28/10/10

DA REGGIO ALLA FERRARI, COSI' MAURO APICELLA HA REALIZZATO UN SOGNO


Mauro Apicella in tenuta Ferrari
I reggini appassionati di automobilismo, in particolare i ferraristi, l'hanno scoperto leggendo il magazine del Ferrari Club, una splendida rivista diretta da Alessandro Giudice, che è il diario delle attività che l'azienda di Maranello svolge in Italia e all'estero.
Scorrendo le pagine patinate de "Il club" hanno appreso che ci sono due giovani, Ilaria Maraviglia, e Mauro Apicella, definiti gli angeli custodi per l'attività che svolgono all'interno del club di appassionati della "rossa".
Mauro Apicella è nato a Reggio Calabria, ma ha sempre saputo, come lui stesso racconta nella ricca intervista che l'organo ufficiale del Club gli ha riservato, che il suo futuro sarebbe stato lontano da quello che D'Annunzio definì "il più bel chilometro d'Italia", il lungomare che s'affaccia sui colori intensi dello Stretto.
Mauro, una volta diplomatosi nella città d'origine, si trasferisce a Milano e s'iscrive allo IULM, l'istituto universitario per le lingue e la comunicazione.
Durante la pausa estiva del primo anno, vola a Londra dove comincia a pensare ad un'esperienza di studio all'estero: nel frattempo, fa le sue prime esperienze lavorative, tra le quali quella di tutor per il servizio orientamento all'università, arbitro di calcio e basket, stage all'agenzia Probeat. Quindi, con il progetto Erasmus a Madrid: al rientro in Italia, sceglie l'argomento della tesi di laurea "la comunicazione non istituzionale della Ferrari".
La sua avventura comincia sotto Natale del 2005, quando mette piede nel Club Ferrari prima con uno stage e qualche mese dopo, conseguita la laurea, con un rapporto di lavoro. Ma vediamo come Mauro Apicella lo racconta: "Per me la Ferrari rappresentava un sogno, tanto che i primi ricordi legati al Cavallino risalgono all'età di 3-4 anni quando, assieme a mio padre Renato (avvocato, funzionario d'un importante istituto di credito) seguivo i Gran Premi di Formula 1 davanti alla tv e lui mi spiegava che dovevo tifare per la macchina rossa. Più che un futuro in Ferrari, mi piacerebbe un giorno averne una, l'evoluzione di un sogno di quando ero bambino".
Mauro torna ogni tanto a Reggio, è legatissimo a papà Renato e mamma Caterina, rivede gli amici degli anni dell'adolescenza, lo tempestano di domande sul "mondo" della Ferrari, quanto si guadagna, cosa si prova a guidarne  una, quanto sono alti i piloti dal vivo, come si sta a Maranello.
Indossando la classica tuta rossa, Mauro Apicella gira l'Italia, assieme agli altri colleghi, per promuovere la Ferrari, sono manifestazioni che rimangono fisse nella memoria, come la prima cui partecipò a poche ore dalla laurea, a Genova.
Un ragazzo del Sud, come tanti che scelgono l'emigrazione intellettuale forzata: Mauro Apicella ce l'ha fatta a coronare un sogno, con tutto l'orgoglio di essere calabrese e reggino.

23/10/10

DAVANTI AL CANCELLO DI CASA MISSERI VA IN SCENA UNA FICTION SENZA FINE


Sabrina Misseri e il padre Michele: hanno ucciso tutti e due?
Il cancello in ferro battuto della villetta dei Misseri, ad Avetrana, è ormai entrato a far parte della scenografia d'uno spettacolo che da due mesi va in scena ogni giorno, a tutte le ore, su ogni programma, su ogni radio o tv piccola o grande che sia.
Il tranquillo paese del Tarantino è il set d'una gigantesca fiction scritta giorno per giorno, dopo che si è consumato il dramma della atroce morte d'una ragazzina esile e bionda, che si chiamava Sarah (con la h, che fa tanto moderno) e che inseguiva, come tante adolescenti del Sud, il sogno di andare a vivere altrove.
E' veramente un bel cancello, quello della casa che ora viene chiamata degli orrori, con quel garage che somiglia ad un antro infernale: il fabbro che l'ha costruito vi ha disegnato motivi floreali, da fuori di può vedere benissimo il giardino e l'ingresso della villetta costruita coi risparmi di papà Michele, becchino in Germania per tanti anni, poi agiato coltivatore e proprietario terriero, quello che si dice un gran lavoratore.
Davanti a quel cancello c'è sempre tanta gente, lungo la strada intitolata a Grazia Deledda, oltre alle decine, centinaia, di giornalisti, anche tantissimi curiosi che arrivano da ogni dove, in una sorta di tour turistico sui luoghi del dolore e della rabbia per questa morte che tanto sgomento ha suscitato in tutto il Paese.
La vicenda si Sarah Scazzi terrà banco, come si suol dire, ancora per parecchio tempo, almeno fino a quando non sarà fatta piena luce e saranno chiariti i contorni d'un delitto che un padre ha tentato d'accollarsi da solo, salvo poi, probabilmente perchè in tal senso "consigliato", coinvolgervi l'amata figlia Sabrina.
Certo, viene spontaneo chiedersi perchè lo ha fatto: la sua coscienza lo avrà spinto a dire la verità, oppure con questo gesto intende punire la famiglia che lo avrebbe costretto a compiere un delitto tanto assurdo quanto feroce.
E' accaduto al rozzo contadino di Avetrana, dopo un colloquio col cappellano, d'incamminarsi sulla strada d'una conversione, quasi novello Innominato dopo l'incontro col cardinale nella notte raccontata dal Manzoni?.
Ne vedremo e ne sentiremo ancora davanti a quel cancello e nei salotti televisivi, con psicologi, psichiatri, criminologi che spuntano come funghi, oltre ai soliti personaggi sempre buoni per tutte le occasioni, tipo Sgarbi e la Pivetti. Sono tutti lì, pronti, in attesa forse, perchè lo spettacolo sia completo e l'audience salga alle stelle, che qualcuno decida d'ammazzare qualcun altro davanti alle telecamere e poi andare a confessare a La vita in diretta, o, a seconda dell'orario, a Porta a Porta.

16/10/10

ORA C'E' IL RISCHIO CHE I PROFESSIONISTI DELL'ANTIMAFIA RESTINO SENZA LAVORO


Giuseppe Pignatone
In questi giorni stiamo assistendo alle analisi dei cosiddetti mafiologi, di coloro che, proprio grazie a quel cancro che è la 'ndrangheta, hanno costruito le loro fortune professionali, politiche, economiche. Quei professionisti dell'antimafia, così splendidamente etichettati da Sciascia, sempre pronti a schierarsi in prima fila nei cortei e nelle fiaccolate, corrono, a mio avviso, un grosso rischio.
Se continua così, se Giuseppe Pignatone e i suoi uomini continueranno a lavorare come stanno facendo da un pò di tempo a questa parte, coi risultati che sono sotto gli occhi di tutti,  si ritroveranno senza "lavoro". E sarà dura rinunciare alle passerelle, alle foto sui giornali, alle dichiarazioni a getto continuo. Mancherà loro la materia prima e anche a Reggio, come è avvenuto a Palermo, Napoli e, per non andare tanto lontano, nella vicina Messina, le cosche saranno costrette a mollare la loro presa sul territorio. Tra pentiti e boss che finiscono in manette a getto continuo, l'azione delle forze di polizia avrà lo stesso effetto della medicina nucleare sui tumori, le cellule malate saranno irrimediabilmente distrutte e sul corpo risanato della città potrebbe fiorire una nuova stagione fatta di legalità e di speranza per i giovani.
Sono in tanti, in queste ore, a non dormire sonni tranquilli, a mobilitare gli avvocati, qualche giornalista "amico", per cercare di carpire notizie sui nuovi scenari che si stanno aprendo, sul fronte delle collaborazioni, dopo alcuni anni di "silenzio".
A seguito dell'armistizio tra le cosche in lotta, agli inizi degli anni Novanta, tra i punti a base dell'accordo che mise fine alla mattanza (circa 700 morti in cinque anni) c'era, oltre alla fine dei sequestri di persona e alla decisione presa da un vertice ristretto sugli eventuali omicidi, il proposito di "lasciare in pace" i familiari dei pentiti storici e, anzi, di cercare con loro un rapporto tale da "ammorbidire" processualmente i congiunti che avevano, come si suol dire, saltato il fosso.
Io non parlerei, come sta facendo qualcuno, di ciclone, terremoto, attribuendo alla avviata collaborazione di Antonino Lo Giudice una particolare valenza: quello che certamente potrà emergere, anche grazie alla prima "gola profonda" del clan Tegano, sarà il ritratto della nuova fase aperta con l'avvento al potere degli eredi dei vecchi padrini o morti o carcerati a vita.
Si, la cosiddetta zona grigia tanto cara a Pignatone che ne intravide la permeabilità nel tessuto sociale reggino già dai primi mesi di lavoro a Reggio: poi, come foglie in autunno, boss e gregari sono caduti nella rete, gente di enorme spessore criminale.
Pur senza abbandonarsi ad eccessivi trionfalismi, crediamo che presto uno scossone ci sarà e potrebbe essere quello mortale per le organizzazioni mafiose che, in questi anni, hanno sottomesso politica, imprenditoria, tutti i settori dell'economia locale, al loro predominio. Una crepa s'è aperta, al di là del muro s'intravede una luce.

