata da Carlo Rossella "l'internauta pallido" e ci giurerei che è stato Brunetti a coniare questa definizione, che in prevalenza si occupa d'informazione estera. Stavolta, l'elegantissimo Carlo, che mi capita spesso d'incontrare in centro a Roma, con la sua aria da dandy un pò stagionato ma ancora affascinante, si è fatto trasportare sull'onda dei ricordi d'infanzia, nel vedere tra gli scaffali della Feltrinelli a Fiumicino, una nuova edizione del "Cuore" di Edmondo De Amicis.
Rossella ha riavvolto il nastro della memoria ed è tornato agli anni Cinquanta quando frequentava la quarta elementare in un paesino del Cremonese, di cui è originario. Ha rivisto la maestra che, spiegando ai bambini la storia, s'infervorava raccontando le imprese dei garibaldini, gli atti eroici della prima guerra mondiale. Anch'io, ahimè, appartengo a quella generazione e, come accadeva a Rossella, ero costretto a mandare a memoria il famoso bollettino della vittoria del generale Armando Diaz.
In quel tempo, in classe, era di rigore la lettura del libro "Cuore", il capolavoro deamicisiano veniva usato, e dovrebbe essere usato anche al giorno d'oggi, per educare gli scolari ad essere bravi a scuola, educati in famiglia e fuori, in futuro cittadini.
Bene, ho voluto fare anch'io come ha fatto Carlo Rossella: "Cuore" l'ho ricomprato (dalle librerie di casa è sparito) e ho preso a rileggerlo. Era il 1881, vent'anni circa dopo la proclamazione del Regno, quando De Amicis diede vita ai vari De Rossi, Garrone il gigante buono, Franti, il cattivo, Precossi, Nobis, Stardi, Coretti, Votini, compagni del protagonista del romanzo, Enrico.
Rossella ha avuto nel maestro Perboni il personaggio che allora lo attrasse, io ero commosso dalla figura di Precossi, ma ritrovavo nelle famiglie di alcuni di quei miei coetanei i valori che nella mia famiglia erano a base dell'educazione che i miei genitori cercavano di dare a me e mio fratello.
Carlo Rossella ricorda il tempo in cui si ringraziava, si chiedeva permesso, si dava il passo alle signore, si aiutavano i vecchi, non si urlava, le famiglie erano unite e solidali.
La lettura del "Cuore", e sono perfettamente d'accordo col collega (lui permetterà) Rossella, dovrebbe essere inserita come obbligatoria alle elementari specialmente nell'anno in cui si celebra il centocinquantenario dell'unità d'Italia. Dubito anch'io che possa accadere. Quel mondo raccontato da De Amicis non c'è più.