09/10/10

ARRIVA L'ESERCITO, REGGIO DIVENTA CITTA' SUDAMERICANA AVVOLTA DA UNA NEBBIA GRIGIA

Uno scirocco impietoso fa calare sulla città una nebbia sottile, fastidiosa, l'umidità la senti nelle ossa. Ma c'è anche un'altra nebbia che avvolge la politica, l'informazione, la giustizia, tra polemiche roventi, accuse "sparate" in diretta tv, querele minacciate e che, forse, non verranno mai presentate. Un momentaccio, mentre nuovi scenari sembrano sul punto di aprirsi nel lavoro che i magistrati inquirenti stanno svolgendo, per assestare colpi decisivi alla piovra mafiosa.
Ci sono fatti, circostanze, avvenimenti, contatti e parentele, che, come sostenne per la prima volta in un'ordinanza che ha fatto epoca nella storia giudiziaria non solo reggina, il magistrato Agostino Cordova, "fanno parte del notorio", specialmente in una città di provincia che tale è rimasta, nonostante il grado di "metropolitana".
Sono di dominio pubblico, pertanto, amicizie, relazioni anche extra coniugali, iscrizioni a logge massoniche o a club service che le fanno da anticamera, i soliti personaggi che stazionano in permanenza nelle anticamere dei potenti di turno in attesa della prebenda di sottogoverno. Per cui, ti ritrovi magari un geometra che si occupa di sanità, un ferroviere che s'improvvisa manager, cosiddetti figli d'arte che, non sapendo nella vita cosa fare, diventano giornalisti e scavalcano quelli che magari le qualità ce l'hanno, ma non le "spinte".
Una nebbia fitta, grigia, che non sarà facile spazzare via col vento pulito della legalità, della meritocrazia, del riconoscimento delle qualità che in tanti possiedono, ma che sono costretti a trasferire altrove, se vogliono campare.
Si parla tanto, se ne parla da mesi, degli sviluppi che recenti inchieste della Procura potrebbero avere, all'esito di indagini sui contatti, non solo telefonici, tra esponenti dei clan che controllano il territorio e rappresentanti del mondo politico, imprenditoriale e, purtroppo, anche istituzionale. Fa parte del notorio, per dirla ancora con l'ex procuratore capo di Napoli che istruì agli inizi degli anni '80 il primo processo alla 'ndrangheta con una sessantina d'imputati, che le collusioni c'erano allora e ci sono tuttora. E portarle alla luce non dovrebbe essere tanto difficile.
Intanto, arriverà l'esercito, lo Stato mostra la faccia dura, li vedremo i nostri baldi giovani non più di leva, fare la guardia agli obiettivi cosiddetti "sensibili", si dice che così la gente si sentirà più tranquilla, poco importa se Reggio ci sembrerà una città sudamericana ai tempi delle varie dittature.
La nebbia grigia imperversa, ma dopo quello che è successo l'altra sera a piazza Duomo, c'è la concreta speranza che stia arrivando il vento della speranza, che qualcosa possa cambiare, e non basteranno le querele per mettere a tacere i colleghi scomodi o troppo curiosi. Io già lo sento arrivare, questo vento di verità.

05/10/10

QUANDO LA LOCANDINA E' INGANNEVOLE, OVVERO, COME TI FREGO IL LETTORE


Un gruppo di arrestati del clan Tegano, tra cui Moio
Non è mio costume criticare il lavoro che fanno i colleghi delle cronache locali, anche perchè, avendolo fatto per tantissimi anni, so benissimo che l'errore può sempre essere in agguato. A volte sono tentato di riportare sul mio blog le autentiche castronerie che quotidianamente appaiono, anche sul giornale che una volta era leader su piazza, ma conoscendo bene i "produttori", preferisco evitarlo, i lettori sanno giudicare da soli e, per fortuna, il mercato offre altre alternative.
Quello di cui oggi voglio parlare, però, non si riferisce a qualcuna delle "perle" linguistico-sintattico-grammaticali che ci vengono offerte senza risparmio, senza parlare della sagra delle ovvietà che si può ammirare (si fa per dire) scorrendo i titoli.
Arrivando stamane in edicola, sempre la solita, quando sono a Reggio, gestita da persone gentili e competenti, sono stato attirato dalla locandina del Quotidiano della Calabria, ormai sempre più "napoletanizzato" con la direzione di Matteo Cosenza. Come si sa, la locandina è detta anche "allodola" e serve ad incuriosire il potenziale acquirente con un argomento interessante. E certamente interessantissimo sarà apparso, a chi segue, per antico vizio, come me, per mera curiosità altri, le cronache giudiziarie, il richiamo ai "verbali" dell'ultimo arrivato nella schiera dei collaboratori di giustizia, tale Roberto Moio, nipote acquisito del boss Giovanni Tegano.
Ma la sorpresa era dietro l'angolo: all'interno c'era, sì, un articolo sulle deposizioni che questo pentito-sprint (dopo nemmeno 24 ore s'è consegnato ai magistrati, la cosa m'insospettisce alquanto) starebbe dettando ai solerti verbalizzatori della Procura. Un articolo che ricostruiva la vicenda di Roberto Moio e del suo "travaglio" nella cella del carcere, fino alla decisione lampo di vuotare il sacco sulle malefatte della famiglia di cui per tanti anni ha fatto parte, c'era.
Nulla di nulla però che facesse riferimento a verbalizzazioni depositate (non sarebbe ancora possibile, del resto, ci sono sei mesi di tempo per raccoglierle) ma soltanto un pezzo, come si suol dire, di maniera, niente di sconvolgente per il lettore, fregato dalla locandina-trappola.
  Sono ben contento d'avere, con il mio euro, contribuito alla diffusione del Quotidiano, nel quale tra l'altro, anche se per breve tempo ho lavorato, ma non posso fare a meno di stigmatizzare l'iniziativa dei colleghi autori dello scoop fasullo. Siamo nel profondo Sud, è vero, ma sono finiti i tempi dei lettori allocchi, cui tutto potevi rifilare. Certe delusioni, alla fine, fanno perdere credibilità nell'informazione della nostra regione che già mostra gravi difetti, spesso prigioniera di lobby e d'una classe politica autoreferenziale e collusa. Colleghi del Quotidiano, non fatelo più, per piacere.

01/10/10

ANTONIO MORABITO DA OGGI AMBASCIATORE A MONACO, SI PARLA DI REGGIO NON SOLO PER LA 'NDRANGHETA

L'ambasciatore reggino Antonio Morabito

Mentre della nostra città si parla, ancora una volta, per il suo ruolo di "capitale" della 'ndrangheta e non passa giorno che le cronache non vengano nutrite da notizie di arresti, inchieste, contrasti tra magistrati, intimidazioni d'ogni genere, dalla splendida Costa Azzurra, dal Principato di Monaco arriva un messaggio che è nello stesso tempo di speranza e di legittimo orgoglio.
Antonio Morabito, reggino di Gallina, 55 anni, da oggi è il nuovo ambasciatore d'Italia a Monaco: la cerimonia alla presenza, oltre che del principe Alberto e di tutti i dignitari, delle maggiori autorità locali e di una rappresentanza della comunità italiana nel Principato.
La notizia campeggia sulla prima pagina del quotidiano online Montecarlo news, diretto dalla collega Sara Contestabile: già tempo addietro, sul mio blog avevo anticipato la nomina, da parte del Consiglio dei ministri, del diplomatico reggino che lo scorso anno aveva ricevuto la promozione a ministro plenipotenziario.
Antonio Morabito, che ha compiuto a Roma gli studi universitari, prima alla Gregoriana e poi alla Sapienza, laureandosi in filosofia e scienze politiche, non ha mai interrotto il legame con la sua città, con il rione collinare che lo vede ogni anno tornare per le feste e nel periodo estivo nella casa dei genitori, ai quali è molto legato. Sposato con una argentina, conosciuta nel periodo in cui è stato console a Mendoza, è padre di due bambini.
Tra gli incarichi ricoperti, quello di componente l'ufficio del consigliere diplomatico della presidenza del Consiglio, all'epoca del primo governo Prodi e al ministero per le politiche della famiglia quando era retto da Rosy Bindi. Dopo un'esperienza di tre anni all'ambasciata di Teheran, Morabito è stato richiamato alla Farnesina dove già s'era distinto nel settore della cooperazione e delle tematiche della comunicazione.
Prima della nomina ad ambasciatore, si è occupato d'importanti iniziative culturali, tra cui la partecipazione italiana alla Fiera internazionale del libro di Guadalajara e l'organizzazione della collezione Farnesina design voluta dal ministro Frattini.
Lo scorso anno, è stato coordinatore in Italia dell'anno italo-egiziano della scienza e della tecnologia. Tra le sue numerose pubblicazioni, ricordiamo il pregevole volume, edito da Laruffa, sull'Indonesia. Gli è stato conferito di recente il prestigioso premio "Bergamotto d'oro" dei Lyons.

26/09/10

REGGIO TV PATRIMONIO DI TUTTA LA CITTA', NON FACCIAMOLA MORIRE!