27/01/11

NON CI SCANDALIZZIAMO, SONO TANTI I SOSIA NOSTRANI DI CETTO LAQUALUNQUE

Non vado certo ad unirmi al coro dei moralizzatori un tanto al chilo, come usava definirli Enzo Biagi, che fingono di scandalizzarsi dopo che nelle sale cinematografiche ha fatto irruzione un personaggio già noto per le sue performance televisive, Antonio Albanese nei panni del politico meridionale Cetto Laqualunque.
A leggere i commenti dei soliti personaggi, buoni per tutte le stagioni, che vivono agiatamente navigando in quel mare magnum degli incarichi di sottogoverno, la grande mangiatoia per trombati e parenti eccellenti, noi del profondo Sud dovremmo condannare il modo col quale lo spregiudicato Cetto interpreta il ruolo politico e biasimare la sua concezione della famiglia "allargata" all'amante tollerata dalla legittima consorte.
Ma vogliamo veramente fare finta di non sapere, non vedere e non parlare delle tante situazioni che, dalle nostre parti, sono di pubblico dominio, e che riguardano non soltanto i politici di professione?. Il campo della ricerca è vastissimo, l'elenco sarebbe lunghissimo e varia dal giornalismo al mondo dello spettacolo, dalla classe medica ai grossi professionisti: le separazioni e i divorzi sono all'ordine del giorno, le "doppie famiglie" fanno parte del notorio, come sosteneva il giudice Agostino Cordova, quando voleva riferirsi all'appartenenza ad organizzazioni mafiose di persone che, formalmente, non erano inquisite, ma di cui tutti conoscevano la....collocazione.
E' vero, il Cetto cinematografico supera nell'enfatizzazione di alcuni vizi tipici del politico terrone, il ritratto che ci aveva divertito nelle apparizioni a "Che tempo che fa". Ma da qui a sostenere che in tal modo non solo si mortifica la classe politica calabrese, ma l'intera regione, ci sembra esagerato. I Laqualunque nostrani li possiamo vedere ogni giorno immortalati sulle pagine dei giornali locali, pronti ad intervenire su tutto, promettere, annunciare mirabolanti programmi. Nelle redazioni, poi, trovano facile sponda in ex portaborse (piene) che vengono ricompensati con assunzioni di familiari e amichette, tutto è noto, ognuno ne mormora nei bar e nei salotti, salvo poi ad inchinarsi al passaggio di questi personaggi.
E' questo il mondo che Antonio Albanese ha studiato, prima di fissarlo nei fotogrammi, forzando magari un pò la mano, ma tant'è, lamentarsi non serve, la realtà è sotto gli occhi di tutti, e ne avremo conferma prestissimo, la campagna elettorale è alle porte.

21/01/11

DON ITALO CALABRO' IL PRETE DEGLI UMILI: C'E' CHI LO VORREBBE BEATO

Ci sono persone destinate a lasciare segni importanti ed a essere ricordate dopo la loro scomparsa, anche anni dopo. Nella città poco propensa ad esaltare i suoi figli, siano essi personaggi di spicco, nella politica, nell'arte, nella cultura, confermando il detto latino "nemo propheta in patria", fa eccezione un uomo di Chiesa, un umile parroco che sembra uscito dalla penna del grande scrittore francese George Bernanos, autore de "Il diario di un curato di campagna".
Stiamo parlando di don Italo Calabrò, indimenticabile vicario vescovile che, fino all'ultimo, prima di essere stroncato dal male, non volle abbandonare il suo piccolo gregge d'anime nel paesino sulla collina. Il suo nome resta legato ad innumerevoli iniziative caritatevoli, a favore dei giovani e dei più deboli, degli ammalati e dei carcerati. A differenza dell'abate immortalato da Bernanos, figura tormentata, in cui l'anelito al bene si scontra con la coscienza del male e l'intricato labirinto delle passioni umane, don Italo pose al centro della sua azione pastorale  "fare il bene" non come dovere, ma interpretando i principi evangelici con schiettezza e semplicità.
Recentemente a Calabrò è stato dedicato un volume rievocativo della sua esistenza, che ne tratteggia la figura senza eccessive sbavature, ma illustrandone i lati davvero magici che lo accompagnarono nell'esercizio del ministero sacerdotale.
Don Italo fu per anni punto di riferimento per generazioni di reggini, guida sagace per i giovani che si raccolsero attorno al movimento Agape da lui fondato, ma fu anche impegnato nel sociale senza risparmio di energie, la sua porta era sempre aperta, non c'era amministratore, di qualsiasi ideologia, che non gli chiedesse consiglio. Spesso qualcuno, da me chiamato al telefono, per motivi professionali, mi scambiava con lui, il tono della voce, l'inflessione, mi assicuravano, era simile. Non ne ho mai provato fastidio e una volta, in una delle tante occasioni in cui capitò d'incontrarci, glielo rivelai, ricordo ancora il suo sorriso e l'affettuosa stretta di mano.
Quando la città, per anni, insanguinata da una feroce guerra di mafia, attraversò uno dei momenti più bui della sua storia, non esitò a mettersi in mezzo tra le famiglie contendenti, convincendo le donne ad assistere ad una indimenticabile funzione in Cattedrale, l'una accanto all'altra, anche se i loro mariti, i loro congiunti, avevano sparso sangue e terrore, tanta gente era morta per nulla.
Qualcuno ha timore anche di sussurrarlo, ma è chiaro che chi lo ha conosciuto, e non solo quelli che hanno avuto questo privilegio, auspica una decisione delle autorità ecclesiastiche, l'avvio del processo di beatificazione. Lungi da noi precorrere i tempi, inducendo a frettolose anticipazioni, forse anche dannose, ma conserviamo nel cuore una speranza, che potrebbe tramutarsi in realtà. Don Italo non sarà dimenticato, la sua luce ancora risplende sulla città e i suoi figli che tanto amò.