REGGIO CALABRIA – Reggio TV rischia di chiudere. L’emittente televisiva del direttore-editore, Eduardo Lamberti Castronuovo, rischia, infatti, di subire le conseguenze del collasso finanziario che,  ha portato alla momentanea chiusura dell’Istituto di analisi cliniche “De Blasi”, mettendo a rischio oltre cento posti di lavoro, ai quali andrebbero, quindi, ad aggiundersi i circa cinquanta della televisione, tra giornalisti, tecnici e personale amministrativo.
Tra i giornalisti assunti dalla società editrice “Alfa Gi Produzioni Editoriali” figurano sei contrattualizzati Fieg-Fnsi ed una decina di collaboratori. Lamberti Castronuovo, infatti, non fa mistero che la televisione si regge sui suoi proventi personali derivanti dall’istituto di analisi cliniche. Una situazione finanziaria, quella dell’istituto “De Blasi”, che ha raggiunto livelli insostenibili, al punto da spingere il prefetto di Reggio Calabria, Luigi Varratta, ad attivare un tavolo tecnico. In base a quanto emergerà dopo questa iniziativa, si deciderà il destino dell'istituto e della televisione con sede a Campo calabro.
A tal proposito, è stata ricevuta in Prefettura una delegazione di dipendenti del “De Blasi”, che ha manifestato vive preoccupazioni per il mantenimento dei posti di lavoro a seguito della sospensione dell’attività a causa della mancata definizione di aspetti controversi concernenti i pregressi rapporti finanziari intrattenuti con l’Asp 5 di Reggio Calabria.
Viva preoccupazione viene espressa dal segretario del Sindacato dei Giornalisti della Calabria, Carlo Parisi, componente della Giunta Esecutiva Fnsi, il quale segue con attenzione l’evolversi della situazione che rischia di cancellare un autentico fiore all’occhiello dell’informazione meridionale, che dà lavoro a tanti giovani professionisti e che, va ricordato, è stato costruito senza un centesimo di denaro pubblico, ma esclusivamente con le risorse e la passione del suo direttore-editore, Edoardo Lamberti Castronuovo. Il futuro di Reggio TV è, dunque, inevitabilmente legato alle sorti dell’Istituto di analisi cliniche “De Blasi”. Circa quest’ultimo, in base agli “elementi di chiarimento già acquisiti dall’Asp 5”, il prefetto Varratta ha informato i vertici dell’istituto di aver “interessato il presidente della Regione Calabria, Giuseppe Scopelliti, che, manifestando disponibilità ed attenzione sulla questione, ha accordato la propria disponibilità a partecipare al tavolo tecnico. L’organismo, che sarà probabilmente attivato dalla Prefettura intorno alla metà della prossima settimana, vedrà la partecipazione delle componenti tecniche del competente assessorato regionale e il commissario straordinario dell’Asp 5. Intanto, il prefetto di Reggio Calabria ha rivolto ad Edoardo Lamberti Castronuovo l’invito “a voler valutare la prosecuzione della regolare attività della struttura sanitaria, allo scopo di evitare disagi all’utenza e rasserenare il clima esistente tra i lavoratori”.
“L’azienda – afferma Lamberti Castronuovo – non ha mai preso in considerazione l’idea di ridurre la forza lavoro di una realtà produttiva che, con gli attuali livelli occupazionali e di professionalità, è riuscita a diventare un’eccellenza nel Mezzogiorno d’Italia. Tuttavia, l’errore del calcolo nel budget e l’ultima circolare del commissario dell’Asp 5, Rosanna Squillacioti, che ha imposto di non accettare più impegnative mediche, hanno determinato uno stravolgimento del bilancio dell’istituto. “In questo momento – ha evidenziato Lamberti-Castronuovo – non possiamo più garantire ai pazienti la qualità delle prestazioni che per trent’anni abbiamo assicurato al “De Blasi”. Ecco perché, piuttosto che licenziare, l’unica soluzione è chiudere la struttura”.
Da parte dei sindacati e, soprattutto, dell’intero personale dell’istituto, è stata avanzata una proposta che consenta, almeno temporaneamente, di assicurare la continuità dei servizi, riducendo per quanto possibile i costi. L’ipotesi, avanzata anche alla luce delle relazioni dei consulenti finanziari e dei revisori contabili, è quella di attivare le procedure per ottenere la cassa integrazione guadagni straordinaria a beneficio della metà dei dipendenti. L’ammortizzatore sociale potrebbe essere applicato con un sistema di rotazione, nel rispetto dello spirito solidaristico che è alla base del ricorso alla cassa integrazione.
I rappresentanti dei lavoratori hanno già espresso un orientamento di massima favorevole in tal senso, riservando durante l’assemblea forti critiche alla posizione assunta dalla Cgil, sindacato che, a detta dei dipendenti, avrebbe “assunto un’incomprensibile posizione pregiudiziale e preconcetta, che nuoce al futuro della struttura e che corre il rischio di aggravare ulteriormente la situazione. Negare l’esistenza di una crisi gravissima, come fa la Cgil – aggiungono i rappresentanti del personale – significa essere incapaci di leggere i bilanci, oppure perseguire fini particolari che non hanno nulla a che vedere con la salvaguardia di oltre cento posti di lavoro".

DAL SITO: GIORNALISTI CALABRIA




























































22/09/10

FINALMENTE C'E' QUALCUNO CHE PONE UN LIMITE ALLE PASSERELLE


Una "vera" manifestazione di giovani contro la mafia
Ho sempre sostenuto, e coloro che amabilmente ormai da due anni seguono, sempre più numerosi (e di questo li ringrazio) il mio blog, lo sanno benissimo, la necessità di porre un limite alle vere e proprie ondate di dichiarazioni, in tutte le salse, non appena si verifica un evento, per lo più delittuoso, che piovono nelle redazioni.
Sono quasi sempre, fatte le dovute eccezioni, gli stessi, politici di professione, responsabili di varie associazioni, prontissimi a spedire, via mail, le loro elucubrazioni, fatte di luoghi comuni e talvolta con linguaggio zoppicante dal punto di vista sintattico-grammaticale.
L'esempio più recente, l'abbiamo avuto dopo le intimidazioni a magistrati e giornalisti: un fiume di commenti, dichiarazioni infuocate, impegni solenni da parte di personaggi pronti a defilarsi quando c'è da impegnarsi in prima persona, concretamente, esponendosi, nel contrasto alla criminalità organizzata.
In occasione dell'attentato dinamitardo all'abitazione del procuratore generale Di Landro, poi, è stato un diluvio, una gara a chi faceva prima a "manifestare" nelle forme più diverse, ma in maniera più o meno stucchevole, una solidarietà che, lo si capiva da lontano, era di facciata. Per non parlare delle fiaccolate o delle marce anti 'ndrangheta, con in prima fila personaggi pronti a manifestare di giorno ed incontrarsi di notte, come coraggiosamente ha fatto rilevare il dottor Lamberti Castronuovo di recente, con i mafiosi.
Ci sono dei veri e propri recordman delle dichiarazioni, quali che siano gli argomenti, tutto fa brodo e pubblicità gratuita: per giustificare la loro....esistenza in vita, hanno bisogno di ritrovarsi, al mattino, sulle pagine dei giornali locali, tutti più o meno prodighi di spazio.
Non posso che accogliere con soddisfazione la scelta fatta da Strill, e dai suoi direttori, Branca e Mortelliti, di dare lo stop alla marea di dichiarazioni che finiscono con lo stancare il lettore già di per sè scontento di come l'informazione, nella nostra città, viene "servita".
In un ambiente provinciale, dove tutti sanno tutto di tutti, non è difficile conoscere i retroscena di certe "campagne" giornalistiche, dell'esaltazione di personaggi sicuramente sopravvalutati, che hanno costruito le loro fortune politiche sfornando quotidianamente dichiarazioni, interviste ( quasi sempre auto) riflessioni.
Finalmente c'è qualcuno che s'è stancato di questo andazzo ed ha deciso di mettere un limite ad un autentico "dichiarazionificio" (ci si perdoni il neologismo!) che affligge i lettori che vorrebbero più notizie serie, più aggressione alle amministrazioni inefficienti, più inchieste sui gravi problemi che affliggono la città e la provincia. Ognuno di noi capisce benissimo quando è il momento di reagire agli attacchi delle cosche, che prendono di mira amministratori, magistrati e cronisti. E ciascuno sceglie come condurre la sua battaglia per la legalità.  

20/09/10

LA CHIUSURA DELL'ISTITUTO DE BLASI UN ALTRO SCHIAFFO ALLA CITTA'


Lamberti con l'ex direttore di Reggio Tv Giusva Branca e Beha
Non ho alcun motivo per assumere la difesa d'ufficio del dottor Eduardo Lamberti Castronuovo, i cui atteggiamenti possono anche non risultare simpatici ai suoi concittadini che, pure, in occasione di competizioni elettorali alle quali ha partecipato senza successo, lo hanno gratificato con migliaia di voti.
Del resto, è noto che ai reggini non piacciono quelli che, nella loro città, riescono ad emergere, a meno che non lo facciano "di ritorno" dopo aver ottenuto successi professionali altrove. Ma questo è un altro discorso, che in un certo senso mi riguarda anche personalmente, anche se me ne sono sempre fatto una ragione.
 Dopo averlo ascoltato oggi dai microfoni di Reggio Tv, l'emittente che Lamberti ha fatto nascere ormai una decina d'anni fa, e che ha finito, checchè se ne dica, con il conquistare la leadership dell'informazione via etere a Reggio, provincia, ed anche fuori regione, non posso fare a meno di elaborare il mio pensiero.
Quello che Lamberti ha lanciato mi è parso un appello sincero, anche se non credo alla resa, non mi sembra nel suo stile: nella voragine senza fondo della sanità calabrese, che, governo dopo governo, ha accumulato debiti spaventosi, rischia di finire l'istituto De Blasi, un centro diagnostico d'eccellenza, e lo dico per esperienza personale, che non ha nulla da invidiare a strutture simili a Roma, che pure conosco, e altrove.
Ma nel baratro rischia di finire anche un altro "gioiello" caro al medico-editore, che vi ha investito risorse personali, senza "aiutini" della classe politica locale, sempre più inquinata e autoreferenziale. Si tratta di Reggio Tv, che da qualche tempo trasmette da una sede di prestigio, nata tra mille difficoltà, presso Campo Calabro. Se la sventurata ipotesi d'una chiusura dell'istituto che Lamberti dirige, e che ne ha fatto un modello d'efficienza e autorevolezza scientifica, dovesse prendere corpo, sarebbe la città a prendersi un altro sonoro ceffone in pieno viso, non bastassero quelli degli ultimi tempi (vedi inchiesta de l'Espresso).
Ai reggini verrebbero preclusi due diritti sanciti dalla Costituzione repubblicana, quello alla salute e quello all'informazione, ultimo presidio d'una libertà che vede i suoi spazi sempre più ristretti.
Così facendo, si farebbe un grosso favore a chi, operando nelle testate quotidiane e televisive, sfrutta le  posizioni di potere, per sistemare figli e compari e ragazze di coscia lunga, per dirla con Giampaolo Pansa.
Ai lavoratori dell'istituto De Blasi la mia solidarietà più sentita, ai colleghi di Reggio Tv l'invito a mobilitarsi con tutte le forze, spegnere le luci in questo momento sarebbe fatale per il pluralismo e la stessa libertà di stampa.
Per quanto mi riguarda, anche stavolta, andrò a fare le mie analisi di routine nella magnifica struttura del dottor Lamberti Castronuovo, con o senza impegnativa, non m'importa. Con la speranza che chi finora ha fatto finta di non sentire, apra finalmente le orecchie e impedisca questa ennesima vergogna. 