 

19/01/11

I BIGLIETTI D'AUGURI TRADIZIONE SECOLARE, LUCIA FEDERICO E' RIUSCITA A FERMARE IL TEMPO

Lucia Federico con l'ambasciatore Morabito
Mattinata ventosa, assieme all'amico Gaetano Labate entro, dopo tanti anni, nella splendida Villa Zerbi per vedere la mostra allestita dalla collega Lucia Federico: lei per prima, splendida cinquantenne, è riuscita a fermare il tempo, e non solo mettendo a disposizione della città la sua collezione privata.
Storia, arte e cultura si mescolano sapientemente e, girando per le stanze della dimora di una famiglia della nobiltà reggina, si ha l'impressione di visitare un castello nella campagna inglese. Perchè fu proprio un intellettuale anglosassone, Sir Henry Cole, che nel 1843, decise di scegliere  un nuovo modo d'inviare gli auguri ad amici e familiari, invece di usare la carta da lettera decorata o biglietti da visita su cui applicare motivi natalizi.
Cole si affidò al disegnatore Calcott Horsley, della Royal Academy, che realizzò un cartoncino color seppia raffigurante una famiglia attorno alla tavola imbandita, il tutto accompagnato dalla frase destinata a diventare un classico: "Buon Natale e felice Anno Nuovo".
Questo pezzo rarissimo, assieme a tanti altri "gioielli" che Lucia Federico ha scovato, negli anni, fu stampato in sole mille copie al prezzo di uno scellino. I biglietti augurali cominciarono a diffondersi, in Inghilterra prima, poi negli Stati Uniti e in Europa, solo molti anni dopo. E' infatti, come spiega la stessa Federico, a partire dal 1870 che le Poste smistano milioni di invii al punto da consigliare all'utenza di "spedire presto per Natale".
La mostra, voluta dalla delegata comunale ai beni culturali e grandi eventi, Monica Falcomatà, con la collaborazione dell'associazione culturale Rhegium Urbs Antiqua, ha proposto ai tantissimi visitatori circa tremila documenti in una suggestiva ambientazione inglese ricreata col contributo dell'antiquaria Daniela Ziino Colanino, titolare di Hold House.
Il percorso tematico della mostra, che la curatrice si augura di poter presto "esportare", è articolato per sezioni: dai primi biglietti augurali ai ventagli, i bambini e il gioco, il primo Novecento, le Grandi Guerre, la Natività, Il Natale negli USA.
Non sono mancate le curiosità, come i biglietti dei presidenti americani, da Kennedy a Obama. I visitatori, tra i quali l'ambasciatore nel Principato di Monaco, il reggino Antonio Morabito,  hanno potuto ascoltare  dischi originali da un grammofono del 1920 messo a disposizione da Giuseppe Nicolò, scoprire la collezione di spille americane di Ninni De Salvo, ammirare il presepe allestito dallo storico Luciano Schepis.
Cento anni di storia del mondo attraverso gli auguri che ognuno di noi ama ricevere e fare, sicuramente un evento che ha onorato la città.

15/01/11

COME REGGIO VISSE GLI ANNI DELLA BELLA EPOQUE NELLE IMMAGINI DI GAETANO LABATE


L'Italia da poco era stata unita, l'epopea garibaldina aveva visto il Sud protagonista, anche se con contorni diversi, che gli storici ancora non sono riusciti completamente a decifrare, finite le battaglie s'apriva la nuova era che ci avrebbe portato al Novecento.
Erano gli anni che i francesi non avevano esitato a definire quelli della "bella èpoque", all'insegna del risveglio artistico e culturale, della prima industrializzazione, dello sviluppo urbanistico. Reggio come visse quel periodo che dal 1870 si conclude nel dicembre del 1908, la notte del devastante terremoto-maremoto che portò in riva allo Stretto morte e disperazione, ci sono ferite ancora aperte di quel cataclisma?. A questa domanda, riprendendo un'idea di Luisa Bellissimo, giornalista pubblicista, ha risposto egregiamente il regista e documentarista reggino Gaetano Labate che ha presentato il suo ultimo lavoro intitolato, appunto, "Reggio e la belle èpoque". Collegando questo straordinario periodo al sisma che sconvolse le due città dirimpettaie, Labate ha proposto in un elegante cofanetto, due documentari, uno dei quali, quello sul terremoto, ha già riscosso, nel centesimo anniversario del tragico evento, un considerevole successo.
"Le prime ricerche alla biblioteca comunale reggina -spiega Labate- sono iniziate ad aprile del 2009 e, grazie alla collaborazione di Luisa Bellissimo, siamo riusciti a riesumare le testate giornalistiche che in quegli anni post unità veniva edite a Reggio. La Zagara, Calopinace, Giufà, La Provincia, Ferruccio, il satirico Don Cravio, Il Calabrone, La Luce, Il Lunedì, Gazzetta di Reggio Calabria. La selezione è stata laboriosa, che ci ha portato a raccogliere ben 2500 articoli, la storia di quanto accadde in quell'epoca fantastica, nella Reggio che diventava sempre più grande, il tutto condensato nei sessanta minuti di durata del documentario."
Gli autori si sono avvalsi di due importanti punti di riferimento: il Museo della stampa e stampa d'arte" di Lodi, e il "Gruppo storico Vicolo Mottana" di Recoaro Terme. Importante il contributo dato dagli operatori della biblioteca comunale.
Le macchine tipografiche di quel tempo e i costumi, autentici, sono stati pertanto utilizzati per le riprese che presentano squarci d'autentica maestria, come del resto Labate ci ha abituati in questi anni con le sue produzioni.
Gli anni in cui tutta l'Europa visse la cosiddetta belle epoque videro anche Reggio fulcro di tante iniziative artistiche, culturali, sportive, la città visse momenti felici, l'economia locale era florida, e certamente il periodo aureo sarebbe durato a lungo se non fosse arrivata la catastrofe del 1908, la ripresa sarebbe stata lunghissima.
Mentre sono in corso le manifestazioni del 150 esimo dell'unità d'Italia, sarebbe veramente opportuno se le amministrazioni locali pensassero ad inserire l'iniziativa di Labate tra i momenti che saranno dedicati alla rievocazione storica, proiezioni nelle scuole, distribuzione di copie del dvd, la storia di solito viene scritta dai vincitori e, quando i fatti sono ancora recenti, non è facile raccontarli con imparzialità. Le giovani generazioni è opportuno che conoscano cosa accadde ai loro antenati in quella bellissima epoca che venne vissuta da almeno due generazioni di reggini.
Mi sento di dare un consiglio a chi segue il mio blog: Reggio e la bella epoque va visto e promosso fuori dalla nostra città, come farò io, è questo un modo per proiettare una immagine diversa, sicuramente positiva, di Reggio e della Calabria.
Labate non si ferma, è già al lavoro, con l'amore per la sua terra che lo contraddistingue, per "raccontare" la storia per immagini, bellissime e toccanti, di altre epoche, per mantenere viva la memoria e non spegnere il ricordo di chi ci ha preceduti.