17/09/10

QUEL POMERIGGIO D'AUTUNNO IN VIA VENETO, SI', IO MI RICORDO, CARO PIETRO

L'ultima volta che l'ho visto, qualche mese fa a Roma, stava andando a spasso con i suoi amati cani e faceva un pò di fatica nel trattenerli, il male aveva lasciato sul suo viso segni indelebili, ma il sorriso era quello di sempre, gli occhi s'illuminavano quando incontrava un amico e si sedeva accanto a lui su una panchina di Villa Borghese, quello che scherzosamente chiamava il suo nuovo ufficio.
Anche io, da quando vivo nella Capitale, con altri amici emigrati di lusso, come amiamo definirci, ci siamo scelti un luogo per ritrovarci, quasi ogni giorno, nel centro, a pochi passi da Montecitorio. Non mi sono voluto accodare al coro delle rievocazioni e dei necrologi, più o meno sentiti, che hanno inondato giornali e tv dopo la scomparsa di Pietro Calabrese, che avevo conosciuto, ormai tantissimi anni fa, agli esami per diventare giornalisti professionisti, eravamo pochi, in quella sessione autunnale del 1974: avendo i cognomi che cominciavano con la stessa lettera, capitammo vicini, nell'aula allestita nei pressi della stazione Termini.
Ero seduto tra due che sarebbero diventati entrambi direttori del Messaggero, Pietro Calabrese e Mario Pendinelli, ma c'erano anche altri colleghi destinati a brillanti carriere: io e Francesco Faranda arrivavamo dal Sud, praticanti del Giornale di Calabria, il quotidiano attorno al quale si stava formando una nuova classe di giornalisti.
Con Pietro Calabrese scambiammo le impressioni, una volta consegnato il compito, lui ovviamente si buttò sulla politica, io scelsi la cronaca, che mi avrebbe accompagnato per tutta la mia vita professionale.
Il presidente della commissione era un giurista di chiara fama, il calabrese Cesare Ruperto, che sarebbe diventato presidente della Corte Costituzionale, segretario Giuseppe Morello, di origini bagnaresi. Con Calabrese ci ritrovammo agli orali, un magnifico pomeriggio di novembre, lungo via Veneto gli strilloni vendevano il Momento-Sera che annunciava la morte di Vittorio De Sica, allegri per aver superato la prova, andammo a prendere un caffè, assieme ad altri candidati, poi io e Pietro ci accomodammo sulla sedia d'un lustrascarpe (al tempo ce n'erano ancora in attività) con tra le mani il sospirato certificato, da quel momento eravamo professionisti.
Negli anni è capitato pochissime volte d'incontrarci, ma da qualche tempo, da quando aveva preso a pubblicare ogni mese su Prima Comunicazione la sua splendida rubrica, dal titolo "Si, io mi ricordo" era come se tra noi si fosse stabilito un contatto quasi fisico, le affinità elettive esistono, eccome.
Ora che Pietro mi ha fatto la "sorpresa" di andarsene, me lo immagino a passeggio tra le nuvole coi suoi cani, alla ricerca dei tramonti siciliani che tanto lo ispiravano. Sì, io mi ricordo di quel pomeriggio romano, caro Pietro, una delle cose più belle della mia vita.  

14/09/10

QUEL COLPO DI PISTOLA NEL CALDO POMERIGGIO DI LUGLIO, MA PERCHE'?

Il luogo dove Quattrone ha messo in atto il suo gesto disperato
Il rumore del colpo di rivoltella, sparato all'interno di un'auto ferma sotto un ponte della ferrovia, lungo il greto del torrente, tra cumuli di rifiuti e sterpaglie, non lo sentì nessuno, quel torrido pomeriggio del 22 luglio, presso Condofuri.
Paolo Quattrone, il massimo responsabile delle carceri calabresi, aveva deciso di chiudere con la vita lasciando dietro di sè una scia angosciosa di mistero, tanti perchè, anche a distanza di tempo, rimangono senza risposta.
Una morte coperta dal silenzio come se si fosse voluto, in tutta fretta, rimuovere il ricordo, cancellare la figura d'un uomo che pure, per tanti anni, aveva servito lo Stato, con coraggio, senza piegarsi a minacce anche gravi. Nella prigione reggina di via San Pietro, tra i boss della 'ndrangheta abituati a comandare anche là dentro, era riuscito ad imporre il rispetto delle regole, e gliela avevano fatta pagare con la "solita" bomba d'avvertimento, spesso il sistema più efficace per togliersi dai piedi personaggi scomodi.
Finito il momento del dolore, del rimpianto per chi lo aveva avuto amico, tutto è tornato come prima, una grigia cortina d'indifferenza è calata attorno alla sua famiglia.
Sono stati in pochi, quelli che veramente lo amavano e lo stimavano, a prendere posizione, a porre qualche interrogativo, anche l'inchiesta giudiziaria (atto dovuto) non pare abbia imboccato una direzione precisa.
Se Paolo Quattrone è arrivato alla conclusione più estrema, tra angosce e delusioni, ci sarà stato un motivo, possibile che nessuno si sia accorto del suo stato di disagio e abbia sentito il dovere di stargli vicino?. Questo, lo si sa di certo, non è accaduto, l'alto funzionario che aveva sulle sue spalle enormi responsabilità, era stato trattato alla stregua di un qualsiasi malversatore, ce ne sono a iosa in questa nostra terra, e vanno in giro tranquilli.
Quando neppure la Fede riesce a sostenerti, e Paolo Quattrone era un cristiano convinto, significa che il mondo che ti eri costruito in anni e anni di lavoro e sacrifici, comincia ad apparirti diverso, impossibile, ingiusto.
E allora quella pistola nel cassetto resta l'unica soluzione, nel caldo pomeriggio di luglio, senza che qualcuno possa vederti, laggiù nella fiumara assolata.
Chi ne ha pianto la tragica scomparsa continua a chiedersi, come una litania: ma perchè?. Ma sa già che non otterrà forse una risposta. Mai.

08/09/10

DI RIFFE O DI RAFFA LA GIUNTA C'E', TANTO RUMORE PER NULLA

Due mesi di paralisi amministrativa per partorire, dopo un lungo travaglio (ci si perdoni il termine...ginecologico) la giunta Raffa quasi fotocopia di quella che per anni ha amministrato (benissimo, a sentir loro), malissimo, a sentire gli oppositori (pochi per la verità e mal organizzati) una città che mostra ancora intatti segni evidenti di degrado e dell'infiltrazione delle cosche in tutti i settori.
Non ci voleva certo l'inchiesta de l'Espresso per richiamarlo alla nostra memoria, ma in questi giorni travagliati, caratterizzati dalla lotta intestina tra esponenti del partito uscito trionfante dalle ultime amministrative, se n'è avuta la misura esatta.
Raffa sindaco facente funzioni, riuscirà a far....funzionare questa Giunta rivoluzionata nelle attribuzioni del potere più che negli uomini, anche se solo pochi mesi ci separano dalle elezioni?.I dubbi degli osservatori e miei personali sono fondati, anche perchè la gestione della crisi ha mostrato i limiti degli uomini che sono stati messi alla guida dei partiti, ivi compresa l'opposizione che non riesce neppure a decidersi se fare quadrato attorno all'indomito Massimo Canale, al momento unico aspirante a succedere a Scopelliti.
Il finiano Gatto è stato accontentato dandogli la poltrona assessorile, sfilata da sotto il sedere a Suraci e alla Freno. Non essendoci un euro nelle casse comunali, se i dati forniti da l'Espresso sono veri, non si può certo pensare a grandi eventi, per cui un assessore al ramo è diventato inutile.
La campagna elettorale è già in corso, qualcuno, come l'amico Guido Leone, è già uscito allo scoperto, scegliendo l'Udc, lui che viene da una lunghissima milizia democristiana e che ha già tentato in passato l'avventura elettorale. Ma saranno capaci i partiti di scegliere la strada d'un reale rinnovamento, puntando su energie fresche, giovani validi, esponenti dell'associazionismo e della cooperazione, lasciando dietro la porta i mestieranti della politica, pronti a cambiare bandiera appena il vento cambia?. Me lo auguro di cuore.
Intanto, per qualche giorno, grazie alla nostra Patrona che ci regala momenti di riflessione e di preghiera, godiamoci la tregua tra i "lupi" della politica che, dalle loro lussuose case nel centro di Roma, pretendono di dettare legge, ancora una volta di trattarci come coloni.

05/09/10

PIOVE FANGO SULLA CITTA' MA NON E' SOLO COLPA DELLA PIOGGIA

Piove fango sulla città, dalle colonne di un autorevole settimanale emblema di quella sinistra che Montanelli definiva radical chic, montagne di fango si formano in tutti i quartieri dopo un'ora di pioggia violentissima, un vero uragano, ma quello che succede dopo è un film già visto tante volte. L'incuria, la mancanza d'una rete di smaltimento delle acque burocraticamente definite meteoriche, l'assenza di manutenzione, lavori lasciati a metà, buche non coperte da anni, ed è il disastro.
Ma ai reggini è bastato avere le feste, le sfilate di veline e tronisti, le costosissime mostre allestite dall'assessoressa sempre sorridente (ma riusciremo veramente a liberarcene?) la politica fatta da pochi, sempre gli stessi, non importa se il partito è un altro.
Fango dall'Espresso, un servizio scritto da un reggino di nascita, figlio d'un collega col quale ho condiviso la nascita del Giornale di Calabria, ormai 38 anni fa, un articolo choc, è stato definito, per chi non conosce le vicende reggine, credo che il giovane collega, peraltro esperto di economia, si sia documentato seriamente, come è suo costume. Altrimenti, quelli della Scopelliti band, con tanto di fotografo onnipresente, non dovranno far altro che dare querela al prestigioso settimanale caro al grande editore Caracciolo.
Mi è tornato in mente, in questi giorni, un titolo del Quotidiano della Calabria di qualche anno fa, era un articolo firmato dall'allora direttore del giornale cosentino, Ennio Simeone, anche quella volta si parlava di fango, gettato a piene mani su Reggio, dopo che era stata scoperta una cricca nella sanità della quale, purtroppo, faceva parte anche un rappresentante della mia categoria, al tempo vicinissimo all'attuale governatore, si dividevano il sonno, si diceva. Poi è tutto cambiato, chissà perchè.
Stamattina ho "tradito" la mia parrocchia e sono andato a sentir messa alla chiesa di Sant'Elia, a Condera, il parroco è un amico, un prete moderno, coraggioso, don Nuccio Cannizzaro. Qualche giorno fa hanno dato fuoco all'asilo del quartiere, c'è stata solo qualche timida reazione, soltanto don Nuccio ha tuonato contro chi dovrebbe fare e non fa, anche ieri, all'omelia, ha denunciato senza timori come nessuno, sì proprio nessuno, dei sessanta genitori dei bambini frequentanti l'asilo, si sia fatto vivo, dopo l'attentato. Un silenzio agghiacciante, il povero parroco lasciato solo.
La vita continua in città, mentre ognuno s'arrangia come può, lo vedete nella foto scattata dai colleghi di Meteoweb, e cerca di liberarsi dal fango. Con un pò di buona volontà ci riuscirà, ma dell'altro fango a mezzo stampa chi ci libererà?.

02/09/10

LA RIUNIONE DELLA 'NDRANGHETA A POLSI C'E' STATA? LO SAPREMO FORSE PRESTO

Il santuario di Polsi in una immagine dall'elicottero
La tradizionale riunione dei boss della 'ndrangheta a Polsi, dopo la retata dell'operazione Crimine si è tenuta, si terrà, si sta tenendo in queste ore?. A questo interrogativo non è facile dare una risposta: gli investigatori di polizia, carabinieri, persino gli 007 dei servizi segreti, sono mobilitati da giorni, così come è avvenuto lo scorso anno, "occhi" elettronici controllano i movimenti delle migliaia di persone che, incoraggiate anche da un finale di stagione eccezionale, dal punto di vista meteorologico, rinnovano il loro momento di fede e si recano a pregare davanti alla statua della madonna della montagna.
Anche se decine di capi e gregari sono tuttora ospiti delle patrie galere, compreso il Crimine, quell'Oppedisano ai più pressochè sconosciuto, ci saranno nuovi rappresentanti delle famiglie mafiose del Reggino che, usando maggiore prudenza e cambiando i luoghi d'incontro, non lasceranno che scompaia una usanza perpetuata nei decenni, sin dai tempi in cui il mitico maresciallo dei carabinieri Giuseppe Delfino, detto massaru Peppe, inviava i suoi rapporti scritti a mano su quanto nei giorni della festa, accadeva a Polsi.
L'anno scorso, gli uomini delle forze dell'ordine inviati nel cuore dell'Aspromonte, per seguire i movimenti degli 'ndranghetisti provenienti dai vari centri della provincia, non credettero alle loro orecchie quando gli anziani capibastone, che avevano preso in mano le redini delle cosche, per compiere un generale riassetto, che nessuno, visto il loro carisma, avrebbe osato mettere in discussione, ne parlarono liberamente e fu così che venne fatta luce sulla nuova geografia della 'ndrangheta del Reggino.
Una fatale imprudenza, che ha consentito alla magistratura di mettere assieme le tessere d'un vasto mosaico criminale e far scattare l'operazione che ha riportato alla memoria dei cronisti d'una certa età (e ahimè, anche della mia) l'impresa del questore Carmelo Marzano, mandato nel profondo Sud per dare una "mazzata" a coloro che si erano permessi di tentare il sequestro d'un politico.
Al giovane collega che mi pone la fatidica domanda: ma, secondo te, quest'anno, la riunione di Polsi c'è stata?, rispondo senza esitazione sì. Ne avremo, forse, conferma tra qualche tempo, se i segugi di polizia e carabinieri, avranno "fiutato" le tracce di coloro che hanno rimpiazzato gli "amici" carcerati e che da loro, hanno ricevuto gli ordini. 
Una cosa è certa: a Polsi si sono sempre prese decisioni importanti, bisognerà sapere se stavolta prevarrà la linea diciamo moderata, o la belva ferita reagirà alla maniera forte. Auguriamoci che ciò non accada.

31/08/10

A PEZZI L'IMMAGINE DELLA CITTA', CHE BRUTTA ESTATE. CI MANCAVA ANCHE IL CONCORSO BURLA

L'auto del calciatore Giacomo Tedesco "dissidente"
Ora che il mese d'agosto declina, come avrebbe detto il grande poeta Cardarelli, è tempo di riflessioni, ma non certamente quelle stucchevoli, vetero giornalistiche che si leggono su un quotidiano che un tempo era "re" della diffusione.
Qualche considerazione, ispirata da amici "emigrati" come me, coi quali in estate ci ritroviamo, vorrei farla anch'io, senza catastrofismi e senza farmi influenzare, ma non è facile, dagli accadimenti di questi giorni, dalla politica alla cronaca. La nostra città, che quando vivi fuori ti accorgi di amarla ancor più, nella sua immagine esce a pezzi, dopo lo squallido teatrino della crisi comunale, passando per gli episodi di criminalità, l'attacco al procuratore generale Di Landro, l'incendio all'auto del calciatore Tedesco.
Mentre anche il giudice Roberto Pennisi, che saluto caramente, affida al web le sue argomentazioni, sempre cariche di tensione sociale, assistiamo alla proiezione mediatica di un film già visto, col presidente Scopelliti che annuncia la "rivoluzione" nella sanità, prevedendo anche di risparmiare sulle spese di quelle persone che vanno a curarsi fuori regione, vuol dire che celebreremo qualche funerale in più in Calabria e l'economia, almeno in un settore, qualcosa ne ricaverà.
Un ex amministratore regionale, incontrato per caso a Roma, mi ha fatto, come si suol dire, "gelare" il sangue, con una affermazione perentoria quanto sconcertante. "Dicevano che eravamo noi i banditi, vedrete questi cosa faranno".
Mi rifiuto di credere che questa convinzione del politico forse deluso e quindi prevenuto sia fondata su dati di fatto, ma mentre rifletto su ciò, ecco la notizia del concorso-burla per l'assunzione di giornalisti alla Regione, con un bando venuto fuori, come ha scoperto il segretario della Fnsi calabrese Carlo Parisi, proprio nell'imminenza del Ferragosto. Tutto secondo la migliore tradizione delle giunte dei "banditi". 
Il presidente della rinascita, che viene seguito (neppure Berlusconi ce l'ha) da un fotografo personale, pronto ad immortalare tutti i momenti della sua giornata, i giornalisti di cui la Regione avrebbe bisogno, li ha già reclutati e tutti sappiamo chi sono e chi sono gli "sponsor" politici e familiari. Ma, finchè non c'è reato penale, che l'Ente Regione se li tenga, tanto alla gente non è che interessi molto.
Rimane lo sconcerto di chi ha creduto in questo nuovo progetto politico, che aspetta  "novità" che forse, purtroppo, come è avvenuto in questi ultimi vent'anni, non arriveranno mai.
La città senza guida politica, i festeggiamenti della Patrona (come reagirà la gente?) in dubbio o in ogni caso ridimensionati, e forse dietro la processione potrebbe esserci il commissario al posto di un Raffa in preda alla disperazione e certamente non più ormai in possesso della necessaria lucidità.
Ai microfoni di Radio Touring la gente, invitata dal conduttore Baccillieri e rivolgere domande al buon Raffa, presente in studio, si è sfogata, ha manifestato quello che esce dal cuore di chi vorrebbe essere amministrato, che non chiede altro se non i servizi essenziali, la pulizia, l'acqua potabile, le strade senza buche, la burocrazia che dia risposte. Patetica, per non dire altro, qualche telefonata "suggerita" a favore di un assessore, sincera qualche altra nel condannare senza appello altro componente la giunta che Raffa sta cercando, con poche speranze, di mettere in piedi. Forse, ma non ne sono sicuro, soltanto la madonna della Consolazione, con un suo intervento, può rimettere a posto le cose, ma bisognerebbe pregare, e molto.