12/01/11

IL MOVIMENTO PA.C.E. IRROMPE SULLA SCENA POLITICA, DALLA PREGHIERA AL LAVORO

La manifestazione di presentazione di PA.C.E. alla cittadinanza
E' certamente la novità più importante della campagna elettorale per le comunali che si può dire sia già entrata nel vivo, in tutti i partiti c'è fermento, si preparano le liste: è il movimento cristiano PA.C.E. (Patto cristiano esteso) fondato qualche anno fa da Gilberto Perri, il pastore della comunità "Gesù Cristo è il Signore" scomparso prematuramente un paio di mesi fa.
Dopo la presentazione a palazzo San Giorgio, con una presenza davvero ragguardevole di cittadini d'ogni ceto sociale, il partito, perchè PA.C.E.ormai è diventato tale, si sta organizzando sul territorio, con sedi e responsabili a livello provinciale. Il ruolo di leader appartiene al consigliere comunale uscente Massimo Ripepi, che di Perri, assieme ad altri componenti il nucleo storico della comunità gallicese, ha raccolto l'eredità.
Patto Cristiano Esteso vuol trasferire nella politica i principi ispiratori ai quali gli aderenti, che sono in questi anni cresciuti notevolmente, si sono impegnati ad attenersi: rispetto per i più deboli, solidarietà, il lavoro come "medicina" per il corpo e l'anima, la cooperazione, la valorizzazione delle tante risorse locali, sempre al servizio di chi ha bisogno, l'aiuto concreto attraverso forme d'assistenza non rituali.
Ripepi, che è seguito da un gruppo di giovani professionisti impegnati da tempo nelle attività della comunità fondata da Gilberto Perri ai primi anni Novanta, aspira  alla rielezione in Consiglio, appoggiato da una lista che raccolga elementi provenienti da vari settori della vita sociale ed auspica un potenziamento della presenza di PA.C.E. nell'amministrazione comunale.
Il programma, che verrà illustrato ufficialmente tra qualche giorno, in occasione dell'apertura della sede cittadina del partito, sarà formato da pochi punti, essenziali, puntando principalmente sull'aiuto alle fasce più deboli in sinergia con le associazioni che già operano in questo campo. Poi, il lavoro per i giovani, con la nascita di altre cooperative, il completamento di strutture ricettive, sanitarie e di protezione civile, già in avanzata fase di realizzazione.
Massimo Ripepi ha dimostrato, nell'esperienza appena conclusa in Comune, di operare esclusivamente nell'interesse dei cittadini, restando fuori dalle lotte di potere, dando ascolto a chi ha reali bisogni. Per tutto questo, Gilberto Perri ha condotto la sua battaglia, fino all'ultimo giorno di vita. 

11/01/11

IL MODELLO REGGIO E I SONDAGGI, MA DOBBIAMO DAVVERO CREDERCI?