29/08/10

LIGATO VITTIMA DEL CONNUBIO PERVERSO MAFIA-POLITICA

Lodovico Ligato quando era parlamentare

La bomba al procuratore generale Di Landro, con tutto lo "sconquasso" giornalistico che ne è seguito, ha fatto passare in secondo piano, e quasi nessuno se n'è ricordato, l'anniversario, il ventunesimo, del barbaro omicidio di Lodovico Ligato, politico, giornalista, uomo di punta della vecchia Dc. Ricordo perfettamente tutti i dettagli di quella tragica notte.
Allora ero redattore di Gazzetta del Sud a Reggio Calabria e seguivo in particolare la cronaca. Ero nella mia casa al mare, a qualche centinaio di metri dalla casa del delitto ed ero andato a pesca, la notte era senza luna, per cui si potevano prendere i totani.
Intorno alle due ero tornato a casa quando mi raggiunse la telefonata del collega Rosario Cananzi, il fotoreporter del giornale. “Hanno ammazzato Ligato”, mi disse brutalmente. Qualche minuto dopo, eravamo nel cortile della villa dove Vico Ligato giaceva crivellato dai proiettili, noi due, assieme ai familiari, alle forze dell’ordine e a qualche amico, siamo stati gli unici a vedere l'ex presidente delle Ferrovie cadavere, gli altri colleghi arrivarono quando era già giorno.
La mia impressione immediata fu quella che era stato un omicidio di mafia, da inquadrare nell’ambito dello scontro cruento che era in corso tra le cosche dominanti. Ricordo lo scetticismo degli investigatori e del sostituto procuratore Bruno Giordano, ma i fatti hanno confermato che la mia intuizione era quella giusta, che ha avuto i riscontri dopo le rivelazioni di uno degli assassini, il pentito Giuseppe Lombardo, detto “cavallino”.
Mi tornarono in mente alcuni episodi, accaduti nei giorni precedenti l’omicidio, quando, per due sere di seguito, telefonate anonime avevano segnalato non meglio precisate sparatorie a Bocale, che era la zona dove Ligato stava. Pensai dopo, queste erano le prove generali, invece si è appurato successivamente che il pentito Filippo Barreca aveva tentato di scoraggiare gli assassini del cui piano era a conoscenza.
Vico l’avevo visto due giorni prima della sua tragica fine e, in bicicletta, gli avevo fatto compagnia, lui era sulla muntain bike in tuta e cappellino per un bel tratto lungo la statale 106. Ricordo che mi aveva chiesto notizie sulla situazione politica, c’era se non sbaglio la crisi al Comune e lui se ne uscì con una battuta (“se non voglio io, qua non si fa nulla”) che in un certo senso mi sorprese, dato che si diceva avesse ormai intenzione di abbandonare la politica, comunque di non interessarsi più delle questioni reggine.
Evidentemente, non era così, e per questo qualcuno decise che era giunta l’ora di eliminarlo. Nei giorni successivi si scatenò la ridda delle ipotesi e si andava dall’omicidio d’onore, conoscendo Ligato come un “tombeur de femmes”, al delitto di Stato legato alla vicenda delle cosiddette “lenzuola d’oro”, una pista questa in qualche modo incoraggiata anche dalla vedova Nuccia. Ricordo ancora l’agghiacciante titolo d’un settimanale “lenzuola di piombo”.
 Certamente Ligato, che era stato un giornalista brillante e un politico emergente, uomo di grande intelligenza ancorché spregiudicato nei rapporti con certi ambienti, era diventato scomodo, ostacolo a chi, negli ambienti della criminalità, lo aveva visto tra i possibili alleati d’una cosca che ancor oggi è tra le dominanti sul territorio reggino.
Dal punto di vista giudiziario, il delitto Ligato è stato risolto, con arresto e condanna di esecutori e mandanti: resta un esempio di dove può portare il connubio mafia-politica, quando si oltrepassa un certo confine non è possibile tornare indietro.










28/08/10

INTERVISTA A GIORGIO BOCCA: "SONO NOVANTA, DIAMINE!"

Novant’anni oggi, tra sconcerto e rassegnazione, tra provocazione e pacata analisi: la scadenza delle 90 primavere trova Giorgio Bocca più che compiaciuto, quasi stizzito (“perchè sono 90, diamine!”), ma sempre arguto e attento alle vicende del Paese. Che lui, in una lunga chiacchierata con l’Asca, arricchisce con i suoi ricordi, offrendo spunti per certi versi inediti, o almeno poco noti.
Così il suo rapporto con Berlusconi di cui fu un sostenitore, almeno nella sua veste imprenditoriale, o della Lega, al suo nascere. Allo stesso modo, Bocca svela il rimpianto di non essere mai stato direttore di un giornale, a differenza di altri mostri sacri del giornalismo, cui viene spesso affiancato, come Biagi e Montanelli. Ma il suo occhio attento resta sempre puntato all’attualità, di cui è implacabile giudice. E’ il caso della Fiat di Melfi e della “svolta” che Marchionne sembra voler dare agli stessi rapporti sindacali, ai rapporti tra “il padrone e l’operaio”, al riconoscimento dei diritti.

- E’ il nuovo che avanza o il vecchio che ritorna?

“E’ l’età dello schiavismo che ritorna. Il criterio di Marchionne è: l’unica cosa che conta è la produzione. Bella scoperta, è sempre stato l’ideale di tutti gli imprenditori, di tutti i tempi. Quello che attiene ad una società evoluta è, invece, intraprendere consentendo la crescita democratica e civile del Paese. Fare come fa Marchionne è la negazione totale della democrazia. Ed è un segno anche del mutamento di valori in atto non solo in Italia. Si tratta di un mutamento epocale, dove il mercato globale rappresenta un caso specifico. Penso alla Fiat e dico, ma come: ti sei fatto la grande azienda con i nostri soldi, i soldi degli italiani, con l’appoggio del governo che si è prodigato affinché non la perdessi, e poi quando ti fa comodo e non produci più come vorresti, prendi e vai dai serbi? E’ una violazione incredibile dei rapporti sociali. Marchionne avrebbe ragione se si trovasse in una sorta di società delle nazioni, un impero, ma non se esistono varie economie e rifuggendo dalle regole”.

- Ma dalla parte di Marchionne si sono già schierati apertamente anche Scaroni, Geronzi. Sallusti sul “Giornale” sottolinea il perfetto parallelismo di questa svolta auspicata nell’economia con quella invocata dal premier in politica, per costruire il futuro del Paese…

“Ci credo che si siano schierati Scaroni e gli altri, è per conservare i loro posti. La loro è una prova del sultanato in essere. I grandi manager di Stato se non obbediscono a Berlusconi vengono subito eliminati. Sallusti poi, così lugubre…è un condor!”.

- Restiamo sempre nell’attualità. Come giudica la sinistra oggi? Di quali valori si deve far portatrice per avere un senso ed un ruolo? Bersani propone il ritorno sulla strada e lo spirito dell’Ulivo del ‘96 e la contemporanea creazione di un’alleanza democratica per sconfiggere Berlusconi. Ha un senso o finirà per reiterare un insuccesso?

“Quello che manca alla sinistra oggi è un vero leader. Molte volte, nella storia, quando un partito è stato debole di idee si è risollevato quando ha trovato un capo. Il fascismo non sarebbe stato tale senza Mussolini. Mancano personaggi fatali. Sulla sinistra poi si è persa completamente di vista la sua definizione esatta, che vale ancora oggi. La sinistra è composta da chi si preoccupa dei più poveri e li aiuta. Sotto questo profilo la sinistra è in piena fioritura nel nostro Paese, basti pensare alla diffusione ed al radicamento del volontariato e dell’assistenza. Questa forse è la nuova sinistra cui guardare. Quella ufficiale dei partiti, fa parte dello stesso mondo degli altri partiti ed il centrosinistra, o lo stesso Pd, è molto simile al berlusconismo”.

- Berlusconi ed il berlusconismo. Una sorta di ossessione. Eppure lei ha lavorato in Fininvest con il Cavaliere, negli anni 80. Lui non era ancora sceso in politica…

“Si, è vero. Ricordo Scalfari che allora diceva: Giorgio si è innamorato di Berlusconi. Forse non è bene che si sappia troppo, ma allora difesi molto Berlusconi ed il suo diritto di intraprendere nella televisione. Mi chiese di andare da lui e scoprii che l’azienda funzionava molto bene, assai meglio che la Rai. Era essenziale, un’intervista si faceva in 5 minuti, non dopo settimane e alla presenza delle corti, come alla Rai. Berlusconi diede una spinta propulsiva positiva al settore, anche se era un imprenditore dai modi molto poco gentili, diciamo che era spiccio, ma devi essere così se vuoi sopravvivere alla concorrenza, era così ovunque”.

- Un rapporto positivo il vostro, dunque.

“Sotto un certo punto di vista anche perfetto, anche se per molti versi spiacevole. Io allora ero una firma già nota. Ma lui mi aveva preso e voluto solo per quella. Del lavoro che facevo non gli importava nulla. Io continuavo a sfornare inchieste, che lui imperterrito collocava nella fascia oraria “dell’insonnia”. E io dovevo anche sorbirmi gli sfottò di Mike Bongiorno, che con i suoi quiz “sforava” sempre. Era un modo anche quello per affermare: in azienda conto solo io, tu nulla. Poi tutto si chiarì con Craxi che chiese il mio licenziamento, che gli fu immediatamente concesso. Avevo peccato di ingenuità, i giochi erano abbastanza chiari, in fondo come sarebbe finita, si sapeva”.

- Alla luce della sua conoscenza diretta, come ricorda oggi Berlusconi?

“E’ un uomo molto abile, intelligente, mascalzone e pronto a tutto. Berlusconi però è politicamente un super-capo nel peggio, riassume in lui le peggiori qualità, esprime i desideri più bassi degli italiani e li interpreta alla perfezione. Se c’è un uomo che deve muovere la mano e di cui io so prima come farà, quello è lui”.

- Il suo non è solo un giudizio politico di condanna di Berlusconi, ma etico.