Uno scorcio del meraviglioso Lungomare reggino
Grazie ad Internet, anche se lontani dalla città, possiamo seguire le cronache locali, ed in particolare una radio che, grazie al suo "anchor man" più noto, specialmente tra gli sportivi, Gianni Baccillieri, esce di frequente dal coro e dice pane al pane e vino al vino, come recita un antico detto popolare.
Radio Touring 104 è nel mio cuore, sono tra coloro che, ormai quasi trentacinque anni fa, la fecero nascere e l'hanno mantenuta in vita, affidandola poi a mani sicure che l'hanno portata al successo, non senza difficoltà. Pertanto, anche se vivo altrove, la seguo appena posso, non condivido, a volte, talune prese di posizione di Gianni e del suo bravo figliolo Dario, se si tratta di Reggina, ma sono pienamente d'accordo quando si affrontano i problemi della città indicata dalle statistiche come modello da seguire. Questo perchè, nella realtà, le cose non stanno come vengono presentate sulla stampa da qualche commentatore che, dopo essersi inginocchiato, si esibisce in commossi peana nei confronti di chi l'ha governata per anni, prima di spostarsi in altri palazzi più importanti.
Certamente, l'illustre opinionista, che sa di tutto e di tutto scrive, quindi finisce con lo scrivere del nulla, non è mosso da gratitudine per la "grazia" ottenuta con la sistemazione d'un congiunto, ma sicuramente si esprime con il massimo dell'obiettività e della trasparenza.
Anche stavolta, nella città sonnolenta del dopo feste, tutto sarebbe scivolato nel silenzio, se, isolata, non si fosse alzata la voce di Baccillieri, che ha cercato di svegliare le coscienze dei reggini, dei cosiddetti benpensanti, invitandoli ad aprire bene gli occhi e a rendersi conto che non è tutto oro quello che luce, al di là dei quotidiani incensamenti a mezzo stampa.
E' veramente da seguire questo modello di città dove ognuno fa quel che gli pare, il degrado non tocca ormai soltanto le periferie abbandonate, dove se non si fa parte di una determinata "parrocchia" non si ottiene nulla, dove i lavori si fanno quando alle imprese pare, senza curarsi dei disagi per i cittadini?.
I sondaggi sono diventati il Vangelo della politica, ma dovremmo andare a cercare, e non speriamo che lo facciano gli opinionisti del "tutto va bene madama la marchesa", cosa c'è in realtà dietro queste società che li fanno, chi sono i committenti, quanto costano.
Con una campagna elettorale alle porte, cosa c'è di meglio che servire al popolo bue un bel sondaggio e convincerlo che sono loro e soltanto loro quelli che tengono in mano le chiavi del potere e che continueranno ad averle chissà per quanto tempo ancora. le loro facce, formato gigante, continueremo a vederle apparire quasi ogni giorno, su carta e sul video, finchè l'ignaro elettore non si recherà, disciplinatamente, al seggio sperando di poter passare all'incasso, un posticino di lavoro, un appaltuccio, un incarico professionale, un contributo. A decidere della vita della gente saranno sempre i soliti, purtroppo. Caro Baccillieri, facciamocene una ragione e speriamo soltanto in qualche "tornado" giudiziario, che spazzi le nuvole del malaffare e restituisca a tutti fiducia nel domani.