“La prima repubblica è stata sepolta da Mani pulite perchè ha dimostrato che il sistema politico che c’era era sbagliato. Ma allora si rubava sostanzialmente per il partito non per le persone, era il metodo del craxismo, finanziare la politica per arrivare al potere. Ora siamo al finanziamento delle bande, della corte. Anche questo possiamo dire non sia un fenomeno nuovo, Elisabetta d’Inghilterra già nel Seicento scritturava i pirati per fare soldi. Ma qui siamo al sovvertimento dei valori, che sono capovolti. L’onorabilità non interessa più nessuno, come gli altri valori etici. Anche la Chiesa ha mollato sull’etica, ed io vedo la società italiana cambiata drammaticamente: siamo una società pagana, imperiale. Siamo più una Roma di Cesare che un Paese democratico. Guardavo in tv i servizi sulla cena nella villa Campari tra Berlusconi e Bossi e vedevo questa spudorata celebrazione di se stessi e del potere. Un’altra villa, non bastasse Arcore e tutte le altre già note, lui che arriva in elicottero tra schiere di poliziotti… Ma non si vedono ogni sera a cena, mi domandavo, che bisogno c’era di tanto sfarzo, di tanti soldi buttati? Non ci siamo, una volta chi era accusato di corruzione si suicidava, oggi questo rappresenta quasi un titolo di merito e l’onesto viene visto come un cretino, un povero Cristo”.

- La decadenza di oggi che ci descrive è più pericolosa della deriva fascista e totalitaria che visse il Paese nel ventennio e che lei combatté da partigiano?

“Dirò di più. Ai tempi della guerra, durante la guerra civile, perché è giusto chiamarla così, era rimasto un legame comune tra noi ed il fascismo morente. In montagna mi capitò spesso di pensare a Mussolini, come ad una figura quasi paterna. I valori etici del fascismo e della democrazia non erano così separati e distanti. Anche nel fascismo l’onestà e tutti i valori della società borghese venivano premiati. Ora i valori sono capovolti. Il dramma è che sembra che agli italiani vada bene così. Dopo la fine della guerra si è rivelato che l’adesione degli italiani al fascismo era stata molto più massiccia di quanto pensassimo. Ancora oggi per gran parte degli italiani questo modo di pensare fascista: il capo sono io, io decido, gli altri si adeguino, in fondo va bene. Il favore che ha Berlusconi sta nell’alibi che offre agli italiani di essere disonesti, se lo vogliono. In alto si ruba, chi può rubi anche lui”.

- Sarà seppellita anche la seconda Repubblica?

“La mia risposta sconta il fatto che la mia origine politica è nella guerra partigiana. Per me fu un tale miracolo assistere alla prova degli italiani che costituivano un esercito di volontari e costruivano un tessuto democratico su tutto il territorio, che spero nel fatto che se è stato possibile una volta sia così anche nel futuro. Un’opportunità che vedo però sempre minore”.

- Parliamo di Lega. Lei fu un sostenitore del Carroccio della prima ora. Adesso?

“E’ un’esperienza simile a quella di Berlusconi. Essendo, sì anch’io, un uomo del fare, mi interesso alle cose concrete e realistiche. Quando uscì la Lega scopersi che in fondo le sue qualità erano nel paesaggio italiano, non rubavano, erano disciplinati nel perseguire i loro obiettivi dichiarati. Quando la Lega vinse a Milano io scrissi un articolo intitolato: “Grazie barbari”. Dicevo, siete ignoranti e cafoni ma portatori di novità nella politica italiana. Adesso ho cambiato idea. La Lega, diventando ricca e potente, è diventata autoritaria e non regge bene alla crescita. L’assurdo è che la Lega, che dovrebbe essere vilipesa dagli italiani che dovrebbero inneggiare all’unità d’Italia, viene invece inneggiata da molti nel Sud, perché hanno capito che lì c’è il nuovo potere”.

- L’accusano di essere antimeridionalista. Cosa rappresenta per lei il federalismo?

“Io sono antifederalista. Data la situazione italiana il federalismo consisterà nella ricostruzione dei Granducati, in cui ognuno fa i propri comodi. L’Italia deve essere un Paese unito dove tutti pagano le tasse allo stesso modo (e basta con le regioni a statuto speciale). Credo poi che una certa fonte di autorità perenne vada trovata. Non si può tornare ai prefetti, ma un rappresentante del governo con poteri esecutivi sarebbe utile. Le autorità locali concedono tutto”.

 Le-i viene sempre ricordato e annoverato tra i grandi del giornalismo italiano, insieme a Biagi e Montanelli. A differenza loro non è mai stato direttore. E’ un fatto che la disturba?

“Io direttore? Si, mi manca, ma non mi è stato mai offerto, forse intuivano che non ero un uomo adatto per farlo. Ricordo che all’Europeo quando morì Michele Serra andai da Fattori e mi proposi. Sono inviato ma se ti serve uno che faccia il giornale sono disponibile. Mi rispose: per carità, tu continua a scrivere. Poi penso a Scalfari, un vero direttore d’orchestra, noto per saper alternare come nessuno la carota con il bastone. Io oggettivamente non avrei avuto la capacità, manco di doti diplomatiche”.

- Un’ultima domanda. Lei ha scritto molti libri, il suo ultimo è in arrivo in settembre in libreria. A quali è più legato?

“A ”Il provinciale – 70 anni di vita italiana” del 1991. E’ il più completo. Poi altri mi sono cari per lo stupore di averli scritti. Penso alla Biografia di Togliatti. Un lavoro spaventoso, durato 2-3 anni. Fu un’impresa, scrivere la biografia di Togliatti negli anni 70. Si tradusse nella scrittura della storia del Pci italiano. Quando uscì il libro Pajetta, che mi odiava, ordinò che venisse spulciato per trovarvi errori, ma questi si limitavano a qualche piccola svista nelle date. Mi fece una pubblicità enorme…”.

dal sito GIORNALISTI CALABRIA                     Nadja Bartolucci (Asca)

MINATORI "SEPOLTI" IN CILE, UN DRAMMA CHE CI TOCCA DA VICINO

Il saluto di uno dei minatori intrappolati nella miniera
Dal ventre della terra le immagini riportano alla superficie i volti dei minatori cileni che, solo per un miracolo, sono rimasti vivi, dopo un crollo, a più di 700 metri sotto il livello del suolo. Mangiano, dormono, pregano, riescono persino ad ingannare il tempo giocando a carte o a dama, nel "refugio" dal quale sono riusciti, quando è stata calata fin laggiù una micro telecamera, a mandare il biglietto con la sbalorditiva notizia: "estamos bien".
Il mondo segue con ansia la sorte di questi lavoratori che dovranno attendere ancora qualche mese, per essere tirati fuori da quel buco infernale: Noi calabresi siamo particolarmente colpiti dal dramma di questi uomini coraggiosi, nelle miniere del Belgio e della Germania ci sono centinaia di croci a ricordare il sacrificio degli emigranti, "carne venduta" partiti dalla Calabria per poter sfamare chi restava nei paesi assediati dalla miseria.
Attorno ai minatori del lontanissimo Cile sta crescendo la solidarietà, ognuno vorrebbe far qualcosa e anche qualche magnate locale (in questi Paesi due estremi si toccano, grandissima povertà e altrettanta ricchezza) si è mosso per finanziare i lavori necessari a scavare il tunnel della salvezza.
Intanto, amici, parenti, compagni di lavoro, passano le loro giornate davanti all'ingresso della miniera, accontentandosi di udire le voci che arrivano da là sotto, vedere immagini di facce allucinate, barbe incolte, le sonde riescono a far giungere loro acqua, medicinali, generi di conforto, la piccola luce attaccata al cavo che scende, metro dopo metro, per centinaia di metri, rappresenta la speranza di restare vivi e di rivedere la luce del giorno prima che arrivi Natale.
Ci sono calciatori cileni sparsi un pò in tutta Europa. molti  guadagnano cifre consistenti: perchè non chiedere loro di raccogliere somme da destinare agli sfortunati compatrioti, tra cui anche un ex giocatore, seppelliti nella miniera e con un salario da fame?. L'attesa sarà ancora lunga, nel cuore della terra, ma adesso è il mondo intero che spera e prega perchè questi uomini dati per sepolti tornino alla vita, senza però più riprendere a scendere nelle viscere della montagna che nasconde ricchezze che loro non vedranno mai. 

26/08/10

BOMBA AL PG, PER FAVORE RISPARMIATECI LA SOLITA FIACCOLATA

Salvatore Di Landro, Pg di Reggio Calabria
Il tritolo ha ripreso a "bussare" alla porta di qualcuno, nella caldissima notte d'agosto, mentre dal lungomare giungono canti e suoni d'una stagione in tono minore, ma il reggino s'accontenta, il fatalismo fa parte del nostro dna, ne abbiamo viste tante....
Ove fosse rimasta qualche perplessità, la bomba al portone di via Rosselli, a poche decine di metri dalla caserma del comando provinciale dell'Arma, dove abita Salvatore Di Landro, il procuratore generale, magistrato dalla ormai lunga carriera, uomo di cultura, musicofilo, studioso di tradizioni popolari, che dietro il suo aspetto pacioso, nasconde una forte tempra, ha una matrice ormai ben definita.
A gennaio il primo "avvertimento", sventrando il portone degli uffici della Procura generale, poi il sabotaggio dell'auto di servizio, ora la nuova "firma", per togliere ogni dubbio, l'obiettivo è lui, per il lavoro che sta facendo da quando ha preso in mano un ufficio che, a torto o a ragione, (non sarò certo io a dare un giudizio, conosco fin troppo bene certi ambienti) veniva considerato una specie di porto delle nebbie dello Stretto. Non crediamo sia stato così, perchè ci sono stati uomini della giustizia che lì hanno lavorato (alcuni, purtroppo, non sono più tra noi) che si sono distinti per serenità, onestà e coraggio.
Ma c'è qualcosa che non va più bene ai capi delle cosche e ai loro referenti nelle istituzioni, non solo politiche, sì, perchè vi si annidano da tempo e alcuni non sono mai stati scoperti. Il connubio 'ndrangheta-politica che si intravede soltanto, almeno per ora, dalle carte delle più recenti inchieste, è consolidato. I protagonisti sono individuati, anche se grazie alla loro rete di connivenze, hanno potuto "guardarsi" e in qualche modo bloccare le indagini.
La cosa sconcertante, che ho appreso leggendo il pezzo scritto dal giovane e valido collega Fabio Papalia, direttore di Newz.it, è l'assoluta mancanza di misure di protezione all'abitazione del Pg, niente telecamere, pare, niente presidio fisso, illuminazione scarsa, insomma il compito dei bombaroli è stato facilitato.
Adesso assisteremo al rito delle dichiarazioni a getto continuo dei soliti politici e rappresentanti della società civile, l'occasione per un tantino di visibilità, che a Di Landro non potranno che far piacere, si sentirà forse meno solo. Ma, per favore, risparmiateci le solite fiaccolate, eviteremo di vedere, tutti compunti, sfilare anche individui che con le cosche in qualche modo hanno avuto o hanno da fare, magari per interposte persone. Qualcuno di loro potrebbe essere libero ancora per poco tempo, ma lasciamo lavorare le forze dell'ordine e la Procura, in silenzio, per dare un nome e un volto a chi, col tritolo, vuol riprendersi il controllo della città.