08/01/11

DELITTO IN VIA DE NAVA: TORNA IN SCENA LA MORTE, MA LA GENTE NON REAGISCE

Giuseppe Sorgonà, il giovane assassinato
Via De Nava, una delle porte della città, i reggini con qualche anno sulle spalle ricordano quando veniva chiamata Via Romana, larga e diritta, che congiunge due piazze. Conosco molto bene la zona, per anni l'ho percorsa a piedi, in bicicletta, in motorino, oltre che in auto, per andare in redazione, prima al Giornale di Calabria, che si trovava all'inizio del Corso Garibaldi, poi proprio su via De Nava, sede reggina di Gazzetta del Sud.
L'altra sera, perciò, appena sul teleschermo sono apparse le prime immagini, ho riconosciuto il posto, nella mente sono riapparse tante scene simili, gli anni delle due sanguinose guerre di mafia, con i morti a centinaia, quante notti passate accanto agli uomini di polizia e carabinieri.
Sono poche le considerazioni che mi sento di fare, a freddo, e senza ovviamente essere in possesso di quelle informazioni che i cronisti d'un tempo andavano a raccogliersi da soli, scarpinando per ore nei quartieri, sentendo parenti e amici delle vittime, in poco tempo ti facevi un tuo quadro della situazione e spesso c'azzeccavi.
Le cosche, ormai da anni, hanno siglato un armistizio che tuttora resiste, nonostante la maggior parte di coloro che lo siglarono o sono morti o sono in galera, le giovani leve premono, gli affari milionari si continuano a fare, il "giro" delle estorsioni, nonostante la pressione investigativa e repressiva, è ancora assai remunerativo.
Giuseppe Sorgonà è una vittima di mafia, o è stato ucciso per altri motivi, da qualcuno che con la 'ndrangheta in qualche modo deve avere da fare, se ha utilizzato sicari professionisti, sicuramente non alla loro prima esperienza criminale?
Reggio torna a rivedere momenti di terrore e sangue, in mezzo alla gente che si gusta gli ultimi spezzoni delle vacanze natalizie, non sembra inverno, l'aria è festosa, tranquilla. Ma c'è chi a tutto questo non pensa, non si cura neppure della presenza d'un bimbetto che, per sua fortuna, dimenticherà in fretta ciò che i suoi occhietti hanno visto, squarci di fuoco nel buio e urla disperate. Quello che più colpisce, di fronte ad un delitto di tale efferatezza, è l'indifferenza, quasi la rassegnazione di fronte a un evento così sconvolgente e, al di là, di qualche insipido e scontato commento, le pagine dei giornali raccontano in maniera quasi burocratica, come un verbale, quello che è successo sotto gli occhi di decine e decine di persone.
Non ci resta che sperare d'aver fatto un brutto sogno e che il passato non ritorni, il buio non calerà ancora su Reggio. 

01/01/11

CAPODANNO 2011, IN BARBA AGLI APPELLI SI E' RIPETUTO IL RITO DELLA STUPIDITA'


Pericolosissimi botti sequestrati, ma non è bastato
L'anno vecchio se n'è andato lasciandosi dietro una scia di ricordi, di rimpianti, promesse e speranze, tra tappi che saltano e piazze affollate per i concerti, ristoranti pieni nonostante la crisi, mentre, in barba agli  appelli, i numerosi sequestri di tonnellate di materiale esplodente pericoloso, gli inviti alla prudenza, si è ripetuto, con conseguenze a volte tragiche, il rito della stupidità.
Si è usato di tutto, dalle armi da fuoco ad ordigni veri e propri, pur di "festeggiare" la nascita del secondo decennio del secondo millennio, domani le cronache dei giornali saranno piene di resoconti purtroppo non positivi. Ci saranno i momenti lieti riservati ai primi nati,  ai tuffi in mare propiziatori, ma a farla da padrona sarà la nera, con il gran lavoro al pronto soccorso degli ospedali, l'impegno dei vigili del fuoco e, purtroppo, anche l'intervento delle forze di polizia e del magistrato laddove qualcuno ha esagerato, trasformando la festa in tragedia.
E' il momento dei buoni propositi e degli auguri che ognuno di noi fa, sperando di portar bene a chi li riceve, ma guardandosi indietro, ai dodici mesi appena trascorsi, si ricorda che ben poco è mutato. Certamente, il Paese non attraversa una fase positiva, sia per la crisi economica che per le continue fibrillazioni della politica, col Governo costantemente in bilico e lo spettro di elezioni anticipate di cui nessuno sente davvero il bisogno.
Poi, se guardiamo attorno a noi, nella nostra regione e nella città di Reggio in particolare, c'è poco da stare allegri, al di là dei discorsi ottimistici fatti dai soliti politici che hanno un solo obiettivo, quello di restare un altro anno comodamente assisi sulle loro poltrone.
Siccome sperare non costa nulla, anche noi vogliamo augurarci che davvero questo anno che ha appena dischiuso gli occhi, porti realmente pace e benessere nelle famiglie, lavoro per i giovani, specialmente per quelli che non hanno, come si suol dire, santi in Paradiso. Guardiamo avanti con fiducia, siamo gente abituata ad aver pazienza e sopportare cristianamente le ingiustizie e le disuguaglianze sociali. Che il Signore ci protegga!.