24/08/10

MARE SPORCO, I TURISTI VANNO VIA MENTRE SI SIGILLA BANDAFALO'


Viaggiare in camper d'estate è il massimo, per chi vuol scoprire le bellezze del nostro Paese e vivere a contatto con la natura. Un gruppo di turisti che adoperano queste mini case su ruote, adesso dotate di ogni comfort, ha scelto qualche giorno fa di "scoprire" la costa tirrenica, in una splendida giornata di sole, col mare leggermente increspato e d'un azzurro incredibile.
Come non fermarsi alle porte della città, proprio sullo Stretto, con la possibilità di parcheggiare i camper a pochi passi dalla spiaggia, c'è anche parecchio verde, i locali cosiddetti di ristoro sono vicini, insomma, il luogo ideale.
Ma una sgradita sorpresa li attendeva, quando già pregustavano una giornata tutto sole e tuffi: un fetore insopportabile ammorbava l'aria e si mescolava all'acre odore d'un incendio sulla collina con un aereo impegnato a scaricare tonnellate di acqua salata. E' bastato chiedere a qualche raro bagnante, anche lui pronto a chiudere l'ombrellone e andar via, verso posti più...salubri per conoscere il motivo di questa sgradevole accoglienza: in mare scaricava un fiume meleodorante di melma, mentre rifiuti d'ogni genere galleggiavano e si dirigevano, portati dalla corrente, verso la città.
Con un biglietto da visita del genere, ai malcapitati turisti non è rimasto altro da fare che chiedere, via telefono, la disponibilità d'un campeggio sul versante ionico dove, però, non sapevano ancora che sarebbero arrivati almeno due ore dopo. la cosiddetta superstrada ionica, infatti, per via di lavori in corso e del traffico che in estate aumenta considerevolmente, è diventata praticamente impercorribile e chi vuol raggiungere in tempo utile una destinazione, deve partire con larghissimo anticipo. Nei fine settimana, poi, le code sono chilometriche. Mare sporco e viabilità impossibile: con questi "ingredienti" quale futuro per il turismo nella nostra provincia?. Restano le solite promesse e gli annunci, cui seguiranno, come è già avvenuto in passato, le scuse ai forestieri che ci avevano scelto per le vacanze e che, certamente, da queste parti non si faranno più vivi.
Mi permetto di aggiungere una mia considerazione: non sarebbe opportuno effettuare controlli ancor più severi, per impedire questo continuo "avvelenamento" del nostro mare, ricchezza che disperdiamo da incoscienti, prima di pensare a mettere i sigilli a Bandafalò?.

23/08/10

IL CASO GUARINO, COME UN CRONISTA PUO' FINIRE IN GALERA

gianluigi guarino
La persona che vedete raffigurata nella foto in alto a destra si chiama Gianluigi Guarino, è un giornalista di Caserta. Sorride, anche se in questi giorni ha avuto poche occasioni per farlo: infatti, ha dovuto scontare 43 giorni di carcere per aver commesso reati di natura professionale, un cumulo di condanne per diffamazione, a seguito di querele fatte al giornale che lui dirigeva e che si riferivano anche ad articoli non scritti da lui, che però, secondo la legge sulla stampa, avrebbe dovuto controllare.
L'omesso controllo, infatti, viene punito e a fare il direttore, se non si ha la fortuna di essere "coperti" da assicurazioni e avere un parco avvocati di spicco, si rischia il carcere. Fortunatamente, ciò avviene molto di rado, le aziende editoriali si sono attrezzate e sottopongono determinati articoli o inchieste al parere dei legali, prima della pubblicazione.
Se sei una "firma" popolare, poi, in caso di incidenti di percorso, c'è pronta la mobilitazione dei politici amici. L'Ordine e il sindacato dei giornalisti, per la verità, nel caso del collega Guarino, hanno fatto sentire la loro voce, e se i giudici hanno rivisitato la posizione del giornalista sbattuto in cella, come un qualsiasi delinquente, lo si deve anche a loro.
I più esposti al rischio-querela con annessa richiesta di risarcimento danni sono i cronisti che si occupano di nera e giudiziaria, che devono difendersi, come è capitato a me personalmente, non tanto dalle ire dei capi bastone, ma di quei giudici che non consentono la benchè minima critica al loro operato, anche quando si rendono responsabili di gravi omissioni e reati dei quali, purtroppo, non risponderanno mai.
Da tempo si parla di modifiche alla legge del 1947 sui reati di stampa o a mezzo stampa, come dir si voglia, tutti, in occasioni di convegni, congressi, campagne elettorali, proclamano il diritto costituzionalmente sancito ad esprimere sotto ogni forma idee, opinioni, notizie anche scomode per i potenti.
Ce ne ricordiamo in occasione di episodi qual è quello dell'arresto di Guarino, o a fronte di richieste milionarie da parte di politici che non esitano, pur essendo iscritti all'albo dei giornalisti, ad offendere pubblicamente e minacciare colleghi.
La querela, spesso, è il mezzo per intimidire, bloccare il cronista coraggioso, condizionare la proprietà del giornale: a me è accaduto di essere querelato "in solitudine" senza coinvolgere il direttore responsabile che pure il servizio aveva controllato. Per mia fortuna, sono incappato in magistrati sereni, che non si sono fatti condizionare dalla presenza in aula di colleghi più "famosi", ospiti di salotti e studi televisivi a getto continuo.
Altrimenti, come mi augurò una volta un legale della cosiddetta parte civile, mi avrebbero fatto seguire volentieri la sorte di Guarino.
Al collega casertano, dopo avergli fatto i complimenti per la riacquistata libertà, dico solo di non farsi intimorire dai "signori della querela" e proseguire il suo cammino di onesto e coraggioso giornalista.
  

22/08/10

MORTE IN CORSIA E ASSURDA VIOLENZA, LA CALABRIA IN PRIMA PAGINA

La Calabria nuovamente in prima pagina, nei giorni di fine agosto con la gente ancora distratta, intenta a consumare gli ultimi spiccioli di vacanza. E ci torna, questa terra tanto bella quanto sventurata, per due episodi, uno di malasanità (tanto per cambiare) e l'altro di violenza, assurda e gratuita. La morte è arrivata in corsia ancora una volta in un ospedale, quello di Lamezia Terme, il grosso centro della provincia catanzarese che non nasconde le sue velleità di diventare Provincia, come se ce ne fossero poche, nel Paese. Eleonora Tripodi, di Santa Domenica di Ricadi, lungo la bellissima costa che da Vibo porta a Tropea, aveva solo 33 anni ed aveva partorito il terzo figlio, una bellissima bambina che purtroppo non conoscerà mai sua madre: la sua storia è simile a quella di altre vittime della sanità "malata" in Calabria, un terribile buco nei bilanci con rare oasi d'eccellenza nel deserto degli sprechi e delle inefficienze.
La sua giovane vita s'è spenta dopo una tragica odissea da una parte all'altra, fino alla tappa finale, quella che non consente il ritorno: ora tutti promettono inchieste ed ispezioni, scattano i messaggi di solidarità, una squallida passerella dei soliti politici che si preoccupano di avere, ancora una volta, un pò di spazio sui giornali, invece di andare a nascondersi.
La famiglia chiede giustizia, la magistratura apre il fascicolo d'indagine, ma forse ci vorranno anni, come è stato per Federica Monteleone (un altro caso che commosse l'Italia) perchè la giustizia, come si suol dire, faccia il suo corso.
Intanto, i mass media riportano l'attenzione, dandogli comunque il solito taglio in negativo (è la nostra vera disgrazia, questa) a questo nuovo caso e ne approfittano per collegarlo, anche se si tratta di cose completamente diverse, con il gravissimo episodio accaduto a Cosenza, dove l'autista di un bus, non si sa perchè, ha ritenuto di aggredire selvaggiamente un anziano, per poi lasciarlo come un sacco vuoto in mezzo alla strada, tra l'indifferenza dei passanti.
Una scena, che ripresa da una  telecamera di sorveglianza, riversata sui canali delle televisioni web, ha fatto inorridire ed ha mobilitato anche i sociologi in servizio permanente effettivo. Certamente, non è questa l'immagine della Calabria che vorremmo fosse proposta, proprio nel momento in cui si parla di rilancio del turismo e di "rivoluzione" nella sanità.
La Calabria nuovamente sulle prime pagine, mentre in ogni dove, anche nei paesi più sperduti, si fanno sagre e si danno premi, su improvvisate passerelle sfilano ragazze sculettanti alla ricerca d'un momento di gloria. Che tristezza!.